29.10.09
Cartoline da Roma - 3 (fine)
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28.10.08
Collin Farrel e Gavin O' Connor in conferenza stampa
La battaglia della migliore conferenza stampa la vincono Colin Farrell e Gavin O' Connor per Pride and Glory: affabili, disponibili e per nulla annoiati, i due rispondono come fiumi in piena alle domande dei giornalisti. Al termine Farrell concede molti autografi mentre Gavin O' Connor continua a riprendere tutto con la sua telecamera e scambia quattro chiacchiere con chi gli fa ancora qualche domanda da sotto il palco (ad una ragazza che vuole mandargli soggetti gli dà un indirizzo e-mail).
temi del film ma davvero di tutto. Così si è formato un feeling molto importante tra di me e gli attori che ci ha permesso di lavorare con molta serenità e tenendo a mente gli obiettivi del film." E' vero che Norton è difficile da gestire? "Edward è un grande professionista e spesso nella ricerca delle perfezione può diventare eccessivo, qualche volta sul set lo avrei strozzato. Ma in realtà è una gran brava persona, soprattutto generoso: mi è capitato di chiamarlo la domenica sera (quando non si lavora) e chiedergli una mano per una scena dell'indomani che non mi convinceva e lui subito si precipitava da me. Questo non è da tutti." Sullo stile del film: "i piani sequenza, le soggettive, le macchine da presa a mano sono tutte scelte ben precise per dare allo spettatore l'impressione di essere nella storia e di non stare semplicemente seduto a guardare un film. Abbiamo cercato il realismo: mio padre stesso era un poliziotto di New York quindi sappiamo bene quello che abbiamo messo in scena." E gli amici poliziotti come l'hanno presa? "Hanno apprezzato molto il film."
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25.10.08
Ed Harris e Viggo Mortensen per Appaloosa
“E’ un film che non vuole essere a tutti i costi moderno, un vero e proprio omaggio ai western di un tempo e soprattutto ai personaggi che lo popolavano.” Così Ed Harris presenta la sua creatura, Appaloosa, accolta da un entusiasta applauso alla proiezione riservata per la stampa. Affiancato da Viggo Mortensen, i due vanno orgogliosi del film realizzato e dalla resa dei loro personaggi sul grande schermo.Le domande dei giornalisti vertono su due elementi preponderanti nel film, l’ironia e l’importanza del ruolo maschile a scapito di quello femminile. “L’ironia è assolutamente voluta ed è un merito del romanzo dal quale è tratto il film: l’85% dei dialoghi sono stati tratti dalle pagine scritte così come erano” sottolinea Harris. “La mia preoccupazione come regista era di riprendere soprattutto i paesaggi. Non mi sono sentito sotto pressione durante la lavorazione
se non nelle decisioni di budget: è sempre una responsabilità utilizzare soldi che qualcuno ti ha affidato per girare il film.” Interviene Mortensen: “guardando il film si ha l’impressione di avere avanti un’opera molto costosa, invece è un film costato relativamente poco, quasi un budget da pellicola indipendente.” Un progetto nel quale l’attore ha molto creduto: “un film che vuole solo raccontare una storia e non assumere chissà che posizioni morali. Certe espressioni usate dai protagonisti o certi loro atteggiamenti possono risultare molto poco condivisibili, ma il film è ambientato in un’epoca e in un luogo dove la legge spesso bisognava farla giorno per giorno.”Un film di eroi. E quando qualcuno chiede ad Harris se ci siano ancora di questi eroi in America, la risposta dell’attore e regista è secca: “Abbiamo la Palin, no?”
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24.10.08
8 registi contro la povertà
L'immancabile film di impegno civile di ogni buon festival è qui a Roma nelle vesti di 8, film corale con otto registi diversi: a ciascuno il suo segmento dedicato ad uno degli otto obiettivi mondiali per ridurre la preoccupante povertà che afflige il nostro pianeta. Alla conferenza stampa di presentazione si sente la mancanza di Gus Van Sant (e forse è un bene visto che il segmento più disprezzato sembra essere stato proprio il suo) mentre i registi presenti non si sottragono alle domande e all'importante causa civile che li ha portati verso questo progetto.
Mira Nair "eppure per affrontare il mio episodio, quello della liberazione culturale delle donne, non potevo immaginare storia più adatta." Il giovanissimo Bernal sembra sparire fra i grandi che lo circondano; sprofondato nel suo divano senza l'ausilio del traduttore ("mi sto esercitando con l'italianio") si dichiara molto orgoglioso e fortunato ad aver partecipato ad 8: "non solo per l'onore che si ha ad avere il proprio nome accanto a dei mostri sacri della cinematografia mondiale, ma anche per l'importanza di questo progetto e dei suoi scopi. E' un film che andrebbe fatto girare il più possibile."
