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18.12.10

Dexter 5: vendetta e redenzione

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUINTA STAGIONE.

Le consuete e puntuali riflessioni che Dexter suscita sono arrivate al rispettabile traguardo della quinta serie. Lo schema abbiamo imparato a conoscerlo: si parte da un assunto base e cioè quello di un protagonista serial killer che soddisfa un istinto omicida rispettando un codice d'onore discutibile ma che a suo modo gli permette di unire l'utile al dilettevole. Le prime due stagioni erano state improntate al meccanismo più interessante: come far empatizzare il pubblico con un "mostro"? La sfida fu ampiamente vinta, non solo per il successo di pubblico (che in America non fa testo, visto che da quelle parti è ancora fortemente considerato lecito il desiderio di punire a morte chi si macchia di orribili crimini) ma soprattutto per le dinamiche seriali messe in campo a sostegno dell'obiettivo da raggiungere. La terza serie propose un capovolgimento della prospettiva: e se Dexter piacesse a tal punto da far nascere spirito di emulazione? La quarta, e forse la migliore, serie sottolineava la nascente preoccupazione del protagonista verso i doveri familiari e come questo potesse conciliarsi con la sua sete assassina. La risposta finale fu tanto spiazzante quanto inaspettata: non si può; sono due mondi che non possono coincidere e che finiranno prima o poi con il distruggersi a vicenda. 
La quinta stagione si è appena conclusa negli USA e nel primo episodio riprende esattamente il filo della quarta: Dexter Morgan ha fallito, non è riuscito a tenere insieme famiglia e sangue e ne consegue che sarà costretto a rimanere solo per sempre. L'inizio di stagione mostrava un evento troppo crudo, perfino per il protagonista e dunque per il pubblico: Dexter, frustrato e sofferente per il suo fallimento, uccide il primo uomo che gli capita a portata di mano e per quanto gli autori ci mostrino un evidente "bad guy", neanche ciò giustifica l'efferato (ennesimo) crimine del nostro Dexter. Da qui si poteva ripartire per una nuova e rischiosissima scommessa su cosa il pubblico è disposto a sopportare ma gli autori non hanno osato e hanno preferito glissare. La vicenda portante della quinta stagione, infatti, è la vendetta e la redenzione. Dexter si convince che per sopportare il dolore di ciò che gli è capitato dovrà aiutare qualcun'altro ad elaborare il medesimo lutto, coinvolgendo una donna (la new-entry Julia Stiles) nella sua fame di sangue. Tra alti e bassi a cui le precedenti serie non ci avevano abituato, la quinta stagione si conclude con una risposta per nulla consolatoria, né per il protagonista né per il pubblico: Dexter è un mostro; non importa il codice d'onore, non importa quanto schifosa sia la vittima che capita sul suo tavolo della morte, ciò che importa è che nulla di quello che il protagonista compie lo porta a sbarazzarsi del suo "passeggero oscuro". Quella voglia di uccidere è sempre lì, è inamovibile, è insaziabile. E' un ritorno alle origini che fa piacere, se così si può dire: le ultime due stagioni sembravano aver assunto un atteggiamento assolutorio su Dexter, mentre il finale della quinta ci riporta con i piedi per terra: il protagonista è un pur sempre un mostro, un assassino ingiustificabile, un emarginato. E' davvero così semplice empatizzare con lui? 
Sarà probabilmente il perno della sesta stagione, nonché valvola di sfogo. La quinta, infatti, ha dovuto necessariamente puntare tutto su Dexter e il terremoto interiore portato dagli eventi della quarta stagione. La sesta, adesso, può tornare a volare ancora più in alto e magari produrre altra meravigliosa letteratura come ha fatto con la quarta. C'è di certo che uno dei grandi interrogativi dei fan, ovvero se Debra Morgan scoprirà mai che suo fratello è un serial killer, sembrava essere stato messo di lato mentre nell'ultimissimo episodio della quinta stagione ritorna prepotente. E al riguardo, i brividi sulla schiena sono assicurati!

26.5.10

Lost - L'isola ha finito con voi

ATTENZIONE: QUESTO POST CONTIENE SPOILER PER CHI NON HA ANCORA VISTO LA FINE DEL SERIAL "LOST".

