
Sulla saga di
Twin Peaks è stato già scritto tutto e il contrario di tutto. Ho appena terminato una maratona dell’intero serial nell’arco dell’ultimo mese e non posso esimermi dal dedicargli un post nella sezione
“Uno sguardo altrove” per numerosi motivi: per l’enorme effetto che
Twin Peaks ha avuto sull’immaginario popolare (basti pensare che la rivista ufficiale
“Wrapped in Plastic” nata all’epoca dell’exploit del serial viene tuttora periodicamente pubblicata); per la vasta influenza che ha avuto sul mezzo televisivo e sulla concezione stessa di serial da cui nacque ufficialmente la commistione fra telefilm e cinema che innalzerà il genere da figlio minore della cinematografia ad autentico spazio autorale capace non solo di sfornare ottimi registi ed autori ma di attirarli a sé (
Quentin Tarantino, per dirne uno, che volle fortissimamente dirigere un episodio di
E.R. e più recentemente di
C.S.I.); ma soprattutto perché è un’opera (a metà, purtroppo) del grandioso
David Lynch e su queste pagine c’è sempre spazio per il grande visionario.
I segreti di Twin Peaks (titolo italiano) apparve in televisione nel 1990 trasformando in tormentone il grande mistero che stava alla base del plot:
chi ha ucciso Laura Palmer? Ad occuparsi del caso arriverà nella piccola cittadina americana al confine con il Canada il singolare

agente dell’F.B.I. Dale Cooper dai modi investigativi bizzarri ma decisamente efficaci. E in pieno stile da soap-opera, vedremo l’agente Cooper condurre le sue indagini svelando l’intricato velo di ipocrisia che circonda la cittadina dove tutti sembrano felici e perfetti ma in realtà ognuno dei cittadini ha un segreto più o meno terrificante; una miriade di personaggi tutti intrecciati con la vicenda che ha portato all’uccisione di Laura Palmer. La stessa vittima adolescente, reginetta della scuola e figlia esemplare agli occhi di tutti, è in realtà circondata da paurosi segreti e perversioni.
Il tutto è nato dalla mente di David Lynch e di
Mark Frost e ci sarebbe talmente tanto materiale su cui discutere che non basterebbe un blog intero; qui ci limiteremo ad analizzare gli aspetti più caratteristici dell’autore di
Eraserhead. Innanzitutto, c’è una delle tematiche più care di Lynch: l’ipocrisia della società americana moderna, dove tutti si fingono sereni, perfetti e felici ma in realtà tutti sono oppressi da perversioni ed istinti a lungo repressi. Era già tutto tratteggiato in
Velluto Blu, qui viene sublimato e portato all’eccesso attraverso gli abitanti di
Twin Peaks che sono un vero e proprio campionario di falsità e malignità allo stato puro. Ma c’è anche tutto il tocco quasi satirico del Lynch nella sottile ironia che scorre negli episodi; nei gesti, nel linguaggio e nelle espressioni di Dale Cooper (un magnifico
Kyle MacLachlan alla sua ennesima esperienza con Lynch), autentico saggio ottimista ma dotato di una fredda capacità di analisi che gli fanno affrontare le situazioni più oscure. Quasi un antesignano, se non il padre vero e proprio, di Fox Mulder in
X-
Files. Inoltre, saranno proprio gli episodi diretti da David Lynch ad introdurre un altro elemento nel già ricco ventaglio di generi che affollavano questo serial, ovvero il paranormale. La mitica
“Stanza Rossa” dove appaiono un nano ballerino, un gigante e svariati altri ‘
mostri’, entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo e stupì tutti per essere un’autentica trovata del tutto de-contestualizzata dagli avvenimenti del serial.
Twin Peaks, difatti, era un continuo work in progress dove nulla era studiato a tavolino ma quasi si giocava a rimbalzare all’infinito i colpi di scena, i ribaltamenti della realtà, un incessante mischiare le carte in tavola arricchito dall’elemento sovrannaturale che in perfetto stile Lynch angosciava e terrorizzava lo spettatore. Non dunque una paura da filmetto horror ma una serie di immagini visionarie, partorite dall’inconscio di David Lynch, capaci di far accelerare i battiti del cuore.
Twin Peaks fu pesantemente criticato perché considerato uno “
snaturamento” dell’opera di Lynch, soprattutto in quanto determinate devianze sociali venivano giustificate con l’intervento di un demonio (il malefico Bob) e non come risultato di una società ridotta al collasso. Ma a mio parere, invece, è la stessa “
Stanza Rossa” a dimostrare il contrario: il luogo onirico dove si combattono il bene e il male è rappresentato da una serie di stanze tutte uguali delimitate da una semplice tenda rossa, come a rappresentare la sottilissima attiguità tra ciò che è morale e ciò che è perverso e dove lo stesso protagonista non riesce più a distinguere ciò che vede. E’, insomma, una micidiale rappresentazione delle angosce odierne inserito in un contesto thriller dal grande appeal. E’ stata questa la grande vittoria di David Lynch, operare in

entrambe le direzioni senza rinunciare ai suoi modi e ai suoi tempi. Difatti, i 6 episodi su 29 diretti da Lynch (di cui due dalla durata quasi filmica di un’ora e mezza) sono autentici piccoli capolavori visionari che non hanno nulla da invidiare alle opere più importanti del regista.
Va sottolineato che
Twin Peaks può essere idealmente diviso in due parti: la prima stagione e la prima parte della seconda (fino al nono episodio) sono un concentrato di originalità e perfezione che hanno lasciato il segno in chi ha avuto la fortuna di guardarlo; i restanti episodi hanno subito un notevole calo di qualità dovuta all’assenza della supervisione di Lynch che preferì dedicarsi al film
Cuore Selvaggio. Finché è stato lo stesso Lynch che, appresa la notizia che il serial sarebbe stato chiuso, ha ripreso in mano le redini della situazione e si è seduto dietro la macchina da presa per dirigere l’ultimo sconvolgente ed inquietante episodio destinato agli annali della tv e che, manco a dirlo, non forniva tutte le risposte che lo spettatore stava cercando. E poco tempo dopo, decise di scrivere la parola fine alla saga trasportandola sul grande schermo con il film
Fuoco cammina con me, pre-quel che narra i fatti avvenuti prima della morte di Laura Palmer.