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David Cronenberg - Mutazione regista/fotografo
David Cronenberg arriva in notevole ritardo ma si fa perdonare: le sue risposte sono ricche, ben articolate ed approfondite (e comunque nessuno osa sollevare obiezione alcuna al ritardo). E' al Festival di Roma per incontrare il pubblico e presentare una mostra fotografica particolare: 50 immagini tratte dai suoi film digitalmente rielaborate dallo stesso regista (con l'aiuto del figlio Brandon) per trasformarle in nuove opere d'arte, non fotogrammi ma immagini che hanno un'indipendente vita dal film che le ha generate.Gli argomenti sono vari ma il sottofondo è sempre uno: la trasformazione, la mutazione che da sempre ossessiona i suoi film; la risposta del regista è ad effetto: "noi umani non siamo altro che animali che si sforzano in ogni modo di trasformarsi in qualcos'altro che sia distinto dall'animale. Ma ci vorrebbe un bel pò per affrontare questo tema ricorrente dei miei film..." Qualcuno ben pensa di tirare in ballo una vecchia dichiarazione di Cronenberg sull'ultimo film di Kubrick: "è vero, ai tempi ho detto che se Kubrick era morto senza lavorare al missaggio del film, allora quell'ultimo film è da ritenersi incompleto. Il regista si occupa di questi particolari che sono ciò che fanno la differenza; il sonoro, poi, è di una importanza capitale: se provate a vedere un film dove non c'è alcun effetto audio, vi accorgerete di avere davanti qualcosa di anormale, di anomalo. Ecco allora che la cura di queste cose è il mestiere del regista, anche perché anche il più piccolo particolare audio può fare la differenza. Dunque, se Kubrick non si è occupato del missaggio, allora Eyes Wide Shut è da ritenersi incompiuto." E del suo ormai prossimo esordio come autore letterario? "Tempo fa qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere un libro. Il che è curioso perché io sto qui nelle vesti di regista quando invece avrei voluto fare lo scrittore. Allora adesso ho scritto finalmente un libro che vedrà la luce ormai prossimamente in diversi paesi. Il problema è che fino ad ora ho scritto solo 60 pagine e comunque non parlo volentieri dell'argomento. Di certo non sarà un libro alla Stephen King!"
In sala si respira aria di fanatismo, i presenti ridono di gusto alle battute di Cronenberg (soprattutto Anselma Dell'Oglio!). Qualcuno chiede a Cronenberg se ritiene idonea la distinzione tra cinema di nicchia e popolare: "non amo quei termini e non capisco la distinzione. Il compito di un regista è mirare ad un pubblico il più vasto possibile perché si suppone che si abbia un messaggio da veicolare, qualcosa da dire. Non ha senso indirizzarsi solo ad una nicchia" e in questi Cronenberg gioca in casa visto che i suoi film pur avendo una forte componente cerebrale, risultano essere comunque molto popolari. "Una volta Oliver Stone mi ha chiesto cosa si prova ad essere così marginali!"
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23.10.08
Incontro stampa L'uomo che ama: Maria Sole Tognazzi, Favino, Bellucci, Rappaport, Carmen Consoli
L'uomo che ama è il film di apertura di questa terza edizione di Roma. Alla regia c'è Maria Sole Tognazzi che dice di voler "mettere in scena qualcosa di inusuale nella narrativa: la sofferenza per amore dell'uomo. Perché gli uomini che soffrono esistono, solo che non si fanno vedere o non vengono raccontati." Favino, protagonista della pellicola, conferma le intenzioni e gli obiettivi della Tognazzi: "è vero. Anche io ho sofferto, sono stato lasciato oppure ho lasciato, ho sofferto oppure ho fatto soffrire. E' una realtà che è stata raccontata già altre volte: la differenza la fa il modo in cui viene raccontata. Credo che Maria Sole abbia utilizzato un approccio inedito." Ksenia Rappaport, suggerita da un giornalista, tira in ballo nomi importanti come Checov ma la Tognazzi subito si schernisce. Gran parte dell'attenzione è per Monica Bellucci (e per gran parte dell'attenzione si intende le domande più sceme che un giornalista cinematografico possa fare) ma l'attrice ce la mette tutta per schivare certe idiozie facili da dire e cerca di spostare l'attenzione sul film: "è un film importante anche dal punto di vista femminile; mette in scena non solo la sofferenza di Favino ma anche quella femminile, in questo caso del mio personaggio nel quale ho riconosciuto molte delle mie fragilità. Maria Sole è una mia amica e credo che abbia inserito parte di me nella donna che interpreto." Presente in sala anche Carmen Consoli che firma la colonna sonora del film: "è la mia prima volta e abbiamo adottato un metodo un pò inusuale. Alcune canzoni erano pronte ancora a riprese in corso" e infatti, dice la Tognazzi, gli attori ascoltavano i brani come fase preparatoria all'interpretazione. "Sta di fatto che sono stata molto coinvolta da ciò che viene narrato" continua la Consoli "e mi sono ritrovata ad amare l'uomo che ama. L'ho sentito diventare una parte di me."
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22.10.08
Al Pacino: guardate che gli avete fatto fare!