E' molto difficile considerare soddisfacente il finale di Lost, l'ultimo episodio che mette un punto definitivo alle sei gloriose stagioni di questo serial. Su questo blog ho sempre parlato di Lost in termini "tecnici", se così mi è permesso dire: ne ho sempre sottolineato l'incredibile portata innovativa a livello di narrazione televisiva (e dunque seriale); mi sono sempre concentrato sull'enorme mole di viral marketing che ha accompagnato la produzione delle stagioni, strategie per nulla da sottovalutare; ho voluto riportare come Lost, forte del suo successo, ha imposto un nuovo modo di fruizione del serial televisivo: non più passività da parte dello spettatore ma un coinvolgimento attivo nella ricostruzione della trama e dei diversi strati diegetici. L'unica volta (la prima volta!) che mi sono soffermato sulla trama vera e propria, mi sono concentrato più sui personaggi che sui misteri, afferrando subito le vere intenzioni degli autori, come ho ricordato nel post precedente. Adesso che tutto è finito e il gioco a massacro da parte dei fanatici per ricostruire il tutto si può dire esaurito, si può avviare un'analisi seria della trama stessa e di ciò che ha voluto rappresentare. Un'analisi approssimativa, tendenziosa e soprattutto personale, sia ben chiaro.
Lost, in inglese, assume vari significati. Uno di questi è perdersi, smarrirsi, anche dimenticarsi. In fondo che il titolo del serial non si riferisse alla condizione di naufraghi dei protagonisti lo avevano intuito tutti: ad un certo punto, probabilmente con l'introduzione dei flashforward, era chiaro che i naufraghi dovevano compiere un percorso di redenzione su quella dannata isola, ritrovare sé stessi in una sorta di comunione forzata con i compagni di sventura. "Si vive insieme o si muore da soli" era il motto del loro leader. E' stato in quel momento che avremmo dovuto capire la poca sostanza che i misteri avrebbero avuto nell'economia del tutto: quell'isola esiste, ha una funzione mistica non da poco (garantisce una sorta di equilibrio fra bene e male nel mondo e fa in modo che tutti possano scegliere fra l'uno e l'altro in assoluta libertà) e deve continuare ad esistere. Su quell'isola si sono succedute popolazioni provenienti da ogni dove ed ogni quando, grazie alla capacità dell'isola di spostarsi nello spazio e nel tempo (l'equilibrio metafisico che garantisce non esiste qui e adesso ma è dappertutto). Su quell'isola si succedono dei custodi che, una volta diventati tali, assumono molti poteri, fra i quali quello di decidere le regole dell'isola: se essa può essere scovata, colonizzata (dalla Dharma, per esempio) ed abitata. Quando il custode è stanco di ricoprire quel ruolo, può chiamare a sé chi desidera come sostituto e da lì la storia ricomincia daccapo. Questa è l'isola e tutto ciò che abbiamo visto sin dal primo episodio è l'incredibile battaglia di potere scoppiata tra il custode dell'isola e la sua nemesi: in mezzo a questa battaglia c'erano i naufraghi, chiamati a redimersi dalle loro incasinatissime vite per poter poi decidere liberamente se assumere il ruolo di custodi. In questo senso la storia che si svolge sull'isola è chiarissima e l'ultimissima scena che chiude il tutto è emozionante e completa: Jack assolve il suo compito, si sacrifica per trovare il suo posto nel mondo, ritorna laddove tutto è iniziato e può morire in pace mentre vede l'aereo che riporta a casa i suoi amici: la prima scena fu un occhio che si spalancava, l'ultima non poteva che essere un occhio nell'atto di chiudersi per sempre. Ciò che ha fatto incazzare molti appassionati del serial è ciò che, cronologicamente, succedeva nell'attimo in cui Jack si spegneva: nasceva questa sorta di limbo nel quale tutti coloro che avevano condiviso quell'avventura dovevano affrontare l'ultima prova prima di ritrovarsi ed "andare avanti". Ricordare tutto ciò che era stato, ciò che avevano condiviso e come avevano raggiunto la piena maturità di sé stessi e la coscienza che non si può essere soli nella vita: "la parte più importante della tua vita è stata quella che hai trascorso con queste persone. E' per questo che siete tutti qui: nessuno ce la fa da solo. Hai avuto bisogno di tutti loro e loro hanno avuto bisogno di te." Queste parole, a conclusione dell'episodio, rendono benissimo tutto ciò che è stato. L'incazzatura dei fans deriva dalla sensazione di presa in giro per aver assistito per un'intera stagione ad un'esistenza "altra" (flashsideways) che tale non era in quanto solo frutto della coscienza morta di ciascuno dei protagonisti: incazzatura rispettabilissima e comprensibile. Io stesso non ho gradito tale divagazione "post-mortem" ma credo che questo sia un problema del pubblico europeo, molto meno incline (strano a dirsi) ai concetti metafisici o religiosi di quello americano. Anche se va dato atto a Lindelof e Cuse di aver reso quella sorta di limbo il più neutro possibile: non mi riferisco ai ridicoli riferimenti multireligiosi nella scena finale ma alla proposizione di una vita dopo la morte (l'utopia di tutti gli esseri umani) che non fosse troppo caratterizzata e personalizzata: difatti i protagonisti si ritrovano in una sorta di chiesa della quale, però, ci viene celato l'altare onde evitare una marchiatura troppo religiosa del tutto. Lo stesso Christian Shephard spiega al povero Jack che non stanno lasciando quel posto per andare altrove: semplicemente stanno andando avanti, stanno metabolizzando l'incredibile storia vissuta ed i delicati rapporti che ne sono conseguiti per poter voltare pagina, per lasciare andare, per andare avanti. Un chiaro messaggio degli autori ai loro collaboratori ed al loro pubblico: tutto questo è stato, lo avete condiviso con altre persone che hanno gioito e sofferto delle vostre stesse passioni, ma adesso è finita e non state troppo tempo lì inebetiti a cercare di capire o a sperare che continui; ve la siete goduta, adesso andate avanti. Come dargli torto?
In fondo Lost è stata una delle più rischiose scommesse della tv commerciale, forse il programma che più di ogni altro ha cercato uno spirito epico raramente rintracciabile nel piccolo schermo: decine di personaggi, dozzine di storie sviluppate, temi etici e morali, fede e scienza (e dispiace dirlo, ma per scelta degli autori la prima ha vinto sulla seconda), libero arbitrio. Sono stati sei anni intensi. Pazienza se non c'hanno spiegato tutto, pazienza se ci hanno preso palesemente in giro, in fondo abbiamo fatto il loro gioco così come loro hanno fatto il loro mestiere. Prendiamolo per quello che è stato. Ce la siamo goduta. Adesso andiamo avanti. 

23.5.10

The End

Stanotte sarà finita. Dopo 6 anni, Lost metterà la parola fine alla sua storia e la cosa sta scatenando un putiferio in rete e nel mondo. Perché? Perché gli autori hanno mantenuto fede alle promesse e cioè non hanno spiegato granché dei misteri disseminati nell'arco di 100 e più episodi. Certo, rimane ancora l'episodio finale (doppio con aggiunta di 30 minuti, ringraziando la ABC) ma difficilmente tutto ciò che è stato lasciato in sospeso verrà concluso. Molti ammiratori del serial hanno preso questo atteggiamento come un tradimento, una presa in giro, un'offesa al concetto stesso che sta alla base di Lost. Ovviamente, molti di questi fanatici farebbero bene a farsi una vita e dirottare altrove le proprie frustrazioni piuttosto che su un serial che (per quanto innovativo sia stato) rimane pur sempre un prodotto d'intrattenimento. Molti di questi fanatici non ricordano (o non sanno, beata ignoranza) che neanche Twin Peaks fornì risposte soddisfacenti, anzi rimase praticamente inconcluso eppure dopo 20 anni viene ancora celebrato, viene ancora mandato in onda su tutte le tv ed è ancora capace di attrarre l'attenzione di chi l'ha già visto o di chi lo vede per la prima volta. Questo perché fu capace di innovare, di stupire, perché aprì una breccia nel sistema televisivo dell'epoca e spianò la strada all'era moderna del serial, Lost compreso. 
E infine c'è un'altra cosa: pensare che al centro di Lost ci siano i misteri è fuorviante. Gli autori lo ripetono da mesi che il centro narrativo è tutt'altro e fa piacere scoprire che ne avevo già scritto anni fa perciò mi limiterò a citarmi: "Lost è la storia di un gruppo nutrito di persone che precipita su un'isola. Ciascuno di loro ha un passato che non solo lo collega a qualcun'altro presente sull'isola ma che sembra anche essere buon motivo di una predestinazione a precipitare proprio lì. Il luogo dove si risvegliano dopo l'incidente sembra essere idilliaco ma fin da subito si rivela minaccioso: oscure presenze infestano la giungla, strani esperimenti vengono condotti da persone che già abitavano l'isola. Ogni personaggio, allora, dovrà farsi carico delle proprie esperienze e della propria personalità per cercare di sopravvivere in un posto che tutto sembra tranne che accogliente. Ed ecco, allora, il punto emotivamente più forte di Lost: l'umanità che viene rappresentata, i protagonisti, è un ampio ventaglio di personalità che abitano il nostro mondo e in cui tutti gli spettatori (costante dei serial) possono riconoscere qualcosa di sè stessi. Ma questo va ben oltre il mero tecnicismo di empatia con il pubblico. I protagonisti, dal primo all'ultimo, ingaggiano una battaglia con quelli che sembrano essere elementi soprannaturali (ma a Lost nulla è come sembra) ma in realtà stanno combattendo con le stesse paure che affrontiamo noi nella vita di tutti giorni, in primis la paura della morte e il fortissimo spirito di sopravvivenza che ci contraddistingue. Ognuno di loro deve fare i conti con gli errori del passato, più o meno grandi, riconciliarsi con sè stessi e trovare la forza di andare avanti. Di espiazione si tratta, nulla a che vedere con le religioni anche se Lost, specie nella seconda serie, porta avanti un discorso non indifferente sullo spiritualismo e soprattutto la fede. Ma ciò che tende a sottolineare è il difficile cammino che tutti devono intraprendere per scacciare i demoni di un passato che in quanto tale influenza presente e futuro. Viene dipinta così l'umanità tutta in un microcosmo fanta-avventuruoso dove è prepotente una fortissima carica drammatica. [...] Il quadro finale lo avverto desolante ma umanamente vero: si vive insieme, si muore soli, come viene più volte ripetuto nell'arco narrativo della storia. E' una risposta che non consola ma è la vita stessa a non essere conciliante con le aspirazioni degli individui."
Ovviamente domani, a serie veramente conclusa, torneremo sull'argomento per scriverne con il senno di poi. 

