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18.12.10

Dexter 5: vendetta e redenzione

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUINTA STAGIONE.

Le consuete e puntuali riflessioni che Dexter suscita sono arrivate al rispettabile traguardo della quinta serie. Lo schema abbiamo imparato a conoscerlo: si parte da un assunto base e cioè quello di un protagonista serial killer che soddisfa un istinto omicida rispettando un codice d'onore discutibile ma che a suo modo gli permette di unire l'utile al dilettevole. Le prime due stagioni erano state improntate al meccanismo più interessante: come far empatizzare il pubblico con un "mostro"? La sfida fu ampiamente vinta, non solo per il successo di pubblico (che in America non fa testo, visto che da quelle parti è ancora fortemente considerato lecito il desiderio di punire a morte chi si macchia di orribili crimini) ma soprattutto per le dinamiche seriali messe in campo a sostegno dell'obiettivo da raggiungere. La terza serie propose un capovolgimento della prospettiva: e se Dexter piacesse a tal punto da far nascere spirito di emulazione? La quarta, e forse la migliore, serie sottolineava la nascente preoccupazione del protagonista verso i doveri familiari e come questo potesse conciliarsi con la sua sete assassina. La risposta finale fu tanto spiazzante quanto inaspettata: non si può; sono due mondi che non possono coincidere e che finiranno prima o poi con il distruggersi a vicenda. 
La quinta stagione si è appena conclusa negli USA e nel primo episodio riprende esattamente il filo della quarta: Dexter Morgan ha fallito, non è riuscito a tenere insieme famiglia e sangue e ne consegue che sarà costretto a rimanere solo per sempre. L'inizio di stagione mostrava un evento troppo crudo, perfino per il protagonista e dunque per il pubblico: Dexter, frustrato e sofferente per il suo fallimento, uccide il primo uomo che gli capita a portata di mano e per quanto gli autori ci mostrino un evidente "bad guy", neanche ciò giustifica l'efferato (ennesimo) crimine del nostro Dexter. Da qui si poteva ripartire per una nuova e rischiosissima scommessa su cosa il pubblico è disposto a sopportare ma gli autori non hanno osato e hanno preferito glissare. La vicenda portante della quinta stagione, infatti, è la vendetta e la redenzione. Dexter si convince che per sopportare il dolore di ciò che gli è capitato dovrà aiutare qualcun'altro ad elaborare il medesimo lutto, coinvolgendo una donna (la new-entry Julia Stiles) nella sua fame di sangue. Tra alti e bassi a cui le precedenti serie non ci avevano abituato, la quinta stagione si conclude con una risposta per nulla consolatoria, né per il protagonista né per il pubblico: Dexter è un mostro; non importa il codice d'onore, non importa quanto schifosa sia la vittima che capita sul suo tavolo della morte, ciò che importa è che nulla di quello che il protagonista compie lo porta a sbarazzarsi del suo "passeggero oscuro". Quella voglia di uccidere è sempre lì, è inamovibile, è insaziabile. E' un ritorno alle origini che fa piacere, se così si può dire: le ultime due stagioni sembravano aver assunto un atteggiamento assolutorio su Dexter, mentre il finale della quinta ci riporta con i piedi per terra: il protagonista è un pur sempre un mostro, un assassino ingiustificabile, un emarginato. E' davvero così semplice empatizzare con lui? 
Sarà probabilmente il perno della sesta stagione, nonché valvola di sfogo. La quinta, infatti, ha dovuto necessariamente puntare tutto su Dexter e il terremoto interiore portato dagli eventi della quarta stagione. La sesta, adesso, può tornare a volare ancora più in alto e magari produrre altra meravigliosa letteratura come ha fatto con la quarta. C'è di certo che uno dei grandi interrogativi dei fan, ovvero se Debra Morgan scoprirà mai che suo fratello è un serial killer, sembrava essere stato messo di lato mentre nell'ultimissimo episodio della quinta stagione ritorna prepotente. E al riguardo, i brividi sulla schiena sono assicurati!

19.12.09

"Hello, Dexter Morgan."

