28.3.10

Mine vaganti


Mine vaganti di Ferzan Ozpetek

(2010) ITA

Dopo il bellissimo Saturno contro e il meno fortunato Un giorno perfetto, è evidente che Ferzan Ozpetek ha voluto una ventata di commedia e leggerezza per il suo nuovo film, senza però rinunciare a quei momenti a suo modo poetici e profondi che sono un po' la sua cifra stilistica. Questo Mine vaganti rappresenta lo slancio del regista verso un film più spensierato e meno impegnativo del solito che però gioca d'equilibrio tra la commedia ed il dramma, comprimendo quest'ultima parte in una serie di momenti meno tesi del solito ma piuttosto lasciati scoppiare in farsa. Perfino la componente omosessuale, tanto cara all'autore, viene questa volta relegata a semplice cornice; il motivo scatenante del tutto è sì il dichiararsi gay dei protagonisti ma ben presto questo dettaglio va relegandosi sullo sfondo lasciando che ad occupare la scena siano le dinamiche familiari, il rapporto che si instaura fra parenti e soprattutto gli obblighi ed i doveri che ad essi ci legano e che troppo spesso ci soffocano. Il mondo gay viene solo guardato dall'esterno, come fosse una scheggia impazzita che all'improvviso compare in un universo altro non abituato a certe cose e per questo motivo genera macchiette. 
Anche questa volta Ozpetek sceglie la sottrazione ma se in Saturno contro erano i dialoghi ad essere volutamente superflui, questa volta è la regia a mantenersi su toni più contenuti lasciando che a narrare siano le scene, forse le più parlate nel cinema di Ozpetek. E per il resto niente di nuovo: come sempre, le storie di Ozpetek non sembrano risolversi; vi è sì una sorta di risoluzione per i protagonisti, molto più positiva del solito, ma le porte rimangono aperte perché l'autore si innamora a tal punto dei suoi personaggi da non lasciarli chiusi nei titoli di coda, li lascia liberi di continuare a vivere.
Sarà il mio debole per i film corali, ma pur non rappresentando nulla di nuovo nel cinema di Ozpetek, questo Mine vaganti mi è piaciuto perché fa sorridere con il cuore anche se il tema di fondo (oltre le scelte che ci rendono ciò che siamo) è l'amore, una volta tanto non sofferto e sacrificato ma salvifico, liberatorio ed appagante. Non la solita menata esistenzialista all'italiana. E poi Ozpetek dirige gli attori in maniera egregia e ha mantenuto la promessa: a quella critica di massa che qualche mese fa scrisse di non poterne più delle sue tavolate, ha risposto riempiendo il film di scene chiave girate fra una portata e l'altra. 

9.3.10

Meglio tardi che mai

A chi ha un minimo di buon senso e di cervello è sempre sembrato che la pirateria non è un cancro da estirpare ma una forma di diffusione multimediale da analizzare e che dovrebbe far riflettere. Se centinaia di migliaia di persone preferiscono scaricare dalla rete l'ultimo episodio di Lost in lingua originale e sottotitolato in italiano da solerti volontari che non ci guadagnano nulla se non la gloria, piuttosto che guardarlo comodamente doppiato ad una sola settimana di distanza dalla messa in onda americana, ecco allora che il problema si fa serio. Quest'ultima idea appariva la risposta migliore al calo di ascolti che le reti tematiche (in questo caso FOX Italia che trasmette su piattaforma Sky) subiscono a causa della prima possibilità di fruizione. Una valida alternativa l'aveva proposta Telecom, offrendo l'ultimo episodio con sole 24 ore di differita in lingua originale e sottotitolato al costo di € 1.99; un'idea innovativa per il mercato italiano e di cui, per ora, non si conoscono i risultati commerciali. FOX Italia, invece, deve aver accusato un calo di ascolti non da poco visto che ha tirato fuori un'altra idea che si configura come storica nel panorama televisivo italiano: continuerà a proporre Lost doppiato ad una settimana di distanza, ma dal 17 marzo tenta il colpo grosso: trasmissione dell'ultimo episodio della serie a sole 24 ore dall'America, in lingua originale e con i sottotitoli in italiano. Idea analoga a quella di Telecom ma stavolta lo spettatore FOX non dovrà pagare per vedere quell'episodio, essendo il canale già compreso nel normale abbonamento sottoscritto. Un'idea che sicuramente andava lanciata prima (vista la portata innovativa) e non a stagione in corso ma evidentemente i dirigenti speravano che una settimana di differita fosse sufficiente a far desistere dal download in rete; si devono essere accorti, invece, che la sete di Lost è tale che lo spettatore non è disposto a rimanere indietro, soprattutto non è disposto ad essere figlio di un dio minore nella comunità di fans che in rete discutono e si confrontano in base alla messa in onda americana, prima cioè di tutti gli altri. 
Tutto questo ci insegna che finalmente c'è qualcuno che preferisce agire piuttosto che lagnarsi di Internet e delle sue armi che danneggerebbero il mercato televisivo e cinematografico; c'è qualcuno che finalmente prende in considerazione anche quella fetta di pubblico che scarica non per il brivido di compiere qualcosa di apparentemente illegale (teoria, questa del brivido, tutta da dimostrare) ma perché non è disposta ad aspettare oltre. Sarà interessante, se saranno resi pubblici, leggere i dati di ascolto della messa in onda di Lost in lingua originale su FOX Italia e confrontarli con la regolare programmazione sul medesimo canale: c'è da scommetterci che i risultati saranno sorprendenti. 
In tutta questa vicenda a perderci è la tv generalista che si ritroverà a mandare in onda un prodotto già scaricato dalla rete, già andato in onda in due modalità diverse sulle reti tematiche, un prodotto insomma visto e stravisto (ecco il motivo dei bassi ascolti di Lost su Raidue, a parte la programmazione infelice proposta dalla rete pubblica). Una colpa di cui la televisione dovrebbe assumersi la responsabilità, visto che ogni prodotto andrebbe proposto per il pubblico a cui mira, con tutto ciò che ne consegue. Invece viene normalmente buttato nel calderone del commercio, senza nessuna strategia connessa. E allora ben gli sta.