9.3.10

Meglio tardi che mai

A chi ha un minimo di buon senso e di cervello è sempre sembrato che la pirateria non è un cancro da estirpare ma una forma di diffusione multimediale da analizzare e che dovrebbe far riflettere. Se centinaia di migliaia di persone preferiscono scaricare dalla rete l'ultimo episodio di Lost in lingua originale e sottotitolato in italiano da solerti volontari che non ci guadagnano nulla se non la gloria, piuttosto che guardarlo comodamente doppiato ad una sola settimana di distanza dalla messa in onda americana, ecco allora che il problema si fa serio. Quest'ultima idea appariva la risposta migliore al calo di ascolti che le reti tematiche (in questo caso FOX Italia che trasmette su piattaforma Sky) subiscono a causa della prima possibilità di fruizione. Una valida alternativa l'aveva proposta Telecom, offrendo l'ultimo episodio con sole 24 ore di differita in lingua originale e sottotitolato al costo di € 1.99; un'idea innovativa per il mercato italiano e di cui, per ora, non si conoscono i risultati commerciali. FOX Italia, invece, deve aver accusato un calo di ascolti non da poco visto che ha tirato fuori un'altra idea che si configura come storica nel panorama televisivo italiano: continuerà a proporre Lost doppiato ad una settimana di distanza, ma dal 17 marzo tenta il colpo grosso: trasmissione dell'ultimo episodio della serie a sole 24 ore dall'America, in lingua originale e con i sottotitoli in italiano. Idea analoga a quella di Telecom ma stavolta lo spettatore FOX non dovrà pagare per vedere quell'episodio, essendo il canale già compreso nel normale abbonamento sottoscritto. Un'idea che sicuramente andava lanciata prima (vista la portata innovativa) e non a stagione in corso ma evidentemente i dirigenti speravano che una settimana di differita fosse sufficiente a far desistere dal download in rete; si devono essere accorti, invece, che la sete di Lost è tale che lo spettatore non è disposto a rimanere indietro, soprattutto non è disposto ad essere figlio di un dio minore nella comunità di fans che in rete discutono e si confrontano in base alla messa in onda americana, prima cioè di tutti gli altri. 
Tutto questo ci insegna che finalmente c'è qualcuno che preferisce agire piuttosto che lagnarsi di Internet e delle sue armi che danneggerebbero il mercato televisivo e cinematografico; c'è qualcuno che finalmente prende in considerazione anche quella fetta di pubblico che scarica non per il brivido di compiere qualcosa di apparentemente illegale (teoria, questa del brivido, tutta da dimostrare) ma perché non è disposta ad aspettare oltre. Sarà interessante, se saranno resi pubblici, leggere i dati di ascolto della messa in onda di Lost in lingua originale su FOX Italia e confrontarli con la regolare programmazione sul medesimo canale: c'è da scommetterci che i risultati saranno sorprendenti. 
In tutta questa vicenda a perderci è la tv generalista che si ritroverà a mandare in onda un prodotto già scaricato dalla rete, già andato in onda in due modalità diverse sulle reti tematiche, un prodotto insomma visto e stravisto (ecco il motivo dei bassi ascolti di Lost su Raidue, a parte la programmazione infelice proposta dalla rete pubblica). Una colpa di cui la televisione dovrebbe assumersi la responsabilità, visto che ogni prodotto andrebbe proposto per il pubblico a cui mira, con tutto ciò che ne consegue. Invece viene normalmente buttato nel calderone del commercio, senza nessuna strategia connessa. E allora ben gli sta.

P.S. La stessa strategia verrà proposta da FOX Italia anche per la serie Flashforward. Ho preferito soffermarmi solo su Lost perché è quest'ultima che ha smosso le acque; anzi, sarebbe più giusto dire che è il pubblico di Lost ad aver finalmente costretto i pezzi grossi a cambiare l'ordine delle cose.

30.1.10

La prima volta?