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUARTA STAGIONE.

Come avrò occasione di ribadire più avanti, semmai di capolavoro si potrebbe parlare riguardo i prodotti per la televisione, Dexter starebbe sicuramente in cima, forse secondo solo a Lost per innovazione e coraggio di osare. La costante crescita di questo serial ha toccato il suo apice nella appena conclusasi quarta stagione dove la qualità di scrittura e il superamento dei vecchi canoni televisivi hanno raggiunto picchi difficilmente rintracciabili negli ultimi anni di exploit seriale.
Il perno centrale di Dexter è pur sempre lo stesso: violentare la
psiche dello spettatore portandolo a parteggiare ed ad immedesimarsi con un serial killer sociopatico. Se questo spunto si mostrava già fondamentale nella prima stagione, fu nella seconda che avvenne il colpaccio, ovvero quando la trama ed i suoi risvolti furono a tal punto genialmente costruiti da portare lo spettatore addirittura a tifare per quell'assassino di Dexter Morgan ogni qualvolta stava per essere acciuffato. Il terzo ciclo andò addirittura oltre e con il personaggio di Miguel Prado mise in scena il paradosso stesso del serial: l'adorazione e l'immedesimazione con Dexter portano ad una pericolosissima deriva come quella dell'emulazione. Ed eccoci arrivati alla quarta stagione. Fermo restando il centralissimo e meta-televisivo argomento di come la serialità ben scritta possa ottenere dallo spettatore qualsiasi reazione a suo favore, l'ultima stagione è forse la più cupa e la più violenta e come tale mette in mostra tutto il lato più oscuro e sadico del buon Dexter Morgan, che si ritrova a guardarsi nello specchio quando compare sulla scena la sua nemesi, il Trinity Killer (uno stupefacente John Lithgow che meriterebbe qualsiasi tipo di premio per questa interpretazione). I traguardi sociali raggiunti dal protagonista (l'affermazione professionale, la famiglia, la paternità, il buon vicinato) rappresentano un fastidiosissimo ostacolo per quello che rimane un istinto primordiale inarrestabile: Dexter deve uccidere, ne ha bisogno per essere in pace con sé stesso. L'intera stagione si divide tra il suo bisogno malato ed i suoi doveri familiari: Dexter vorrà prima convincersi di poter gestire entrambe le cose e poi comincerà ad accarezzare l'idea che forse, per il bene della famiglia, prima o poi potrebbe anche sforzarsi di cambiare e lasciarsi alle spalle il suo Passeggero Oscuro che lo costringe ad uccidere. Tutto questo, ovviamente, mentre il Trinity Killer incrocerà la sua strada scatenando una serie di azioni che porteranno ad un finale di stagione micidiale, emotivamente potentissimo e straziante come non se ne vedevano da anni. La guerra che Dexter e il Trinity Killer ingaggeranno poco a poco non è solo letteratura ben scritta ma potenzialmente rientra nello schema narrativo seriale di cui gli autori si servono per ottenere il consenso del pubblico; dopo quel finale di stagione (e gli ascolti record premiano) il pubblico medio non avrà più dubbi, non metterà più in discussione Dexter, non vacillerà più davanti alla sua sete sanguinaria. Forse anche per questo l'attrice Carpenter ha ben dichiarato: "alla fine di ogni stagione ci siamo chiesti cosa potevamo fare l'anno prossimo. Adesso la domanda è: cosa NON possiamo fare?"
Se a tutto questo aggiungete un cast in stato di grazia ed una realizzazione tecnica impeccabile e sempre di altissimi livello, allora capirete tutto il mio entusiasmo.