P.S. La stessa strategia verrà proposta da FOX Italia anche per la serie Flashforward. Ho preferito soffermarmi solo su Lost perché è quest'ultima che ha smosso le acque; anzi, sarebbe più giusto dire che è il pubblico di Lost ad aver finalmente costretto i pezzi grossi a cambiare l'ordine delle cose.

7.3.10

Oscar 2010

Mancano poche ore agli Oscar 2010. In attesa del verdetto e delle conseguenti riflessioni, ecco qui sotto i dieci titoli che concorrono come miglior film. Quelli cliccabili sono quelli che ho visto, potete leggere quello che ne ho scritto. 
Suggerite i vostri pronostici o fate i vostri commenti.

6.3.10

District 9

District 9 di Neill Blomkamp
(2009) Usa\New Zeland

Eccolo qua il vero outsider degli Oscar 2010, in una certa maniera molto più anomalo di Bastardi senza gloria. E' District 9 la vera nemesi di Avatar, nel senso che entrambi narrano in un certo modo la stessa cosa ma con risultati decisamente diversi. Mentre Avatar è banalotto e scontato ma si salva per essere un progetto d'intrattenimento che sfrutta un nuovo modo di fare cinema, District 9 ha una messa in scena più classica ma presupposti molto più virtuosi ed interessanti. L'idea originalissima è di narrare i problemi dell'integrazione, dell'immigrazione e della diversità fra razze in un luogo che di questi problemi ne ha avuti parecchi (Sudafrica) e da un punto di vista decisamente anomalo, quello di una gigantesca popolazione aliena che si ritrova bloccata a Johannesburg perché non riesce più a mettere in moto l'astronave per tornare a casa e per questo motivo deve integrarsi con gli abitanti del luogo. Il problema è che gli uomini finiranno per ghettizzarli in un "district 9" proprio come i neri lo erano in un "district 6" durante l'apartheid. Questo splendido corto circuito tematico si fonde alla storia del protagonista, un uomo sgradevole e razzista che si ritrova invischiato in qualcosa di più grande di lui e che ben presto passerà dall'altra parte, quella dei discriminati, dovendo rivedere per sempre le sue priorità ma non per questo migliorandosi come persona. Viene dunque soddisfatta la sete di cinema d'azione per il pubblico meno esigente ma è altrettanto saziata la metafora politica della vicenda, che però va lentamente scemando verso la fine lasciando lo spettatore solo con le sue considerazioni. 
Il regista sceglie di raccontare tutto ciò con uno stile documentaristico che forse non è esattamente la scelta più felice anche se comprensibile: il tutto dà all'opera un'aurea di autenticità, non tanto ai fatti narrati quanto alle dinamiche che si scatenano in determinate situazioni. Ma ad un certo punto si avverte confusione sulla realtà oggettiva proposta dal regista e quella ipoteticamente documentata dalle videocamere, tant'è che quando nel film arriva il momento di far prevalere la prima sulla seconda ci si sente ulteriormente forzati ad accettare un "patto" che ha già richiesto un bello sforzo da parte dello spettatore. Rimane comunque un film interessantissimo e per nulla banale, con degli effetti speciali (curati dalla Weta di Jackson) capaci di proporre un'interazione tra uomini e creature digitali che ha un qualcosa di simpaticamente vintage. 