La notizia appare banale e invece è una svolta importante nel panorama italiano.
Per la prima volta, a quanto ne so, in Italia viene offerta la possibilità di vedere in streaming un serial americano sottotitolato a sole 24 ore dalla messa in onda oltreoceano. Il serial cult in questione è l'ultima, attesissima stagione di Lost (e chi se non i naufraghi più famosi del mondo potevano smuovere tanto le acque?) la cui season premiere è prevista per il 2 febbraio in America. Il giorno dopo, su un sito creato appositamente da Telecom Italia, verrà offerta la possibilità di vedere lo stesso episodio in lingua originale e sottotitolato in italiano al costo di € 1.99. Il costo viene addebitato direttamente in bolletta agli abbonati Telecom e su carta di credito a tutti gli altri.
L'operazione si è resa possibile grazie ad un accordo tra Telecom e Walt Disney Company. In questo modo l'Italia diventerebbe il primo paese non anglofono a godere dell'ultima serie di Lost, con una differita di sole 24 ore e battendo il record olandese che prevede la messa in onda per il 5 febbraio. Stiamo ovviamente parlando di sistemi legali: che in rete, a distanza di circa 48 ore, è possibile scaricare il nuovo episodio di Lost già bello che sottotitolato lo sappiamo tutti ma è un sistema illegale e che non garantisce la massima qualità della riproduzione. Anche se sul sito Telecom creato apposta per lo streaming di Lost non si parla di dettagli qualitativi, il comunicato stampa ufficiale dell'azienda di telecomunicazioni parla di streaming per pc ad alta risoluzione. Non solo, ma grazie al sistema IPTV è possibile vedere l'episodio direttamente in televisione. Ultima pecca: una visione limitata nelle sole 24 ore successive all'acquisto; non viene specificato quante volte lo si può vedere in quelle 24 ore ma un buon dvd recorder dovrebbe garantirne la registrazione ad uso privato.
Che sia Lost il motore di tutto questo non è un caso. L'hype intorno all'ultima serie sta dando modo di sperimentare nuove modalità di palinsesto, annullando la distanza e la differita con i paesi anglofoni. Ma in Italia mai si era visto un esperimento così innovativo come quello della Telecom: 24 ore per un prodotto qualitativamente alto, sottotitolato e disponibile anche sul televisore è decisamente una novità. Il prezzo, ovviamente, sarà il freno al boom di questa opportunità ma Telecom ha comunque sfondato un muro: se altri la seguiranno, i prezzi cominceranno ad essere competitivi e l'idea di poter godere legalmente di un prodotto ad alta qualità in anteprima potrà scalfire più di una coscienza.
Un'altra cosa curiosa da rimarcare: differita di 24 ore significa avere a disposizione così poco tempo che i responsabili che si occuperanno di sottotitolare gli episodi non faranno altro che riprendere i sottotitoli americani per non udenti, tradurli e riutilizzarli per l'Italia. Che è esattamente il procedimento che permette l'immissione illegale in rete dei serial parlati in lingua straniera. Il mercato che impara dal web, insomma.

19.12.09

"Hello, Dexter Morgan."

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUARTA STAGIONE.

Come avrò occasione di ribadire più avanti, semmai di capolavoro si potrebbe parlare riguardo i prodotti per la televisione, Dexter starebbe sicuramente in cima, forse secondo solo a Lost per innovazione e coraggio di osare. La costante crescita di questo serial ha toccato il suo apice nella appena conclusasi quarta stagione dove la qualità di scrittura e il superamento dei vecchi canoni televisivi hanno raggiunto picchi difficilmente rintracciabili negli ultimi anni di exploit seriale.
Il perno centrale di Dexter è pur sempre lo stesso: violentare la
psiche dello spettatore portandolo a parteggiare ed ad immedesimarsi con un serial killer sociopatico. Se questo spunto si mostrava già fondamentale nella prima stagione, fu nella seconda che avvenne il colpaccio, ovvero quando la trama ed i suoi risvolti furono a tal punto genialmente costruiti da portare lo spettatore addirittura a tifare per quell'assassino di Dexter Morgan ogni qualvolta stava per essere acciuffato. Il terzo ciclo andò addirittura oltre e con il personaggio di Miguel Prado mise in scena il paradosso stesso del serial: l'adorazione e l'immedesimazione con Dexter portano ad una pericolosissima deriva come quella dell'emulazione. Ed eccoci arrivati alla quarta stagione. Fermo restando il centralissimo e meta-televisivo argomento di come la serialità ben scritta possa ottenere dallo spettatore qualsiasi reazione a suo favore, l'ultima stagione è forse la più cupa e la più violenta e come tale mette in mostra tutto il lato più oscuro e sadico del buon Dexter Morgan, che si ritrova a guardarsi nello specchio quando compare sulla scena la sua nemesi, il Trinity Killer (uno stupefacente John Lithgow che meriterebbe qualsiasi tipo di premio per questa interpretazione). I traguardi sociali raggiunti dal protagonista (l'affermazione professionale, la famiglia, la paternità, il buon vicinato) rappresentano un fastidiosissimo ostacolo per quello che rimane un istinto primordiale inarrestabile: Dexter deve uccidere, ne ha bisogno per essere in pace con sé stesso. L'intera stagione si divide tra il suo bisogno malato ed i suoi doveri familiari: Dexter vorrà prima convincersi di poter gestire entrambe le cose e poi comincerà ad accarezzare l'idea che forse, per il bene della famiglia, prima o poi potrebbe anche sforzarsi di cambiare e lasciarsi alle spalle il suo Passeggero Oscuro che lo costringe ad uccidere. Tutto questo, ovviamente, mentre il Trinity Killer incrocerà la sua strada scatenando una serie di azioni che porteranno ad un finale di stagione micidiale, emotivamente potentissimo e straziante come non se ne vedevano da anni. La guerra che Dexter e il Trinity Killer ingaggeranno poco a poco non è solo letteratura ben scritta ma potenzialmente rientra nello schema narrativo seriale di cui gli autori si servono per ottenere il consenso del pubblico; dopo quel finale di stagione (e gli ascolti record premiano) il pubblico medio non avrà più dubbi, non metterà più in discussione Dexter, non vacillerà più davanti alla sua sete sanguinaria. Forse anche per questo l'attrice Carpenter ha ben dichiarato: "alla fine di ogni stagione ci siamo chiesti cosa potevamo fare l'anno prossimo. Adesso la domanda è: cosa NON possiamo fare?"
Se a tutto questo aggiungete un cast in stato di grazia ed una realizzazione tecnica impeccabile e sempre di altissimi livello, allora capirete tutto il mio entusiasmo.

8.10.09

Il nuovo horror in tv?

Tralasciando un giudizio di qualità vero e proprio che meriterebbe un post più approfondito, vorrei appellarmi al popolo di internet per colmare una mia probabile lacuna.