8.1.09

Dexter Morgan e Miguel Prado

Torniamo a parlare di Dexter, uno dei serial più innovativi e cult del momento che conferma la sua tendenza: temi e personaggi ambigui che vogliono suscitare nello spettatore altrettanta ambiguità e dilemmi morali di non poco conto. Se la sfida delle prime due stagioni era l'identificazione del pubblico con il protagonista (un serial killer sociopatico) e con il suo subdolo codice che rappresenta soltanto la copertura del suo bisogno malato di uccidere, la terza stagione propone un approfondimento di questo gioco introducendo un nuovo personaggio: il vice procuratore Miguel Prado (interpretato dal mitico Jimmy Smits) che viene suo malgrado a conoscenza di Dexter Morgan e delle sue abitudini assassine. Il bello è che il vice procuratore non rimane disgustato da Dexter ma anzi ne subisce il fascino finendo per apprezzare la bugia che copre le azioni del protagonista: la presunta sete di giustizia. Ma così come per Dexter quello è solo un alibi, anche il meccanismo che muove Miguel Prado è dapprima un giustizialismo perverso che finisce nello sfociare in pura violenza. Ad un certo punto della serie, allora, diventa chiaro che il personaggio di Smits rappresenta il pericolo stesso che il personaggio di Dexter e la sua personalità borderline possono esercitare sul pubblico che guarda il serial. Miguel Prado siamo noi, noi che abbiamo avuto il coraggio di identificarci in Dexter e arrivare a giustificare le sue azioni e addirittura a tifare per lui quando rischiava di essere scoperto (vedi la seconda stagione), sottolineando come ciascuno di noi può trasformarsi in un feroce assassino coltivando scuse ed alibi che non servono a giustificarci agli occhi degli altri ma più ad essere in pace con noi stessi e ponendo al centro di tutto il rischio che comporta "aprire certe porte che poi è difficile richiudere".
Il successo di Dexter, infondo, gioca proprio sul talento degli autori di aver messo in scena un personaggio che in fin dei conti è un uomo che si sente solo, tagliato fuori dal resto del mondo, alienato e costretto a nascondersi per paura che il suo vero essere non possa essere accettato dagli altri. Sentimenti di esclusione che un pò tutti hanno provato nella propria vita.

11.1.08

La serialità fa' la differenza?

Ieri raccontavo ad un paio di amici le mie considerazioni su Dexter, soprattutto per quanto riguarda il discorso dell'identificazione con il protagonista: qualcosa che mi appariva pressoché impossibile come ho già spiegato; una sfida per gli autori che risulta essere vinta in quanto non solo vi è identificazione ma piuttosto totale presa di parte nei confronti di Dexter, un serial killer sociopatico. Sottolineavo come il fatto che Dexter uccidesse colpevoli scampati alla giustizia già non era di per sè un buon motivo per concordare con le sue tesi e comunque non reggeva visto che il motivo di fondo per cui Dexter uccide non è fare giustizia ma soddisfare il suo perverso bisogno di assassinare. I miei amici mi facevano notare come questa non sia una novità: un esempio su tutti l'Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, un uomo talmente affascinante che faceva quasi dimenticare i suoi trascorsi omicidi e cannibaleschi. Eppure, secondo me, la differenza è sostanziale: si può simpatizzare con Lecter ma non si può tifare per lui, poiché uccide per motivi piuttosto sadici e privi di una qualsiasi morale, mentre per Dexter non solo si prova empatia ma si arriva a tifare per lui quando rischia la sedia elettrica.
Sono giunto alla conclusione che la differenza stava nella serialità del prodotto. Mentre un film, nelle sue due ore canoniche, non riesce a farti immedesimare totalmente con un assassino spietato, la tv può e ci riesce perché ha dalla sua tempi più lunghi, dilatati, maggiormente seriali. Ne sono la dimostrazione una carrellata di assassini cinematografici che nati come demoni sanguinari sono diventati via via, a forza di sequel, sempre più accattivanti e simpatici per il grande pubblico, ad esempio Freddy Kruger.
E' la serialità, insomma, a fare la differenza. E visto il crescente proporsi di serial dove i protagonisti hanno una morale piuttosto dubbia, e visto l'ennesimo limite infranto da Dexter, sarebbe bene cominciare a chiedersi quale sarà il prossimo passo. Che ne pensate?

28.12.07

A proposito di Dexter e di qualcos'altro...