The Hurt Locker


The Hurt Locker di Kathryn Bigelow
(2008) USA

Il problema di The Hurt Locker è politico. Si può realizzare un film di guerra senza dargli un contesto ben preciso? In The Hurt Locker vediamo le truppe americane in azione, in un territorio ostile e popolato da facce arabe che potrebbero nascondere continue minacce. Il film non si pone minimamente il problema di contestualizzare tutto ciò: perché gli americani sono lì, chi ce li ha mandati, perché la popolazione del luogo sembra così ferocemente ostile; tutto ciò è lasciato alla cultura dello spettatore e se lo sa, bene; se non lo sa, pazienza. Si potrebbe obiettare che il film non vuole assumere nessuna posizione politica ma soltanto raccontare la storia di un uomo così malato di adrenalina da sentirsi vivo solo a contatto con la guerra e con le bombe. E a parte che questo è proprio l'aspetto più debole della storia, è ben più grave che per un pretesto del genere si tirino in balli i morti militari e civili. Il punto di vista più controverso del film è che, quasi quasi, sembra essere una pellicola militarista, ponendosi così controcorrente nel cinema di genere dove i grandi film sono sempre stati antimilitaristi. Tralasciando questa perniciosa interpretazione facilmente attaccabile, il punto è un altro: i grandi film di guerra del passato ti raccontavano come una cosa orribile come un conflitto bellico potesse cambiare e sfregiare per sempre gli individui coinvolti negli scontri; c'era, cioè, un'idea di racconto che narrava emotivamente una verità ampiamente documentata. In The Hurt Locker, invece, i personaggi sono come sono fin dalla prima scena: non crescono psicologicamente e non sembrano soffrire la guerra, vivono solo in attesa del congedo e nella speranza di poter tornare a casa con ancora tutti gli arti attaccati al corpo. Per questo motivo il film soffre di una certa stanchezza, soprattutto nella parte centrale, provocando più di uno sbadiglio. L'unico guizzo è la coda del film, la scena dei cereali al supermercato, vera esemplificazione di come il protagonista non è fatto per vivere in un mondo libero e democratico ma è nato per ricevere ordini, per compiere azioni spericolate in nome di... di non si sa che cosa! Bella messa in scena, pessima metafora.
Ecco perché il problema del film è politico: vuol narrare qualcosa ma sfrutta l'onda emotiva di qualcos'altro per ottenere clamore, proponendo tesi difficilmente difendibili. L'intelligente regia della Bigelow, la sua capacità di messa in scena, la sua bravura nel raccontare un mondo prettamente machista, non sono elementi necessari a salvare il film dalle sue numerose debolezze d'impianto. 

Up


Up di P. Doctor, B. Peterson
(2009) USA

Pensavo che WALL-E fosse la cima delle idee Pixar ed invece Up è un altro passo avanti verso la sperimentazione e l'innovazione, i veri marchi di fabbrica del colosso cinematografico. Sono due film diversi, a ben guardare: WALL-E era forse più rivoluzionario in termini di regia e l'iper-realismo che il suo digitale raggiungeva voleva ottenere il massimo della resa nell'interpretazione di personaggi inesistenti. Up, invece, pur realizzando un film d'animazione dove la regia gioca un ruolo fondamentale (vedi le bellissime scene mute, dove il montaggio, le musiche, la mimica degli "attori", le scelte fotografiche sono cinema allo stato puro), sembra piantare radici in una solidissima sceneggiatura che non si perde in fronzoli e contorni (la necessità di non annoiare il pubblico più giovane sembra essere una limitazione positiva, se questi sono i risultati) ma va dritto al cuore pulsante della narrazione ed al suo protagonista, questo splendido vecchietto vedovo e scontroso, vero anti-personaggio per un film di animazione. Fra l'altro, il tipico bilanciamento di elementi per non scontentare nessuno (né i bambini né il pubblico più adulto che li accompagna, perché sembra che siano ancora pochi i giovani e gli adulti che vedono un film Disney o Pixar senza il preconcetto che si tratti di film per mocciosi) riesce benissimo anche stavolta così come era accaduto con WALL-E
Ecco, allora, che ben si comprende la nomination agli Oscar di Up come miglior film perché di questo si tratta: non può essere considerato un film diverso dagli altri solo perché d'animazione. Up è un film completo, è cinema nel senso più significativo e pieno del termine, emoziona alla grande e costruisce una narrazione mai banale e prolissa ma anzi fatta di gesti, oggetti, azioni che esplicitano le psicologie e i sentimenti dei protagonisti. Un autentico capolavoro del genere che ha molto da insegnare a tutto quel cinema sentimentale e d'intrattenimento contemporaneo che annaspa disperato. Il mio unico rimpianto è non averlo visto in 3D, perché magari anche in questo era riuscito a costruire un discorso innovativo ed importante. 