Puntuale come suo solito (“sul set sono sempre puntuale, tranne una volta che arrivai in ritardo. E quella fu l’unica volta che Lee Strasberg mi rimproverò”), affascinante come non ci si aspetterebbe, Al Pacino emana grandezza e autorevolezza anche nell’incontro con la stampa. Il tono della sua voce è sempre controllatissimo, dosato, studiato (“spesso mi ritrovo a recitare anche nella vita di tutti i giorni e allora in molti mi rimproverano ‘smettila di fingere’”), sale o scende di tono come un grande teatrante e ciò nonostante non disturba, non se la tira, semplicemente è il suo mestiere e non può farci nulla.Al Pacino parla molto e a lungo, ad ogni domanda si ottiene una risposta che è risposta a molte altre domande. Ringrazia per il premio alla carriera conferitogli – “è un onore per me ricevere questo premio a questo punto della mia carriera, proprio perché è un’occasione per guardarsi indietro e riflettere su ciò che si è fatto” – e parla molto volentieri dell’Actor’s Studio, delle sue regole e dei suoi sistemi: “è gratuito, se passi l’audizione ne diventi membro a vita ed è una vera e grande scuola di recitazione. Io l’ho vissuta negli anni ’60, quando la regia delle prove era di Elia Kazan, quando il nostro maestro era Lee Strasberg. Non facevamo altro che ripetere le stesse scene moltissime volte, fin quando l’essenza del personaggio ci entrava dentro. Il primo trucco è imparare le battute: fatto quello, puoi procedere sul resto lasciandoti andare, dando
la tua impronta al personaggio che stai interpretando. Per poi abbandonarlo quando tutto è finito. Un tempo, quando ero più giovane, mi risultava difficile svestirmi del mio personaggio a fine riprese; poi ho capito che è qualcosa che va fatto con molta naturalezza e in maniera decisa. Tant’è che quando mi sono ritrovato a dover ripredere un personaggio, magari a due mesi di distanza per dover ripetere delle scene, mi risultava molto difficile rientrare nella parte. Una volta ho addirittura confuso due diverse parti di Shakespeare sul palcoscenico.” Il teatro per Pacino rimane il primo e grande amore: “lo preferisco al cinema per la sua immediatezza, per il coinvolgimento dal vivo del pubblico. E’ da lì che ho cominciato e non l’ho mai abbandonato.” Pacino porta in dote i primi minuti della sua nuova regia e promette che magari l’anno prossima verrà a presentare il film nella sua interezza: “è un lavoro che mi sta costando molta fatica, sono già al terzo anno di lavorazione ma dovremmo essere quasi alla fine.” Come ci si aspetterebbe, Pacino è molto affabile, anche autoironico e davvero non sai quando sta mentendo (vedi: recitando) e quando è sé stesso. Qualcuno gli chiede se si sente un migliore attore in età matura e parte un lungo aneddoto su un misterioso attore e sulla grande ispirazione che si ha al momento e dunque sull’ininfluenza dell’eta su determinate cose. Ma alla fine è categorico: “cosa ci insegna tutto questo? Niente!”L’incontro è stato questo, un puro fiume di grande personalità. Al termine si aveva la netta impressione di aver assistito a qualcosa di grandioso (una conferenza!) e poter dire “io c’ero”
diventa motivo di infantile orgoglio. Quando sono riuscito ad avvicinarlo e a stringergli la mano per lunghi, interminabili secondi (mi ha guardato negli occhi, si aspettava che dicessi qualcosa ma io ero lì totalmente imbambolato e allora mi ha detto: “thank you for coming here” !!) mi sono addirittura commosso: un monumento vivente del cinema era lì ed è stato generosissimo nell’esprimere le sue opinioni, le sue riflessioni, i suoi ricordi.Quando un tizio stupidissimo (credo fosse l’equivalente inglese degli inviati de Le iene) gli ha urlato “Obama or McCain?”, Pacino si è illuminato in un grande sorriso e ha scandito: “O-ba-ma!”Il resto è stato un affollatissimo red carpet (con contestazione generalmente pacifica di un centro sociale chiuso da Alemanno) che ha anche dato una netta impressione di quello che è diventato e diventerà questo RomeFilmFest. Ma queste considerazioni le lascio ad un altro post. Perché non so se si è capito ma io… ho incontrato Al Pacino!
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14.2.08
Incontro ravvicinato: Paolo Buonvino
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29.10.07
Cartolina da Roma, Film Fest 2007 (III)
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29.9.07
Trailers FilmFest 2007
Terza ed ultima giornata per il Trailers Film Fest. Al workshop mattutino, i ragazzi della Saatchi & Saatchi mettono a punto il trailer realizzato con gli studenti della facoltà, raccogliendo proposte e suggerimenti. Il risultato finale, che sarà affinato nel pomeriggio, verrà proiettato questa sera nel Gala di chiusura del Festival.Nel pomeriggio, la serie di incontri si apre con Osvaldo De Santis, carismatico Presidente e Amministratore Delegato della 20TH Century Fox Italia, che imposta il suo intervento sulle nuove tecnologie e i nuovi media. Un campo, dice, "dove ciò che nasce è già vecchio. Quando leggete di una tecnologia nuova, in quel momento quella è già vecchia. Per questo è importante che i giovani si impegnino ad operare in questo campo. Soprattutto perchè proprio fra queste cose non esiste autorità che tenga." Per quanto riguarda la Fox, De Santis pone l'accento sulla realtà Sky, "una tv satellitare multi-target che ci permette buoni investimenti e con profitto, un profitto utile anche al cinema: la maggior parte degli abbonati Sky acquista il pacchetto calcio ma per pudore non ha il coraggio di tornare a casa senza quello cinema. Gli abbonamenti, inoltre, sono la colonna portante di questa realtà: la pubblicità occupa solo il 20% dei nostri guadagni e questo ci consente di non bombardare gli spettatori. La Fox Italia, inoltre, è molto rispettata anche in Italia dove esportiamo perfino idee. Fox Crimes è una realtà tutta italiana che ha avuto successo anche in America; così come la strutta del nostro sito internet (coniato nel '97) è stata da modello per quello americano. Questo ci garantisce anche una certa indipendenza: ad esempio, la Fox Italia si è schierata contro la guerra in Iraq al contrario della Fox americana che ne è a favore. Si tratta di osare; osare è qualcosa che ripaga." Riguardo il cinema: "è una forma di aggregazione e su questo bisogna puntare, pur mantenendo una certa indipendenza dall'America. Ad esempio, noi abbiamo cambiato spesso i titoli dei film e i loro trailer proprio perchè cerchiamo di adattare il prodotto all'Italia. Abbiamo avuto lunghe discussioni sul trailer di Borat o sul titolo di Era mio padre; alla fine abbiamo vinto per sfinimento ma i risultati ci hanno dato ragione. Anche nel doppiaggio lo facciamo: talvolta ci capita di riscrivere i dialoghi di un film per adattarli meglio alla cultura italiana." Questo non snatura l'idea artistica iniziale? "Sarò brutale: siamo money-maker. Ci interessa solo avere un ritorno produttivo." E come è stata l'esperienza de I Simpson? "Formidabile. Un grande ed enorme successo che ha portato nei cinema non solo gli appassionati ma anche chi non aveva mai visto il serial. Anche lì, ad esempio, il doppiaggio è essenziale: adattiamo i personaggi con dei dialetti o accenti regionali del nostro paese e alla gente piace."