Nel precedente 'Sguardo altrove' dedicato a Dexter, concludevo sottolineando la più grossa sfida a cui si sottoponeva il serial: l'identificazione pressoché impossibile degli spettatori con il protagonista, un serial killer sociopatico. A fronte della visione delle due stagioni fino ad ora prodotte di Dexter, mi devo ricredere: l'identificazione c'è ed è fortissima, visto che si finisce a tifare fortemente a favore di Dexter ogni qual volta la sua 'identità segreta' è in pericolo.
Siamo di fronte alla dimostrazione, insomma, che dei bravi autori riescono a portare dove vogliono chi vogliono. La dimostrazione della potenza del medium televisivo, semmai ce ne fosse bisogno. Io mi arrendo e soccombo: Dexter è un gran bel telefilm.

19.11.07

Uno sguardo altrove: Dexter

Il gusto e le esigenze degli spettatori televisivi sono irrimediabilmente cambiati. Ne sono la prova i serial che si sono affermati negli ultimi anni (Nip/Tuck, Dr. House M.D.) dove le immagini crude, le vicende realistiche e la nerissima atmosfera in cui si svolgono dimostrano come ormai anche il grande pubblico vuole qualcosa di più, dove i confini tra bianco e nero non siano poi così definiti. Ne è prova il nuovo serial americano del momento.
Dexter (Michael C. Hall) è un ematologo forense della polizia di Miami. E' un bell'uomo, ama il suo lavoro, ha una sorella che stravede per lui e una ragazza con cui sta instaurando una relazione seria, gli piace fare gite in barca e mangiare alla guida della sua auto. C'è un solo problema: Dexter è un sociopatico. La sua vita brillante si trasforma nella notte, quando diventa un feroce serial killer dalla sorprendente lucidità che uccide tutti coloro che, per un motivo o per un altro, non sono stati assicurati alla giustizia seppur colpevoli. Il suo disturbo lo porta a fingere anche nella vita di tutti i giorni: Dexter non prova sentimenti, è letteralmente vuoto dentro, incapace di qualsiasi relazione affettiva e sessuale (frequenta una ragazza solo per facciata e perché quella ragazza, a causa di uno stupro, ha terrore del sesso). L'unica eccitazione gli proviene dal sangue e dunque dal suo lavoro di giorno e dalla sua malattia di notte.
Il serial Dexter muove i passi direttamente da Dr. House ma compiendo un'ulteriore evoluzione: il medico House è un cinico che sacrifica tutti i suoi valori per il bene della medicina; per quanto contestabile, dunque, ha una morale inattaccabile. Dexter, invece, non ha scusanti perché non ha morale: non uccide per semplice vendetta (e già questo sarebbe molto poco etico) ma per soddisfare un bisogno malato, quello di uccidere. Per affrontare un tema così forte, gli ideatori hanno scelto il giusto dosaggio di crudezza (sangue e cadaveri in abbondanza) ed ironia (i dialoghi fuoricampo del protagonista accentuano lo scarto tra la sua sociopatia e la brillante vita che conduce). Il tutto in una fotografia che risalta il luccicare malsano di una Miami divorata dalle perversioni, dove forse il più 'sano' di tutti sembra essere proprio Dexter che quanto meno arriva laddove la giustizia non può.
Ora si tratta di vedere dove vorrà arrivare questo serial. Perché fermo restando che l'impatto dei primi episodi è affascinante e coinvolgente, risulta palese (almeno a me) l'impossibilità di qualsivoglia identificazione con il protagonista; può fare simpatia, può suscitare ammirazione perché è un professionista del suo mestiere ma rimane ugualmente un folle che uccide a sangue freddo e il fatto che uccida cancri della società non basta a dargli credito. Dexter, infatti, cerca le prove prima di uccidere: con quelle stesse prove potrebbe assicurare i criminali alla galera, ma preferisce ucciderli e conservarne una goccia di sangue come trofeo. Un serial killer, dunque. Quel genere di individuo che nei serial o nei film è il nemico da scovare ed eliminare. L'amoralità come ultima frontiera del serial americano è stata raggiunta. Quale il prossimo passo?