24.2.10

Amabili resti


Lovely bones di Peter Jackson
(2009) Usa\Uk\New Zeland

Atteso al varco dopo il mezzo flop di King Kong che seguiva il successo universale della trilogia tolkeniana, Peter Jackson abbandona l'Australia e torna in terra americana per il difficile adattamento di Amabili resti, romanzo cult che affronta la storia di un assassinio dal punto di vista della vittima dopo la morte. 
Il film segue due binari paralleli: da una parte c'è l'adolescente uccisa che veglia sui propri cari da una sorta di limbo che precede il paradiso, dall'altra c'è la famiglia sconvolta dal brutale omicidio che cerca, ciascuno a suo modo, di tirare avanti. Ciò che concerne la prima idea è quanto di più scontato ci si poteva aspettare: Jackson dipinge un'aldilà molto new-age e dai colori sgargianti, indefinito e incompleto e per questo incapace di emozionare; c'è da crederci quando Jackson confessa di non credere in una vera e propria vita dopo lo morte in quanto proprio queste parti sono le meno ispirate del film. Al contrario, la seconda idea è fortissima e piena di intuizioni interessanti: la caratterizzazione dello spietato serial killer di Stanley Tucci si affianca ad una serie di idee cinematografiche potentissime che riescono ad attualizzare tecniche di suspence e di narrazione molto tradizionali, donando al genere nuove prospettive di messa in scena; a tal proposito, il segmento più significativo è l'intrusione della sorella della vittima nella casa dell'assassino: il crescendo emotivo si fa forte di calcolati silenzi e particolari in primissimo piano (nel guardare il dito che scorre sulle pagine si ha l'impressione di assistere ad una scena girata da Hitchcock con le moderne tecniche di ripresa). Altro punto a favore della pellicola è l'assunto finale al quale mira: al termine della storia, dopo aver dovuto sopportare una patetica scena alla Ghost e dopo aver rinunciato intelligentemente ad un'effettiva conclusione dell'aspetto thriller della storia, si comprende che l'autore ha voluto narrare di un tema antico ma comune a tutti come l'elaborazione del lutto; la bellissima intuizione, in nuce al romanzo, è di raccontarlo dal punto di vista della vittima. Ecco allora che gli amabili resti sono i legami che non riusciamo a spezzare, neanche quando è la vita stessa ad imporci una saggia recisione. 
Nel suo complesso il film è ben riuscito. La regia di Jackson perde colpi solo nelle parti "paradisiache" della storia mentre è salda e lucidissima in quelle "terrene". Molte scene sono perfettamente costruite ed ampiamente aiutate nella resa finale da una magnifica colonna sonora firmata Brian Eno. 

18.2.10

Paranormal Activity

(2007) USA

Un film costato quindicimila dollari e che ne incassa duecento milioni ha già vinto a metà. Che questo film, poi, sia una boiata è tutt'altro discorso. Il problema è che buona parte dei cinefili che lo vanno a guardare si mangiano le mani perché pensano che una cosa del genere la potevano fare anche loro e che anche loro potevano impressionare Spielberg a tal punto da farsi sponsorizzare il film, ottenere un successo ai botteghini e guadagnarsi abbastanza fiducia da lanciarsi a capofitto nel prossimo progetto disponendo di un budget ben più ricco. Perciò diffidate da chi boccia il film senza remore: queste persone appartengono alla suddetta categoria e ad un'altra che comprende quel pubblico non disposto ad accettare un film amatoriale nel quale ben poco accade. Se si vuole fare un'analisi seria, bisogna concentrarsi innanzitutto su cosa questo film rappresenta. Al di là che faccia paura o meno (il terrore in sala è un fattore soggettivo, non basta l'etichetta horror a rendere un film pauroso, conosco gente che si è fatta grasse risate con L'esorcista o Shining), Paranormal Activity rappresenta una frattura nelle regole della messa in scena; questo potrebbe apparire banale ma il discorso si fa interessante se, guardandolo, ci si accorge che tutti i canoni narrativi tipici dell'horror sono intatti. E' solo la messa in scena ad essere alternativa ma il racconto è pressoché tipico nel suo genere. 
Il film di Oren Peli infrange le regole cinematografiche per necessità: si libera della zavorra tecnica e produttiva per mancanza di fondi e punta dritto all'intrattenimento puro, al disperato bisogno delle persone di esorcizzare le proprie paure vedendole proiettate sul grande schermo e diventa biglietto da visita per una carriera da regista. Fra l'altro il film non è così deludente come si dice in giro ma è troppo carico di aspettative: in molte parti è addirittura noioso e dura molto più di quanto dovrebbe pur essendo abbastanza breve, ma lo spettatore vive in funzione delle riprese notturne, quando sa che si spaventerà e sa che qualcosa, per forza di cose, accadrà. E' una costruzione narrativa perfetta e in questo vince, ma non è originale e non lascerà alcun segno.
Non aspettatevi altro, non è il trionfo di un nuovo metodo cinematografico, non ripetiamo gli errori fatti con The Blair Witch Project. Sono il passaparola ed il marketing che stanno mietendo vittime ma queste sono due cose delle quali non ci si dovrebbe mai fidare. 