La seconda giornata del Trailers Film Fest si apre con l'appuntamento dedicato al workshop condotto dai professionisti della Saatchi & Saatchi; nel particolare, si è simulato un brief con il committente del trailer dopodiché si è passati ad un dibattito aperto dove si è cercato di focalizzare i punti di forza e quelli deboli del film (In memoria di me), in modo da tracciare una direzione per il trailer da comporsi.
Oggi ha avuto inizio la V edizione del Trailers Film Festival, una tre giorni catanese dedicata al cinema e nel particolare alla produzione dei trailer cinematografici. Il Festival si compone di un concorso volto a premiare il miglior trailer italiano, europeo e mondiale più una serie di incontri con prestigiose professionalità del mondo del cinema.Questa prima giornata ha preso il via alle 10.00 con l'inizio del workshop presentato dalla Saatchi & Saatchi Moving Pictures che mette a disposizione professionisti e mezzi ai studenti dell'Università di Catania per imparare come si produce un trailer, sia a livello teorico che a livello pratico visto che il workshop mira alla produzione di un vero e proprio trailer da proiettarsi nella serata conclusiva.
A seguire è stata la volta dell'incontro con Paolo Ferrari, Presidente e Amministratore Delegato della Warner Bros Entertainment Italia. Fra le tante cose, Ferrari discute di trailer e di come si sia affermata la tendenza ad importare i trailer di film stranieri anche in Italia senza produrne di propri: "è difficile cambiare il trailer; si sono accorciati i tempi d'uscita dei film tra un paese e l'altro e i tempi per una tale operazione sono troppo lunghi." E dell'esportazione del cinema italiano all'estero? "E' un problema di gusti. In America, ad esempio, hanno gusti troppo differenti dai nostri per poter apprezzare il cinema italiano. Ed è anche un problema di lingua: l'italiano non è internazionale come lo può essere l'inglese; allo stesso modo, i francesi hanno sbocchi anche in Canada, gli spagnoli in Sud America, hanno un bacino d'utenza insomma molto più grande. Il nostro, invece, è un mercato piccolo." Riguardo al doppiaggio: "Si discute spesso di mandare in sala i film in lingua originale sottotitolati. E' un esperimento che abbiamo tentato, ad esempio con una quindicina di copie dell'ultimo Harry Potter, ma i risultati sono stati molto deludenti. L'abitudine di doppiare è troppo radicata in Italia per poter essere sostituita e tutto sommato non credo ci sia grande richiesta."
In serata ci sarà la proiezione dei trailers in concorso e a seguire l'anteprima dell'ultimo film di Neil Jordan, Il buio nell'anima, con Jodie Foster. Domani il secondo appuntamento.
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29.7.07
Incontro ravvicinato: Franco Battiato, Niente è come sembra
In occasione del festival internazione Cinema di Frontiera di Marzamemi (Sr), Franco Battiato ha partecipato ad un dibattito sulla sua carriera da regista e sull'uscita imminente del terzo film Niente è come sembra.
cino per il ruolo, ne avrei guadagnato in visibilità ma non in correttezza. Non è in base al calcolo economico che vanno scelti gli attori. Jodorowski era perfetto, un grande talento. Enrico Ghezzi venne a trovarmi sul set e disse "lui è proprio Beethoven". Quando abbiamo girato Musikanten aveva i tarocchi in tasca e diceva di saper leggere le carte. Non ha voluto leggere niente su Beethoven per non essere influenzato. Questo suo leggere i tarocchi lo ritroverete in Niente è come sembra." Ecco, del nuovo film cosa si può dire? "Che inizia con YouTube ed il protagonista, un professore di antropologia ateo, che parla di sé. Si ritroverà, poi, in una discussione mistica." Durante il dibattito, sono volati accostamenti tra Battiato e Bunuel ("uno dei miei punti di riferimento") e poi è spuntato pure il nome di Lynch, accostato a Battiato dal protagonista di Niente è come sembra, Giulio Brogi. Infine, secondo Battiato, Niente è come sembra conclude una ideale trilogia filmica (insieme a PerdutoAmor e Musikanten) dedicata alla spiritualità.
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13.5.07
Incontro ravvicinato: Francesco Rosi
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9.1.07
Incontro ravvicinato: Giovanni Veronesi, Carlo Verdone, Sergio Rubini, Riccardo Scamarcio, Fabio Volo e Dario Bandiera presentano Manuale d'amore 2
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15.9.06
Incontro Ravvicinato: sul set con Roberto Faenza
Su un set cinematografico c’è un’aria magica, è innegabile. Si respira elettricità allo stato puro; vedi la frenesia trasformarsi in arte e come in un balletto di danza classica, decine di elementi che si muovono in perfetta armonia per lavorare ad incastro. Su un set cinematografico perfino gli imprevisti diventano utili e se un cane randagio si intrufola fra gli attori, tanto vale accudirlo
fino al prossimo ciak e lasciarlo entrare in scena in modo che quest’ultima sia ancora più realistica. Su un set cinematografico è decisamente emozionante quando l’assistente alla regia imbraccia il megafono ed urla: “Motori!” E allora tutti corrono ai loro posti, si prega di fare silenzio a chi si accalca sulle transenne per vedere il divo di turno. Ecco che la magia cresce, l’elettricità aumenta. Il direttore della fotografia infila un occhio nella cinepresa, il regista si muove (nervosamente?) avanti ed indietro sul set per poi andarsi a piantare dietro la cinepresa e seguire il tutto dal piccolo monitor. Ed eccolo che arriva: “Azione!” Una carrozza parte per il suo breve tragitto, figuranti che indossano suggestivi costumi passeggiano nella piazza, gli attori recitano la loro parte una, cinque, dieci volte, campo e controcampo, finché la luce va via e il regista non può che dirsi soddisfatto. La giornata, anche oggi, è finita.