Harper's Island, serie americana attualmente in onda su Raidue, è il primo serial a trasportare in televisione i meccanismi dell'horror moderno?
Mi spiego. Con horror moderno intendo tutto ciò che è venuto dopo Scream, ovvero quello stile horror tipico degli anni '90 che si è svestito dei temi e dei linguaggi americani tipici del genere applicando un nuovo modello, apparentemente molto più pop e leggero ma in realtà ponendosi obiettivi del tutto nuovi. Laddove il "vecchio" cinema horror si sforzava di essere una critica delle ansie sociologiche contemporanee, dopo l'avvento di Scream e simili (So cosa hai fatto, per dirne uno) sembrava aver preso una piega molto più autoriflessiva, più concentrata su sé stessa che sull'esterno: infondo, la trilogia di Scream faceva horror ribaltando gli stessi meccanismi tipici del genere e ritorcendoli contro la trama ed il pubblico e qualcosa di ancora più incisivo il buon Wes Craven l'aveva già tentata con il sottovalutato New Nightmare. Da allora questo nuovo filone è proliferato perdendo ogni controllo (e generando anche numerose parodie) ed imponendosi come "new wave horror". Ecco, Harper's Island ha letteralmente preso questi gingilli e li ha trasposti in televisione, applicando la presunta banalità dei film dell'orrore moderni alla scrittura seriale, producendo qualcosa di effettivamente nuovo per la televisione. Dico nuovo, e qui torniamo alla domanda di cui sopra, perché davvero non ricordo altri serial che abbiano tentato qualcosa del genere. L'horror c'è sempre stato in tv (X-Files fra i più recenti) ma si trattava sempre di trame autoconlusive, di omaggi, di esperimenti; con Harper's Island l'horror moderno diventa il vero e proprio protagonista degli episodi in una storia spalmata su 13 episodi (la stagione dovrebbe rimanere unica).
Sono io che non ricordo precedenti o davvero Harper's Island è il primo?

15.4.09

Shot In The Back Of The Head


Il video della nuova canzone di Moby, diretto da David Lynch. 
Il protagonista del videoclip assomiglia curiosamente a qualcuno! E a detta del musicita, Lynch stesso è stato l'ispirazione per il suo nuovo imminente album.

26.2.09

Uno sguardo altrove: Lie to me

Il cinematografico Tim Roth è il protagonista di Lie to me, nuovaserie (diretta nemica degli ascolti per Lost) che pesca a piene mani dalle tendenze televisive di questi anni e ha molti debiti nei confronti soprattutto di Dr. House.
Il dottor Lightman (Roth) ha fondato un'agenzia di investigazione molto particolare: collabora con l'FBI ma non si occupa di spionaggio, ottiene incarichi dalla polizia ma non deve dare la caccia ai delinquenti. Il dottor Lightman ha fondato il suo successo sugli studi di una vita: l'analisi delle espressioni facciali e corporali, attraverso le quali sa comprendere quando un individuo sta mentendo. Grazie a questa stupefacente capacità, riesce ad indagare laddove le autorità falliscono (macchina della verità compresa, i cui limiti vengono anche spiegati nel corso degli episodi). Ovviamente, una qualità del genere finisce con l'influenzare anche la vita privata: Lightman non sopporta i bugiardi, capisce quando qualcuno mente ma deve anche moralmente decidere quando è il momento di intervenire.
La storia di per sé è avvincente e la frase d'apertura di ogni episodio (gli eventi narrati non corrispondo a fatti reali) ironicamente stride con i volti noti che spesso vengono mostrati come esempi di bugiardi (con particolare insistenza su Bill Clinton!). Tra i punti di forza della serie, oltre quel gran pezzo d'attore di protagonista che si diverte ad esagerare come non mai, c'è sicuramente un contorto discorso sul senso delle bugie e sulla necessità di mentire. "Tutti mentono" ripete in continuazione il Dr. House e da questa considerazione il medico più famoso di oggi tratta con il dovuto disprezzo ogni persona che ha davanti; il Dr. Lightman, invece, intrattiene rapporti più cordiali con gli altri essere umani, non impedendosi di giudicarli ogni qual volta sparano una balla, rendendo molto difficile la convivenza.
Nel meccanismo della serie, inoltre, si instaura un gioco all'apparenza stupido ma che stuzzica più di un corto circuito: quando un personaggio mente, il Dr. Lightman non manca di spiegarci da cosa lo ha capito (e molte di queste cose si ritrovano anche negli studi di psicologia moderni), mettendoci dinanzi al fatto che abbiamo davanti un attore che sta interpretando (e dunque mentendo) un individuo che mente. Riusciamo a smascherare, in qualche modo, il grande inganno della recitazione e possiamo anche intuire lo sforzo che questa richiede, in questo caso ancora di più. L'abilità del serial sta nel ricordarci che questo gioco di finzione tipico dell'attore è in realtà la maschera che ciascuno si porta dietro nella realtà. 
Prima serie in corso negli USA, sono previsti 12 episodi per ora. 

9.1.09

Masters of Horror (6) Anderson

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sounds like di Brad Anderson. Tutta l'esperienza televisiva di Anderson fa ben comprendere perché Sounds like risulti essere uno dei migliori Masters of Horror visti fino ad ora: per il suo essere conciso ed efficace, per la profonda panoramica di personalità che viene presentata in un così breve spazio, per l'idea mai troppo scontata di voler raccontare il lento delirio nel quale scivola il protagonista; soprattutto, lo stile con il quale tutto ciò viene trattato. I primi dieci minuti sembrano un episodio di X-Files proprio per quella capacità di inserirsi lentamente in una storia e in un atmosfera dai sapori cinematografici. La sensazione al termine della visione è di grandissima soddisfazione. A freddo, poi, forse si realizza che quanto visto è stato sì di grande impatto ma profondamente manieristico, quasi una prova d'esame per un diplomando di accademia cinematografica. Poco male: rimane comunque uno dei migliori episodi della saga. E il protagonista è Chris Bauer, attore che mi inquietò non poco all'epoca in cui sbucò da dietro la maschera del feroce aguzzino di 8MM.
*

8.1.09

Dexter Morgan e Miguel Prado

Torniamo a parlare di Dexter, uno dei serial più innovativi e cult del momento che conferma la sua tendenza: temi e personaggi ambigui che vogliono suscitare nello spettatore altrettanta ambiguità e dilemmi morali di non poco conto. Se la sfida delle prime due stagioni era l'identificazione del pubblico con il protagonista (un serial killer sociopatico) e con il suo subdolo codice che rappresenta soltanto la copertura del suo bisogno malato di uccidere, la terza stagione propone un approfondimento di questo gioco introducendo un nuovo personaggio: il vice procuratore Miguel Prado (interpretato dal mitico Jimmy Smits) che viene suo malgrado a conoscenza di Dexter Morgan e delle sue abitudini assassine. Il bello è che il vice procuratore non rimane disgustato da Dexter ma anzi ne subisce il fascino finendo per apprezzare la bugia che copre le azioni del protagonista: la presunta sete di giustizia. Ma così come per Dexter quello è solo un alibi, anche il meccanismo che muove Miguel Prado è dapprima un giustizialismo perverso che finisce nello sfociare in pura violenza. Ad un certo punto della serie, allora, diventa chiaro che il personaggio di Smits rappresenta il pericolo stesso che il personaggio di Dexter e la sua personalità borderline possono esercitare sul pubblico che guarda il serial. Miguel Prado siamo noi, noi che abbiamo avuto il coraggio di identificarci in Dexter e arrivare a giustificare le sue azioni e addirittura a tifare per lui quando rischiava di essere scoperto (vedi la seconda stagione), sottolineando come ciascuno di noi può trasformarsi in un feroce assassino coltivando scuse ed alibi che non servono a giustificarci agli occhi degli altri ma più ad essere in pace con noi stessi e ponendo al centro di tutto il rischio che comporta "aprire certe porte che poi è difficile richiudere".
Il successo di Dexter, infondo, gioca proprio sul talento degli autori di aver messo in scena un personaggio che in fin dei conti è un uomo che si sente solo, tagliato fuori dal resto del mondo, alienato e costretto a nascondersi per paura che il suo vero essere non possa essere accettato dagli altri. Sentimenti di esclusione che un pò tutti hanno provato nella propria vita.