16.2.10

An Education

An Education di Lone Scherfig
(2009) UK

La leggerezza con la quale si snoda il racconto è probabilmente il più grande pregio di questa pellicola candidata all'Oscar. Sulla carta rischiava di rimanere una melensa storia di formazione condita da episodi scandalosi inerenti il rapporto tra la protagonista adolescente e il suo più maturo seduttore. La storia fra i due, invece, non scade mai nel banale o nell'ipocrita provocazione per immagini ma anzi è talmente pudica e tenera da commuovere. E comunque non è neanche il tema centrale del film, perché a ben guardare è il contesto storico il vero protagonista della narrazione. La cornice culturale inglese nella quale tutto prende piede è un momento cruciale della storia contemporanea, è antecedente le grandi rivoluzioni del '68 ma sfiora la fine dell'età dell'oro inglese; è quel momento sul quale ancora oggi la società inglese si interroga, foriera di ambiziosi slanci, troppi dei quali sono stati sonore delusioni. In questo periodo nel quale le donne non si sono ancora emancipate e devono sudarsi istruzione e ruolo sociale si snoda l'educazione della protagonista, vero prototipo della donna del '68, alla quale può contrapporsi la figura dell'insegnante Olivia Williams, vittima proprio di quel sistema che la Mulligan si sta preparando a combattere. La sua sete di conoscenza, necessaria alla sopravvivenza, si scontra con l'appagamento dei propri sensi e la ricerca del divertimento, quel mettere l'io davanti a tutto che sarà uno dei risultati peggiori del '68. Su questo il film assume una posizione netta, non revisionista e non reazionaria: si limita a fotografare quel che è stato e se qualcuno ci vedrà un attacco alle istanze della più grande rivoluzione culturale del '900 starà guardando il film con estrema malizia (o incolpevole ignoranza).
Al film non mancano spiacevoli cadute in basso (la rappresentazione manieristica della Francia, la conclusione un po' arrangiata e sporcata dalla voce fuori campo) ma la regista ottiene il meglio dai suoi attori, su tutti un magnifico Alfred Molina che incarna l'altra grande faccia della pellicola, il rapporto tra genitori e figli, tra le aspirazioni ed i sacrifici dei primi e il desiderio di non deluderli senza annullare la propria personalità dei secondi. 

30.1.10

La prima volta?

La notizia appare banale e invece è una svolta importante nel panorama italiano.
Per la prima volta, a quanto ne so, in Italia viene offerta la possibilità di vedere in streaming un serial americano sottotitolato a sole 24 ore dalla messa in onda oltreoceano. Il serial cult in questione è l'ultima, attesissima stagione di Lost (e chi se non i naufraghi più famosi del mondo potevano smuovere tanto le acque?) la cui season premiere è prevista per il 2 febbraio in America. Il giorno dopo, su un sito creato appositamente da Telecom Italia, verrà offerta la possibilità di vedere lo stesso episodio in lingua originale e sottotitolato in italiano al costo di € 1.99. Il costo viene addebitato direttamente in bolletta agli abbonati Telecom e su carta di credito a tutti gli altri.
L'operazione si è resa possibile grazie ad un accordo tra Telecom e Walt Disney Company. In questo modo l'Italia diventerebbe il primo paese non anglofono a godere dell'ultima serie di Lost, con una differita di sole 24 ore e battendo il record olandese che prevede la messa in onda per il 5 febbraio. Stiamo ovviamente parlando di sistemi legali: che in rete, a distanza di circa 48 ore, è possibile scaricare il nuovo episodio di Lost già bello che sottotitolato lo sappiamo tutti ma è un sistema illegale e che non garantisce la massima qualità della riproduzione. Anche se sul sito Telecom creato apposta per lo streaming di Lost non si parla di dettagli qualitativi, il comunicato stampa ufficiale dell'azienda di telecomunicazioni parla di streaming per pc ad alta risoluzione. Non solo, ma grazie al sistema IPTV è possibile vedere l'episodio direttamente in televisione. Ultima pecca: una visione limitata nelle sole 24 ore successive all'acquisto; non viene specificato quante volte lo si può vedere in quelle 24 ore ma un buon dvd recorder dovrebbe garantirne la registrazione ad uso privato.
Che sia Lost il motore di tutto questo non è un caso. L'hype intorno all'ultima serie sta dando modo di sperimentare nuove modalità di palinsesto, annullando la distanza e la differita con i paesi anglofoni. Ma in Italia mai si era visto un esperimento così innovativo come quello della Telecom: 24 ore per un prodotto qualitativamente alto, sottotitolato e disponibile anche sul televisore è decisamente una novità. Il prezzo, ovviamente, sarà il freno al boom di questa opportunità ma Telecom ha comunque sfondato un muro: se altri la seguiranno, i prezzi cominceranno ad essere competitivi e l'idea di poter godere legalmente di un prodotto ad alta qualità in anteprima potrà scalfire più di una coscienza.
Un'altra cosa curiosa da rimarcare: differita di 24 ore significa avere a disposizione così poco tempo che i responsabili che si occuperanno di sottotitolare gli episodi non faranno altro che riprendere i sottotitoli americani per non udenti, tradurli e riutilizzarli per l'Italia. Che è esattamente il procedimento che permette l'immissione illegale in rete dei serial parlati in lingua straniera. Il mercato che impara dal web, insomma.