Sono stato sul set de I viceré, prossimo film di Roberto Faenza, fra i più attesi dell’imminente stagione. Il film, tratto dal romanzo di Federico De Roberto, è ambientato per lo più a Catania ed è proprio in questa città che si svolgono il più delle riprese fra alcuni dei luoghi più suggestivi del centro storico, fra cui Piazza Duomo (dove ho seguito il lavoro del set per un giorno) o il Monastero dei Benedettini di Piazza Dante (ovvero la mia facoltà). Roberto Faenza si dichiara entusiasta di questo progetto, sottolinea che il romanzo I viceré è altrettanto importante de Il Gattopardo ed è soddisfatto sia del cast (fra cui Alessandro Preziosi, Cristiana Capotondi, Lucia Bosé, Lando Buzzanca) sia dell’idea di lanciare dapprima l’opera nelle sale cinematografiche e subito dopo in
una versione più lunga per la televisione, in pieno stile fiction. Un po’ quello che accadrà per il film Caravaggio di cui abbiamo già parlato in occasione dell’incontro con Vittorio Storaro. Per I viceré la costumista è la due volte premio Oscar (Barry Lyndon, Momenti di gloria) Milena Canonero, il direttore della fotografia è Maurizio Calvesi.Infine, ho chiesto a Faenza come si trova a lavorare a Catania. “Molto bene, il posto è bellissimo e la gente è solare, molto simpatica e generosa.”A sera le luci si spengono, il set torna ad essere una bellissima piazza pedonale. Che peccato, la magia per oggi è già finita.
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23.5.06
A tavola con Vittorio Storaro
Appuntamento alle 20.30 e in cose del genere non si fa mai tardi. Vittorio Storaro arriva puntuale e si siede al suo tavolo per l’aperitivo in compagnia di 5 persone. Quando gli vengo presentato mi guarda con simpatia, mi chiede il mio nome e poi, lasciandomi sinceramente sbalordito perché non speravo in tanto, mi invita a sedersi al suo tavolo, proprio al suo fianco. Mentre saluta i suoi commensali, ogni tanto si volta verso di me e mi dice sorridendo: “Stai buono che ora mi dedico subito a te.” Arriva l’aperitivo, allunga il suo bicchiere verso di me e brindiamo alla salute. Il tempo di ordinare la cena e poi si dedica completamente a me. Ha l’aria affabile, molto schietta, mi guarda fisso negli occhi quando parla (e nella breve distanza a cui eravamo mi faceva sentire piuttosto intimidito) e muove spesso le mani. Mi chiede cosa studio e timidamente rispondo, dopodiché passo al contrattacco.Chiedo al maestro Storaro se, innanzitutto, la Sicilia e in particolare il castello Maniace della mia città, Siracusa, siano stati dei buoni set per la fiction televisiva su Caravaggio a cui sta lavorando come, ovviamente, direttore della fotografia. “Si,” risponde “ci siamo trovati molto bene. Abbiamo girato al castello Maniace come fosse la fortezza di Malta da cui Caravaggio fuggì rocambolescamente. Abbiamo girato anche ad Augusta, in un bellissimo castello diroccato.” Ho letto, chiedo, che ha aderito a questo progetto con entusiasmo perché vedeva ottimi spazi per continuare la sua opera di studio sugli elementi a lei tanto cari, l’ombra e la luce. “Si, la figura di Caravaggio e la sua arte sono ottimi materiali per il mio lavoro. Del resto è lo
stesso Caravaggio ad offrire ampie ispirazioni. Lei conosce Caravaggio?” Annuisco imbarazzato, per sommi capi aggiungo. “Ecco, dovrebbe approfondire la conoscenza, anche perché gli studi che le scuole e le università offrono al riguardo non approfondiscono abbastanza la sua grandezza. Le scuole si limitano ad insegnare la tecnica, tralasciando la filosofia e l’arte che si cela dietro ai grandi autori. Dico che è giusto studiare la tecnica e le moderne tecnologie, ma anche andare oltre e saper trovare nuovi stimoli. Io l’ho fatto per tutta una vita, tutta una carriera dedicata allo studio dell’ombra e della luce, ai significati che possono assumere ed esprimere i colori. Un lavoro lungo una vita culminato nella trilogia ‘Scrivere con la luce’ che è un po’ la summa di tutta la mia vita. “ Negli studi qui al sud siamo piuttosto penalizzati, mancano le grandi accademie e le grandi università dedicate. “Si, ma ci sono anche personalità come me che girano l’Italia realizzando seminari e tenendo lezioni per trasmettere il proprio sapere a chi ama questo lavoro. Anche adesso sto portando in giro una mostra fotografica con immagini tratte dalla mia trilogia ‘Scrivere con la luce’ e sono scatti appositamente realizzati per questi libri, non tratti dai film a cui ho lavorato. Sono due discorsi ben diversi che tendo sempre a separare: la cinemato-grafia dalla foto-grafia.”Il resto della serata prosegue su questa riga. Storaro mi confida che a questo punto della sua carriera non sa se proseguire nel suo lavoro o dedicarsi completamente all’insegnamento e alla scrittura di libri, anche se, ammette, la seconda possibilità gli sembra più interessante. Continua a parlare, è davvero gentile e disponibile, mi chiede dei miei studi e dei miei professori, anche per capire se sono personalità che lui conosce. Mi dice che se ci avessero presentati prima, mi avrebbe portato sul set perchè gli piace portarsi giovani dietro per insegnare loro qualcosa sul campo. A questo punto gli chiedo se sarebbe interessato a portare la sua mostra fotografica nella mia facoltà; lui si mostra entusiasta e (meraviglia!) mi dà il suo biglietto da visita con i suoi contatti personali per realizzare al più presto la cosa, impegnandosi non solo per la mostra ma ad accompagnarla lui personalmente con un seminario. E’ stato il culmine di una serata meravigliosa.