17.12.08

Masters of Horror (5) McKee, Hooper

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sick Girl di Lucky McKee. L'episodio gioca in maniera esplicita con la doppia valenza delle storie horror fin dal titolo: l'etichetta di 'ragazza malata' è affibbiata alla protagonista a causa della sua insana passione per gli insetti che influenza perfino la sua vita sociale, ma lei è anche omosessuale e c'è chi la giudica 'malata' proprio per questo. Ecco allora che tutta la storia si muove su questi due binari, dove le venature horror si intrecciano continuamente con l'umiliazione e la redenzione delle protagoniste non facendosi mancare continue sfumature ironiche e anzi servendosi di queste per non appesantire l'intreccio. Il risultato è uno dei migliori episodi della serie, ottimamente recitato e costruito, che non propone solo domande ma nel finale esprime un giudizio ed una risposta ai temi di fondo.
Dance of the Dead di Tobe Hooper. Il navigato Hooper prende in giro lo spettatore per tutto il tempo facendogli credere che un 'anziano' regista come lui non può che implacabilmente condannare a morte la gioventù americana così sprezzante nei confronti dei valori di convivenza civile, salvo poi ribaltare completamente il punto di vista addossando alla vecchia generazione tutte le colpe di un presente devastato. Le atmosfere post III guerra mondiale e della battaglia batteriologica che l'ha caratterizzata sono affascinanti e ben costruite, fra l'altro con un occhio per nulla antico ma molto moderno. Co-protagonista speciale dell'episodio un Robert Englund gigione e disgustoso al punto giusto, ad esempio quando si fa praticare sesso orale da una non-morta!
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30.11.08

Masters of Horror (4) Gordon

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Il fatto che due degli episodi migliori visti fino ad ora siano entrambi diretti dalla stessa mano un pò mi sorprende. Il regista in questione è Stuart Gordon (quello di Edmond con William H. Macy) che in occasione dei Masters ha adattato due degli autori più famosi ed amati del genere horror.
H.P. Lovecraft's Dreams in the Witch-House di Stuart Gordon. In questa occasione, lo spunto è di trasportare una storia di Lovecraft nell'era moderna e la sfida è riuscitissima. L'episodio ha un ritmo serratissimo, tira in ballo parecchi dei personaggi stereotipi del genere ma senza trasformarli in macchiette, bensì sistemandoli ciascuno al loro posto (e ad un certo punto salta fuori pure il Necronomicon). Gordon, poi, gioca parecchio con il citazionismo e tira le fila dell'intera storia mantenendo alte le suggestioni e promettendo notevoli sobbalzi sulla sedia. Infatti si perdonano generosamente alcuni buchi di sceneggiatura.
The Black Cat di Stuart Gordon. Il regista aveva già mostrato interesse per Edgar Allan Poe nella sua carriera cinetamografica e coglie l'occasione per giocare con la figura dello scrittore e mettere in scena il classico gioco del famoso personaggio d'arte che trae ispirazione e salvezza dalle sue patologie. Ecco che l'alcolismo e i deliri allucinatori di Poe, allora, diventano la base delle sue storie; Gordon riesce a creare un'atmosfera bellissima e ricercata, nella quale spiccano un paio di sequenze davvero notevoli (la crisi artistica di Poe che lancia il paragone tra la peste bianca che sta uccidendo sua moglie e la peste bianca/blocco dello scrittore che sta uccidendo sé stesso, oppure il delirio che lo coglie durante il funerale) e dove dimostra tutta la sua eccellenza nel creare suggestioni che lasciano il segno. La storia non è il massimo dell'originalità ma il risultato finale è parecchio sopra la media dei Masters of Horror visti fino ad ora.
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19.11.08

Masters of Horror (3) Carpenter, Medak, Holland

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Pro-Life di John Carpenter. Il regista, come ha spesso fatto nella sua carriera, la butta in politica e imbastisce un episodio dal ritmo serrato e che, unico fra quelli visti fino ad ora, si sforza di seguire l'unità di luogo, azione e tempo (una regola che andrebbe sempre tenuta ben presente in televisione). La storia se la prende con il fanatismo religioso che spesso sfocia nella violenza e nel bagno di sangue (se a noi la storia ci pare estranea, in America le aggressioni ai medici abortisti sono tristemente frequenti) ma il risultato finale non mantiene le aspettative: dopo un pò la tensione splendidamente imbastita ad inizio episodio inizia a scemare e l'intelligenza della storia con lei.
The Washingtonians di Peter Medak. Oltre a Family, anche questo episodio diretto da Medak la butta sulla satira; ma se Landis andava molto più sul sottile per non forzare il gioco, la storia di Medak è molto meno velata e continuamente critica nei confronti dell'amministrazione Bush. Peccato che nel fare questo utilizzi una trama completamente sopra le righe, volutamente grottesca ma senza veri e propri spunti horror (se non i banchetti cannibali che però arrivano parecchio dopo i momenti farseschi, perdendo dunque tutta la loro capacità 'gore') e che cerca la risata a tutti i costi. Una ricerca di svolta satirica che non è certo estranea al genere horror ma che qui finisce con l'essere eccessiva ed infruttuosa. L'ultima scena (quella del presidente sulla bancanota) strappa la risata più bella di tutte, svelando così il vero tono dell'episodio.
We all scream for ice cream di Tom Holland. Un evidente omaggio al cinema horror anni '80, quello fatto di storie bizzarre che cercavano il mostro dietro le figure più paciose (qui hanno $unito clown più venditore di gelati), alla stregua della ricerca che c'è oggi di trovare il mostro dietro ogni apparecchiatura tecnologica. Ma anche se l'episodio non è certo un successo di regia e che lo spunto iniziale strappa più di una risata involontaria, siamo davanti a tutto un campionario di citazioni e strizzatine d'occhio a quel decennio in cui l'horror (tranne alcune eccezioni) divenne ferocemente pop. Non un grande periodo ma l'episodio è un omaggio sincero e smaliziato e quindi, dal mio punto di vista, riuscitissimo.

Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone - Tsuruta, Landis
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15.11.08

Masters of Horror (2) Tsuruta, Landis

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Dream cruise di Norio Tsuruta. Vuoto di ogni qualsivoglia logica narrativa, recitato male, diretto peggio, noiosissimo, l'episodio di Tsuruta è un insulto all'intelligenza dello spettatore. Banale oltre ogni immaginazione (dopo 5 minuti si è già capito dove si andrà a parare, finale compreso!) ha il suo culmine nella ridicola ricerca di atmosfere claustrofobiche. Imperdonabile.
Family di John Landis. Il migliore degli episodi visti fino ad ora, un piccolo gioiello di costruzione tecnica, lucidissimo nel raccontare la mente perversa di un serial killer e del suo perfetto inserimento nella brillante vita americana moderna (staccionata bianca e giardino non potevano mancare). Arricchito perfino da qualche sottotesto satirico, Family ha pure il pregio di condurre lo spettatore ad un punto prevedibile per poi sorprenderlo con un notevole colpo di scena che, più che destabilizzare, vuole giocare ancora una volta con l'ipocrisia della società contemporanea. A questo punto bisognerebbe riflettere sul fatto che uno dei migliori episodi è stato realizzato da un autore che non si può certo etichettare come regista horror; i suoi colleghi, forse, dovrebbero imparare come farsi ingabbiare in un genere non sia molto salutare. Mantenere la distanza è il miglior modo per osservare ed imparare.

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Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone

11.11.08

The Nirvana Boy

La copertina di Nevermind dei Nirvana del 1991 è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo. Oggi 17enne il protagonista di quella foto, Spencer Elder, rende omaggio alla copertina che gli ha donato un discreto successo (stavolta, però, senza nudità). La storia la trovate nel link al termine del post.(da Corriere.it)

3.11.08

Masters of Horror (1) Carpenter, Argento, Malone

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Cigarette Burns di John Carpenter. Il regista vola alto, tenta un'appassionata e ardita riflessione teorica e perché no filosofica sul cinema, salvo schiantarsi al suolo con un risultato finale al limite dell'imbarazzante. Decisamente un episodio che sfiora in parecchi momenti il ridicolo, con una sceneggiatura paurosamente debole ed inconsistente, malamente interpretato da quasi tutti i protagonisti ed inconsistente nella resa finale. Una sonora delusione.
Jennifer di Dario Argento. Il nostrano regista si butta in una storia complessa per certi aspetti che ricorda un pò Cronenberg per l'uso che fa dei corpi e delle loro pulsioni. Le citazioni si sprecano ma il tono rimane basso, non c'è volontà di stupire ma solo di arrivare alla fine (telefonatissima) salvando il salvabile. Mediocre come il cinema degli ultimi anni di Argento, regge solo l'interessante discorso sulla pochezza umana e la sua incapacità di saper combattere gli istinti più perversi.
The Fair Haired Child di William Malone. Il più compatto dei pochi episodi visti fino ad ora, ha una certa forza nel riproporre gli stereotipi classici del cinema horror inquadrati in una regia piuttosto moderna, che ha molti debiti nei confronti dei videogames horror stile Silent Hill. Un pò ingenuo nel proporre flashbacks come soluzione narrativa per chiarire i punti oscuri della trama, si riscatta nel proporre un mostro di turno decisamente inquietante e in un paio di sequenze che trasmettono qualche brivido: bellissima la scena di estrema violenza preceduta da un lungo momento di schermo nero. Da notare anche la grande attenzione dedicata agli effetti sonori.

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17.10.08

Annozero: la serialità spezzata

Sta avvenendo qualcosa di strano in televisione. E ovviamente faccio riferimento ai serial che io seguo.
Quello che mi sembra stia succedendo non è un buon segnale ma non lo è per i serial in questione (anzi!) ma per la produzione televisiva in generale. Cerco di spiegarmi con pochi esempi che spero siano efficaci.
Dr. House: al termine della terza stagione, il cast del serial viene completamente stravolto; i protagonisti principali (quelli che componevano il team di House, per intenderci) prendono altre direzioni e diventano semplici comparse nell'arco narrativo di tutta la quarta serie. Lost: il quarto ciclo del serial si è concluso ridefinendo completamente i confini temporali sino ad allora visti (e in questo già il finale della terza stagione era stato d'impatto), dando una dimensione completamente nuova alla cronologia dei fatti accaduti, che stanno accadendo, che accadranno. Dexter: il serial killer più famoso della tv si ritrova al termine della seconda stagione ad un passo dalla sedia elettrica ed è costretto a causa di ciò a disfarsi di tutto il suo passato, salvo poi dover ricominciare daccapo a coltivare i proprti istinti, rivalutando in toto i propri metodi e i propri principi. Nip/Tuck: finisce la quarta stagione e l'ambientazione del serial viene completamente trasportata altrove (da Miami a Los Angeles) con i due dottori protagonisti costretti a ricominciare da zero la loro fortunata carriera e a dargli una nuova impostazione, se possibile, ancora più perversa. Desperate Housewives: finisce la quarta serie e ci si proietta cinque anni avanti negli avvenimenti ritrovando le personalità dei personaggi principali completamente stravolte (l'idea del salto temporale, mi suggeriscono, è stata adottata anche da un altro serail, One Tree Hill, che però non seguo e non posso aggiungere come esempio).
L'America televisiva sbanda, insomma. Non nascono più nuove produzioni che partendo dai confini dei serial precedenti si spostano ancora oltre rinnovando di volta in volta il nobile genere dei telefilm. Sono i serial già in onda a mostrare ancora più coraggio e passione di quelli che ancora non sono nati o stanno nascendo, rinnovando dentro di sè stili e linguaggio senza paura di far mancare al proprio target quelle certezze a cui ci si abitua e che sono parte pregnante della serialità (se concordiamo che per serial non s'intende solo una serie di avvenimenti spalmati in più episodi ma la presenza costante di tematiche alle quali ci si interessa e personaggi ai quali ci si affeziona).
Non c'è nuovo che avanza, è il vecchio che si svecchia. Io ci vedo qualcosa di importante (per la produzione televisiva) ed inquietante (la carenza di idee nuove) che potrebbe avere importanti risvolti nel futuro prossimo della tv americana e non.