22.1.10

Avatar (3D)

Avatar di James Cameron
(2009) USA

Avatar è esattamente quello che vi aspettereste dal cinema d'intrattenimento con marchio USA: c'è una storia banalotta e poco originale, prevedibile addirittura nella sua messa in scena (proprio quando sentirete che è arrivato il momento di una scena al rallentatore che vi faccia commuovere, ebbene arriverà proprio in quel momento) e nei suoi sviluppi. Perfino la morale spirituale ed ecologista non suona per nulla nuova, mentre forse il vero grande guizzo è la contrapposizione uomini - alieni che finisce con il ribaltarsi (è prevedibile anche quello ma Cameron rende questo particolare sviluppo in maniera molto più sottile ed intelligente). Nonostante questa grossa mole di difetti (e il disperato bisogno di Cameron di trovarsi uno sceneggiatore che gli scriva dialoghi migliori dei suoi), Avatar è comunque un film godibilissimo e lo è perché qui non conta la storia quanto la realizzazione. E siamo davanti ad uno sforzo economico e tecnologico senza precedenti nel quale a farla da padrona non è neanche la tecnologia 3D. In realtà ciò che più stupisce è il totale realismo della pellicola: per 2 ore e 40 noi spettatori non guardiamo altro che un universo inesistente, fatto di ambienti, di fauna, di personaggi che non esistono, creati dal nulla e che interagiscono con il nulla. Nonostante questo, il realismo è impressionante e per tutto il film non ci si trova mai ad avvertire qualcosa di falso (forse solo l'occhio del professionista potrebbe) e la bellezza del film è tutta qui. Il valore aggiunto del 3D è quello di renderci ancora più partecipi di un mondo inesistente ma la sua applicazione non è mirata ai fini della trama, non è l'elemento base che ha influenzato il tutto ma sembra essere più il normale approdo di tutto il progetto.

Questo film cambierà la storia del cinema? Si rende necessaria una premessa. Che cosa s'intende con "cambiare la storia del cinema"? Se guardiamo indietro sono poche ed epocali le cose che hanno davvero cambiato la settima arte, come il suono o il colore. Perché erano elementi che andavano a modificare profondamente il modo stesso di concepire il film. Fritz Lang, per citarne uno, trasformò la possibilità del sonoro in un vero e proprio elemento della trama, addirittura fondamentale per la scoperta dell'assassino. Ritornando ad Avatar, allora, ci si deve chiedere cosa succederà dopo. Il film di James Cameron cambierà completamente la storia del cinema? La risposta è no: perché il 3D non è nato l'altro ieri ed è una tecnologia che sta ancora aspettando una sua reale applicazione che sia capace di stravolgere il modo di fare il cinema e il film che si faccia alfiere di questa idea ancora non è arrivato ed Avatar non lo sarà. Non perché sia un brutto film, anzi. Ma perché il 3D non è un vero e proprio elemento narrativo, non si inserisce nel film come completamento dell'opera ma solo come sua estensione e a me sembrano due concetti diversissimi.
Avatar è (forse) solo il risultato più maturo di un certo tipo di cinema che sembra essere la salvezza dell'intera industria. Ben venga ma non mi stupirei se fra qualche anno lo ricorderemo più per gli incassi che per l'essere una reale espressione artistica.

19.12.09

Cosa resterà degli anni zero?

Il gioco della classifica è irresistibile ogni qualvolta si chiude un ciclo. La fine degli anni zero ci porta a fare il punto della situazione e a decidere cosa portarci nel nuovo decennio. Siti specializzati, blog e testate giornalistiche non si sottraggono al gioco e io non sarò da meno (come se questo importasse a qualcuno ma tant'è). Ma prima di buttare giù i miei 20 film più una postilla è bene fare qualche precisazione: è una lista parziale, talvolta emotiva; soprattutto è una lista incompleta! Detto ciò, quando si fanno di queste cose, a pesare sono più le assenze che le presenze. Fa' parte del gioco e siete liberi di insultarmi, criticarmi o meglio ancora dirmi quello che secondo voi manca e perché avrebbe dovuto esserci. Infine, un ringraziamento al mio amico John che mi ha aiutato e sopportato nell'ardua impresa di restringere l'iniziale rosa di 46 titoli per ottenerne 20.