Al termine, mi congedo per non arrecare ulteriore disturbo; mi concede un autografo (non ho avuto il coraggio di chiederglielo, è stato lui di sua spontanea volontà!) e mi augura ogni meglio per la mia aspirante carriera nel cinema. Quando faccio per andarmene, lui, quasi come nei film dove le grandi personalità si congedano sempre con una frase ad effetto, mi dice: “Ricordati Massimo che per arrivare dove sono arrivato io ci si deve credere davvero; amare questo mestiere e crederci davvero. Anche io sono arrivato ad un certo punto della vita in cui sentivo che non sarei riuscito a combinare nulla, eppure ci ho creduto e ce l’ho fatta. Ti auguro la stessa cosa.”
E’ come se avesse letto nei miei occhi la mia disperata passione per il cinema e la frustrazione nell’essere così lontano dalle grandi città dove il cinema si fa sul serio. Le sue parole sono per me un augurio caro. Spero di risentirlo presto. Da domani, intanto, attivo tutti i canali necessari per organizzare la mostra. Contattarlo personalmente per organizzare la cosa sarà un altro grande onore per me.
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10.5.06
Incontro ravvicinato:Marco Bellocchio e Donatella Finocchiaro.
L’incontro con il regista Marco Bellocchio e l’attrice Donatella Finocchiaro si svolge in un’atmosfera di assoluta informalità. Il dibattito è incentrato sul discorso della psiche e del suo rapporto con il cinema di Bellocchio ma il discorso si sposta presto sul suo ultimo film, Il regista di matrimoni ora nelle sale, e l’autore, seppur nella sinteticità e nella durezza che lo contraddistinguono, accetta di buon grado di sviscerare la sua ultima opera e la sua filmografia in generale.La psiche. “Il discorso psiche è ovvio nel cinema, quasi naturale” esordisce Bellocchio. “La rappresentazione dei rapporti umani, al cinema, non è una sterile foto ma un’interpretazione. Lo stesso psichiatra, con il suo mestiere, non si limita ad analizzare ma ad interpretare il paziente. Il mio interesse sulla sfera della psiche non è artistico; quando sono entrato in analisi, non era per interesse dettato dal mio lavoro ma per cura personale. Alcune scuole sostengono che la malattia mentale non esista, che siamo tutti un po’ pazzi; io credo fermamente nell’esistenza della malattia mentale e che si può e si deve curare. La storia ce lo ha dimostrato, i pazzi sono in ogni classe sociale e io stesso volevo essere più sano di quanto non fossi. Ne Il regista di matrimoni, Castellitto capisce che la sua vita è a un vicolo cieco: non ha un buon rapporto con la figlia che sta per sposarsi infelicemente, non è soddisfatto della sua carriera appiattita. Fugge al sud verso una nuova dimensione a lui estranea (la Sicilia di Cefalù). Il suo problema, capirà, è riconquistare la sua vita e la sua personalità prima che la carriera. Non è interessato ai premi, a lui preme rialzare la qualità della sua vita.”
Il regista morto. Nel film, appare un regista che si finge morto perché solo in quel modo crede di poter ottenere gli ambiti premi artistici che non ha mai avuto. “Incarna un’angoscia, un’urgenza di riconoscimento tipica dell’uomo” ci spiega Bellocchio “ma ancor più tipica dell’artista. Il suo problema è una vera patologia e per raggiungere i suoi fini si finge addirittura morto. Ma sentirà il fallimento di questo trucco comprendendo che senza una forte identità non c’è successo morale, né successo riconosciuto."
“L’Italia è un mondo di morti”. E’ una frase ricorrente nel film. Bellocchio dice di averla scritta in modo spontaneo, senza particolari significati. Il suo modo di lavorare (ispirato a Vigo e a Bunuel fra gli altri) è “l’inconscio che salta il processo razionale. E’ una frase ricorrente nel film perché colpisce ed ha diversi significati. Per esempio, religioso: morire per essere riconosciuti, dunque essere considerati nel momento stesso in cui non puoi più dare fastidio a nessuno, è un procedimento tipicamente religioso. Ha un significato artistico: per esempio, il David di Donatello a Girotti giunse solo dopo la sua morte, come ebbe a dire lo stesso Ozpetek che lo diresse in quel bel ruolo (La finestra di fronte, N.d.R.). Inoltre, la frase vuol sottolineare come nella società italiana moderna, culturalmente non c’è niente di nuovo, siamo troppo ancorati al passato.”