12.6.08

Uno sguardo altrove: The Kingdom (Riget)

Lars von Trier si ama o si odia. Non ci sono vie di mezzo. Io sono uno di quelli che lo ama pur non condividendone le tematiche di fondo, una su tutte l'onnipresenza celata di spiritualità e di dio nelle sue opere. E The Kingdom, a tal proposito,non fa eccezione perché nella sua ricchezza di contenuti (satira, grottesco, critica sociale, horror...) narra pur sempre di vita dopo la morte, di lotta tra bene e male, di esistenza di un mondo altro che si traduce in fede.
The Kingdom è un serial fondamentale per la televisione ed importantissimo per la carriera di von Trier. Scritto e diretto in tandem con il socio Morten Arnfred, sancisce l'arrivo sugli schermi casalinghi di alcune caratteristiche del Dogma (la fotografia e la povertà dell'immagine) fuse ai più classici linguaggi hollywoodiani (qui von Trier non disdegna lunghi piani sequenza in steadycam o l'uso di effetti sonori e musiche per aumentare la tensione). Il serial sembra in principio essere un racconto horror ma ben presto si trasforma negli ormai celebri eccessi di von Trier di deformazione della realtà e al tempo stesso di sua rappresentazione genuina: la sua critica si rivolge ai sistemi sanitari e all'abisso che spesso divide il medico dal paziente ma ben presto ha il sopravvento il gusto del grottesco per cui non solo i medici fanno più male che bene ma lo fanno facendo ridere, suscitando risate nello spettatore, mettendo in secondo piano la pericolosa immoralità dei loro comportamenti. Nell'ospedale del Regno nessuno sembra sano di mente e basta poco per scatenare il peggio di ciascuno; ovviamente è anche colpa dell'influenza degli spiriti ma fin dall'introduzione che precede ogni episodio è chiara l'intenzione di von Trier: gli uomini di scienza hanno creduto di potere ogni cosa grazie ai loro strumenti e senza alcun barlume di spiritualità. Ecco, appunto: discutibile ma pur sempre una presa di posizione chiara.
Nell'arco di due stagioni di pochi episodi ciascuna assistiamo a tutto ciò in un contesto horror molto serio, di quelli davvero raccapriccianti e spaventosi come non se ne vedono da molto tempo: von Trier, come al solito, si dimostra abilissimo e a suo agio nell'esplorare i più disparati generi e anche qui ci infila aspetti personalissimi per fonderli con i più classici stilemi dell'orrore. La scena finale della prima stagione è impressionante (una donna partorisce un bambino dalle dimensioni di un uomo) mentre su tutta la seconda serie aleggia il personaggio tragico e disgustoso insieme di Fratellino, il bambino nato per essere sacrificato al bene nel modo più orribile. Ovviamente i riferimenti, più o meno celati, a Twin Peaks si sprecano o talvolta sono divertiti ribaltamenti (le introduzioni sibilline della signora del ceppo diventano le chiuse altrettanto bizzarre e non-sense di Lars ad ogni episodio), in ogni caso non sono vere e proprie citazioni ma un rimaneggiamento delle teorie televisive e cinematografiche americane.
Avrebbe dovuto esserci una terza serie ma buona parte del cast è nel frattempo defunta e von Trier ha venduto gli appunti del terzo ciclo a Stephen King in occasione del remake americano del serial (non perdete neanche cinque minuti a recuperarlo). Ma non sappiamo se quegli appunti siano mai stati utilizzati da King. Quello che sappiamo è che The Kingdom non lo vedrete mai in televisione (fatta eccezione per le rassegne di Ghezzi su Raitre a notte fonda) e che rappresenta un'eccellente biglietto da visita di von Trier per l'ormai prossimo Antichrist, il primo film horror del regista danese.

28.5.08

Uno sguardo altrove:In acque profonde di David Lynch

Catching the Big Fish, il libro che porta la firma di David Lynch, è arrivato anche in Italia con il titolo In acque profonde. Non è una vera e propria opera omogenea realizzata dal regista statunitense ma una sorta di raccolta dei suoi pensieri vecchi ed inediti suddivisi in base al tema.
La riuscita del libro è piuttosto singolare: David Lynch parla della sua vita sin da giovane, racconta aneddoti sulla sua carriera e sulla realizzazione dei suoi film; sprizza orgoglio quando narra della sorta di consacrazione ricevuta da Kubrick (che ad alcuni amici produttori confidò di considerare Eraserhead il suo film preferito in assoluto) ed emozione per quando ricorda il primo ed unico incontro avvenuto con Fellini in un ospedale romano, un paio di giorni prima che il regista italiano entrasse in coma senza più svegliarsi; descrive minuziosamente i benefici che ha ricevuto dalla Meditazione Trascendentale e perché vorrebbe che questa fosse praticata da più persone possibili nel mondo, soprattutto i bambini; Lynch scrive di tutto questo e di tanto altro eppure non è una vera e propria autobiografia. Il filo che unisce il tutto è il metodo che Lynch adotta per realizzare i suoi film, per cogliere le idee per le sue opere (ovvero andare a caccia del grande pesce) e ottenere il meglio da esse; la Meditazione Trascendentale. Non solo, ma in alcuni casi Lynch si spinge oltre e spiega come l'impianto che sta alla base di Strade Perdute è il famoso processo ad O.J. Simpson e la sua fuga psicogena, processo dal quale Lynch fu totalmente ossessionato. Non si ha meno fortuna per altre pellicole: spiega ad esempio che una frase della Bibbia rivela l'intero significato di Ereserhead ma subito dopo Lynch aggiunge che non dirà mai a nessuno quella frase; oppure quando, in merito alla scatola blu e rispettiva chiave di Mulholland Drive, non trova altro da dire che: "non ho la più pallida idea di che cosa siano". Altrettanto interessanti sono i momenti metacinematografici: Lynch esprime alcune dichiarazioni forti ("ho chiuso con il cinema inteso come mezzo espressivo; secondo me il cinema è morto") e approfondisce la sua conversione al digitale, cosa lo affascina, quale macchina da presa preferisce. Non solo, ma si prodiga in alcuni piccoli consigli nei confronti dei nuovi e giovani autori che hanno la fortuna, a suo parere, di disporre delle nuove tecnologie che permettono a tutti di fare cinema, a patto che alla base di un progetto ci sia sempre un'idea di cui si è innamorati e che si senta l'urgenza di comunicare agli altri.
In acque profonde è una lettura fondamentale per ogni appasionato di David Lynch, nonchè un trampolino di lancio per chi si vorrebbe avvicinare alla Meditazione Trascendentale. E contiene anche dei momenti molto divertenti e mai narrati (finalmente la verità su come è nato e come si è sviluppato INLAND EMPIRE o la confessione che Kyle MacLachlan è una sorta di suo alter-ego, o ancora come è nata l'idea de La stanza rossa di Twin Peaks).
Misteri rivelati ed altri annunciati.