1) INLAND EMPIRE (David Lynch). E' lo schiaffo in faccia a chi si affanna a cercare nel 3D la speranza di risvegliare i sensi del pubblico nelle sale cinematografiche. E' il culmine di una carriera. E' sperimentazione allo stato puro e al tempo stesso cinema nel senso più stretto del termine. E' narrazione emotiva che non può passare inosservata, è il film che non finisce con i titoli di coda ma ti insegue anche dopo esserti alzato dalla poltrona. L'autentico capolavoro degli anni zero che ci spiega (e ci fa "sentire") cosa dovrebbe essere un film.

2) Niente da nascondere (Michael Haneke). A mio parere l'opera più riuscita del regista austriaco, dove la sua ossessione per la macchina da presa e le sue capacità si coniugano al meglio con il cancro sociale che ci potrebbe portare alla deriva. Non distinguere quando stai guardando il film o una delle videocassette minatorie ci riporta al labile confine tra realtà soggettiva e realtà oggettiva: il tuo sguardo è quello del regista o del ricattatore? Fra l'altro, è un film dai molteplici livelli ma rimane sostanzialmente un thriller. Un thriller che non ha nessun elemento classico del genere, quindi un nuovo modo d'intenderlo.

3) Mulholland Dr. (David Lynch). Vale lo stesso discorso per Niente da nascondere: un film di genere che rimescola le regole e crea un'angoscia ad arte senza che se ne comprenda il motivo. Classicheggiante in alcuni punti ed innovativo per altri, è una fusione riuscitissima tra emozione e narrazione che ha spianato la strada ad INLAND EMPIRE. La verità è che non si potrebbe mai smettere di rivederlo.

4) Paranoid Park (Gus Van Sant). Per me rappresenta il compimento della ricerca di Van Sant avviata con Elephant. Se il più recente prevale sul primo è solo per la sua maggiore precisione negli intenti e la migliore resa finale. Paranoid Park è magari meno efficiente di Elephant ma forse meno pretenzioso e per questo più onesto. La scena della doccia è uno dei capolavori degli anni zero.

5) Lost in Translation (Sofia Coppola). Lo piazzo qui per creare un contrasto con le precedenti scelte. Le complesse scelte registiche precedenti si scontrano e deflagrano con questo elogio della semplicità che ha un impatto altrettanto fortissimo: il secondo film della Coppola è minimalismo che si fa' forte di un'idea e la porta avanti affidandosi ad un attore istrione e ad una cornice surreale (tale perché lontana da noi occidentali). Le emozioni che ogni volta questo film mi scatena sono fortissime e la scena finale ha lasciato qualcosa dentro tutti, se è vero che oggi se ne parla ancora. Il cult per eccellenza del decennio.

6) The Village (M. Night Shyamalan). Sono un ammiratore della prima ora di Shyamalan, pur riconoscendone gli alti e bassi. Ma The Village va oltre: per me è il miglior film post-11 settembre, il che è ancora più eccezionale se si pensa alla cornice cronologica del film. Una autentica favola che scava nel profondo dell'animo americano ed occidentale in genere, molto più di certe spocchiose produzioni già cadute nel dimenticatoio. Inoltre, è un'altissima lezione di regia cinematografica.

7) Dogville (Lars von Trier). Subito a seguire The Village perché è l'altro post-11 settembre che ha lasciato davvero un segno in questo decennio. Ma ancora più importante è l'elaboratissima messa in scena con la quale von Trier concretizza definitivamente le sue idee sul cinema ed il parziale fallimento del Dogma 95. Discesa agli inferi e violenza vendicativa senza precedenti, amara e liberatoria al tempo stesso. E' come guardare un mostro che sappiamo tutti di avere dentro. E' l'idea di un cinema che si piega alla storia che vuol narrare.

8) Kill Bill Vol. 1 (Quentin Tarantino). Altra memorabile vendetta al femminile, lo metto in cima alle opere di Tarantino perché forse è l'unica che ha davvero segnato interi anni di produzione cinematografica: nella sua perfezione stilistica e pregiatissima messa in scena, ci ha ricordato che il cinema può anche essere puro intrattenimento, divertimento, senza perdere la sua impronta d'autore. Non prendiamoci troppo sul serio, insomma. C'è abbastanza tempo e spazio per tutto.

9) Il petroliere (Paul Thomas Anderson). Difficilmente un regista è riuscito ad infilare un capolavoro dietro l'altro come Anderson. Il petroliere non sarà forse il mio film del cuore tra quelli che ha fatto eppure è perfezione non solo stilistica ma anche come risultato: per me rappresenta la fusione tra classico e moderno, un autentico punto fermo che chiude un'era e ne apre un'altra, ammesso che qualcuno voglia raccogliere la sfida. Perfetto sotto ogni aspetto, un vero capolavoro.