L’identità. Alcune scene del film suggeriscono anche una crisi d’identità, sia dell’autore che dello spettatore che sta guardando. “Quando faccio un film, non voglio dimostrare nulla” commenta il regista. “L’idea di fondo di alcune scene è che ormai la nostra vita è costantemente controllata, anche e soprattutto dalle telecamere. Un concetto antico quanto la religione: l’idea di un dio che ti segue e ti vede ovunque è di una violenza estrema e devastante. E’ un problema serio della nostra società.” Donatella Finocchiaro si aggiunge al dibattito: “Il mio personaggio non corrispondeva anagraficamente alla sceneggiatura di Marco, ma dopo il provino lui ha cambiato il personaggio per adattarlo meglio a me. Il discorso sull’identità è profondo in questo film; è un film dai forti spunti comici ma dà anche molto da pensare.” Bellocchio spiega meglio come è andata la scelta della Finocchiaro: “E’ vero, il personaggio era diverso ma più che adattarlo a Donatella, il suo provino mi ha fatto capire che il personaggio funzionava meglio da donna che non da ragazzina. Infatti, i provini alle giovani attrici non mi piacquero per nulla.”
Il non-detto. “Nel film c’è questo mistero, i due protagonisti sembrano già conoscersi al loro primo
incontro. Tutto questo meccanismo veniva meglio esplicato in alcune scene che però al montaggio (anche sotto consiglio di Castellitto) sono state tagliate; questo per valorizzare il non-detto. Il pubblico è martoriato dalla tv, si tende troppo a spiegare tutto, trascurando la bellezza del non-detto. Ecco, il film ha mirato a ridurre di molto le parole; anche al montaggio abbiamo mirato a questo, ad un lavoro di sottrazione maggiore che nei miei film precedenti.”I padri. “Il personaggio di Castellitto è deluso da se stesso più che da sua figlia. Il personaggio del principe, invece, è un personaggio enigmatico, un provocatore, un personaggio assunto come lo fu il Conte de L’ora di religione.”
Gli animali. “Nel film ci sono questi cani che sono la vera e propria prova di coraggio che Castellitto deve affrontare per raggiungere la sua agognata principessa. E’ quasi un elemento fiabesco. I pesciolini rossi nell’acquasantiera non hanno un preciso significato, sono reminiscenze da bambino, quasi un elemento giocoso."
Aldo Moro. Si torna a parlare del discusso Buongiorno, notte e sulla rappresentazione della figura di Aldo Moro. “Con quel film non ho voluto entrare nel politico. Ho semplicemente visto, in quella storia, un prigioniero trattato crudelmente da 4 individui folli. La mia immaginaria liberazione di Moro alla fine è il sogno di una libertà universale, affiancata all’immagine della vera cronaca. La mia è stata una scelta d’infedeltà storica per esprimere un sentimento diffuso, una voglia di libertà."
Tematiche decadenti. Qualcuno contesta a Bellocchio un eccessivo decadentismo nelle tematiche del film che vengono poi snaturate nel finale. “Non condivido affatto questa chiave di lettura, è una tesi infondata. Il movimento vitale del protagonista non avviene alla fine ma inizia molto prima, già quando il regista abbandona la produzione del suo film. E durante tutto il film lui cerca di reagire, non di subire. Non c’è decadenza e non c’è neppure un vero lieto fine nei fatti."
Da dove nasce l’immagine. “E’ una domanda che non ha risposta. Un film nasce da un qualcosa che un significato forte e a cui si assegna un’immagine. Il mio stesso film nasce da una scena a cui io ho stesso assistito: ero in vacanza qui in Sicilia e vidi questa coppia di sposi che venivano diretti in spiaggia, tutto
molto meccanico, quasi innaturale. Io vedevo in questi due sposi delle persone che avevano già accettato di sottostare a determinate regole della vita e per questo erano profondamente infelici. Dunque, i miei film partono dall’istanza morale ma dalla bellezza di un significato.”Il lavoro con l’attore. “Abbiamo iniziato a studiare il personaggio molto presto” dice la Finocchiaro del suo ruolo. “Nei minimi particolari, anche nei movimenti e nel vestiario e perfino in questo Marco si è dimostrato un buon direttore. La principessa è un personaggio che ha un certa alterigia ma non scortese; è una specie di nobildonna decadente che esprime la sua nobiltà nei gesti e nel modo di vestirsi. E’ un personaggio bellissimo. E Bellocchio è un fantastico regista che dialoga molto con i suoi attori."
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Massimo Manuel
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9.3.06
Anteprima Musikanten, con Franco Battiato
Franco BattiatoArriva in sala entrando dall’ingresso del pubblico, si mischia alla folla, non si sottrae a strette di mano, foto e autografi. Si mostra grato al pubblico e (come sempre) non ha nessuna velleità da intellettuale o artista. E’ la terza volta che incontro Franco Battiato ma è la prima come regista e le aspettative sono alte. Si pensava ad un’anteprima in grande stile; invece siamo in un cinema appartato e Battiato sale sul palco per soli cinque minuti, per un semplice discorso introduttivo al film. “L’impatto del film potrebbe essere forte, i critici non si risparmiano eppure i gusti sono cosa strana. Ricordo di una volta, saranno stati trenta anni fa, che mi recai in una piccola città della Turchia, fui invitato ad esibirmi ad un festival. Ero l’ultimo in scaletta e per tre ore non ascoltai altro che musica straniante, bruttissima, che mi sfiancava, eppure l’arena era gremita. Quando arrivò il mio turno, iniziai a produrre un suono basso con la mia tastiera e ad alzarlo lentamente, per due minuti di fila. Quando terminai e riaprii gli occhi, l’arena si era svuotata! Ovviamente, spero non succeda stasera.” Basterebbe questo a svelare la breve cinematografia di Franco Battiato. Ancora un breve aneddoto sulla critica: “Mi diverte leggere sempre nuovi articoli sul mio film; c’è Merenghetti, quello che scrive i dizionari del cinema, che fu uno dei primi a massacrarmi a Venezia, quando disse che il mio film era ostico, che appariva alieno nel panorama del cinema moderno. Lui cercava di offendermi eppure quello per me costituiva un gran complimento. Ultimamente ha un po’ riveduto il suo giudizio e questo mi dispiace, preferivo quello originale!”
Dal palco, per me che sono in prima fila, Battiato appare ancora più alto e imponente di quanto non sia già; quando sprigiona la sua ironia, è dissacrante.
Il film sarà nei cinema dal 10 marzo. Ancora due parole del regista: “Buona visione.”

Musikanten di Franco Battiato
(2005) Ita
Il secondo film di Battiato si fonda su un complesso pretesto: la volontà dell’autore di raccontare gli ultimi anni di vita di Beethoven attraverso la storia di una giornalista che si sottopone ad un ipnosi regressiva e scopre di aver vissuto in un’epoca precedente molto più vicino al genio della musica di quanto possa pensare. Per questo il film si svela in tre parti: la prima ai giorni nostri, con la giornalista e il suo collega che preparano un mistico ed acuto programma televisivo (che somiglia molto al programma realizzato per la tv satellitare dallo stesso Battiato); la seconda ci porta all’epoca di Beethoven, ai suoi ultimi anni, alla malattia devastante, per un musicista, della sordità e delle amicizie che lo circondavano; nella terza si ritorna alla realtà, dove la giornalista si risveglia e trova il mondo devastato da un inquietante Partito Democratico Mondiale che puzza di dittatura lontano un miglio. In certi momenti la regia sfiora i limiti del Dogma di von Trier, dialoghi apparentemente fuori luogo, montaggio sferzante e uso (eccessivo decisamente e questo dispiace) della macchina da presa a mano. Ciò che più colpisce (e personalmente diverte) è lo straniante effetto di balzo temporale, dove la rappresentazione del passato risulta essere molto meno farsesca e più moderna di quella dei giorni nostri. Certo, qualche scena è quasi destabilizzante, ti lascia perplesso, così come l’uso bizzarro di soggettive e inserti narrati al limite del documentario, ma nell’insieme tutto acquista senso, pur lasciando un punto interrogativo sul mistero a base di reincarnazione della protagonista. L’interpretazione di Jodorowski è meravigliosa, dipinge un Beethoven tenero e geniale, fedelissimo all’originale da quanto ci è dato sapere, anche grazie ad alcune intuizioni di regia per niente male; spicca anche Gifuni, quasi di più della collega Bergamasco.
Non si pensi che un film su Beethoven non possa ancorarsi alla realtà; è pur sempre un’opera di Franco Battiato! Determinati accenni alla politica e l’inquietante finale dittatoriale ci ricordano che il cinema può farci viaggiare in epoche lontane e farci vivere intense emozioni ma alla fine è sempre al presente che si ritorna. Non dimentichiamolo.
scritto e diretto da
Massimo Manuel
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27.2.06
In viaggio con il comico
Inizio con il dire che non sono riuscito a porre neanche una domanda a Verdone (e una sola ne volevo fare!). Per il resto, è stato un incontro cordiale e carino, molto più rapido di quello di marzo scorso ma comunque interessante. 
Si chiede a Silvio quanto di autobiografico c'è nei suoi personaggi: "come per tanti altri coetanei, la mia adolescenza è stata un'esperienza angosciante, molto traumatica. Lavorare davanti una macchina da presa è stato un modo per esorcizzare le mie paure e la mia adolescenza, grazie all'affettuoso sostegno di mio fratello Gabriele con cui ho esordito sia come attore che come autore. Poi ho anche capito che dovevo crescere e allora ho deciso di impegnarmi e di studiare sul set che è la migliore scuola per un attore. Mi sono anche tolto la 'zeppola' seppur a fatica! Fino ad approdare a questo film dove ho tratteggiato un personaggio totalmente lontano da me, un personaggio privo delle insicurezze e delle goffagini dei miei personaggi precedenti, caratteristiche che mi sono proprie perchè io ho grossi problemi ad avere a che fare con moltitudini di persone; anche in questo momento, mi si perdoni la frase poco consona ad una facoltà, ma a stare qui a parlare mi sto cagando sotto!"
stato a dir poco traumatico renderci conto della situazione, un vero terremoto! Tutto ciò non mi sembra un tema banale ma importante per la società. L'unica cosa che abbiamo in meno rispetto ai grandi del passato sono gli sceneggiatori veri, in Italia ormai saranno due o tre e niente più."
stato piuttosto la rimpatriata di dieci anni dopo con i compagni di classe che è stata sconcertante, tutti che volevano fare ancora i ragazzini e che volevano continuare a fare scherzi da ragazzini. Quell'avvenimento mi ispirò il film Compagni di scuola che probabilmente è stato uno dei più cattivi che io abbia mai fatto." Ancora un aneddoto: "Anche io ho avuto i miei traumi a scuola, avevo un professore di matematica severissimo, un vero incubo e i miei compagni, imbrogliando, facevano sempre in modo che toccasse a me essere interrogato.
Essendo intimorito dal professore, ovviamente andavo male e prendevo brutti voti finchè un giorno...vabbè, ve lo dico, che mi frega, poi magari la magistratura mi indagherà...un giorno ho preso di nascosto il registro del professore e ho falsificato i miei voti mettendomi la sufficienza per tutto l'anno. Fu un gesto dettato dalla disperazione!" Risate (soprattutto di Muccino quando Carlo fa l'imitazione del severo prof) e applausi.
comodo andare in giro a fare promozione, per noi è altrettanto piacevole avere l'opportunità di incontrare professionisti del mestiere. Avrei voluto chiedere una cosa a Verdone ma la vigilanza è stata tempestiva e non ci ha concesso di fare domande ma solo autografi e strette di mano. Sarà per la prossima volta.
scritto e diretto da
Massimo Manuel
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