10) Il caimano (Nanni Moretti). Discusso e criticato, rimane la migliore analisi dell'Italia anni zero. Quell'Italia schiacciata dall'ingombrante presenza di Berlusconi e dai suoi effetti devastanti, riesce a narrare tutto ciò senza essere pedante e strettamente politico ma anzi marginalizzando la figura di Berlusconi concentrandosi invece sugli italiani. E sul cinema. Il bellissimo epilogo riassume il tutto con un impatto emotivo raro per il cinema italiano ed attualissimo ancora oggi. Purtroppo.

11) Se mi lasci ti cancello (Michel Gondry). L'incontro tra due geni del decennio (il regista e lo sceneggiatore Kaufman) ha prodotto una strepitosa lezione di cinema e di vita sull'elaborazione del dolore e del rimpianto. Sfrenata fantasia poetica che si esprime attraverso regia e montaggio, fusione tra artigianato ed effetti speciali, difficilmente lo si può dimenticare dopo averlo visto. Stiamo ancora aspettando qualcuno che sia capace di seguire questa strada.

12) Non è un paese per vecchi (Coen). Puro cinema fatto di immagini, panoramica di personaggi disperati e dispersi, la nostalgia di un ordine delle cose che ci rassicuri, la speranza negata di una giustizia che non arriva mai. Capolavoro che scalza A serious man solo perché quest'ultimo è ancora troppo fresco per essere elaborato, ma meritavano entrambi di esserci.

13) Il Divo (Paolo Sorrentino). La mia pietra miliare per il cinema italiano del decennio. Ancora spero che presto si parlerà di un prima e di un dopo Il Divo. E' quel tipo di cinema che mette in scena il regista prima ancora del film stesso: l'opera è Sorrentino ad ogni inquadratura, ogni scelta di montaggio, ogni ardito movimento di macchina. Senza mai farsi invadente ma semplicemente esprimendo il suo personalissimo punto di vista su un personaggio grottesco.

14) The Prestige (Christopher Nolan). Lo metto prima de Il cavaliere oscuro perché era sicuramente molto più facile aspettarsi da quest'ultimo il risultato che ha ottenuto. The Prestige, invece, non aveva l'obiettivo di imporsi sull'immaginario collettivo e per questo riesce in maniera profonda a condurre una riflessione sul potere ingannevole dell'illusione (anche cinematografica) pur rimanendo fortissimo intrattenimento. Da riscoprire.

15) Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan). Nolan è il più grande degli americani capace di intrattenere con grandi budget ed effetti speciali senza mai essere banale e scontato, ma anzi sfruttando al meglio le potenzialità tecnologiche messe a sua disposizione per costruire una precisissima (e discutibile) apologia dell'eroismo, creando anche un "bad guy" da annali del cinema che ha reso immortale Heath Ledger.

16) Match Point (Woody Allen). La migliore espressione artistica di Allen degli ultimi dieci anni, asciutto e preciso nel portare avanti un discorso talvolta metafisico che materializza in immagini il pensiero del regista. Woody Allen abbandona i suoi cari toni da commedia per creare una tragedia lontana dalle esperienze comuni ma che ci tocca tutti da vicino: "il caos regna".

17) Into the wild (Sean Penn). Esempio di cinema viscerale ed emotivo, alla stregua di INLAND EMPIRE sembra (solo all'apparenza) privarsi di una vera e propria storia per puntare all'esperienza sensoriale che abbatte il confine tra spettatore e grande schermo. Un film non perfetto ma che nel suo insieme ottiene un risultato altissimo.

18) Zodiac (David Fincher). Quasi tre ore di thriller dove l'assassino è un fantasma. Non c'è, certe volte si dubita addirittura che esista. Neanche il finale fornisce risposte. Eppure si sta lì folgorati dallo stile del regista che mette su un'opera perfetta fatta di splendida fotografia e caratterizzazione precisissima dei protagonisti, merito di una sceneggiatura col botto. L'immagine del taxi illuminato solo da un lampione rimanda all'esorcista davanti la casa di Regan, consacrandosi per sempre.

19) I figli degli uomini (Alfonso Cuaròn). Perché questo film? Perché rappresenta un importante progresso nelle tecniche di messa in scena. E' un costante superamento dei limiti umani che si impongono nella realizzazione dei film, continui ed elaboratissimi (e truccatissimi) piani sequenza che gettano una ventata di innovazione non da poco. E' spettacolo allo stato puro.

20) I segreti di Brokeback Mountain (Ang Lee). Per chiudere ho scelto un film che quasi si distacca dalla produzione degli anni zero ma non per questo si rende banale o all'antica. Anzi, la costruzione delle inquadrature secondo Ang Lee richiama l'urgenza di non dimenticare che il cinema è anche e soprattutto immagini e che queste devono essere capaci di raccontare anche lo stato interiore degli individui. Il film, inoltre, ha rotto un taboo raccontando in maniera genuina e realistica l'amore omosessuale, senza gli insopportabili cliché e stereotipi che siamo costretti troppo spesso a subire.

Per concludere,una doverosa menzione al mondo dei serial che negli anni zero ha conosciuto un vero e proprio exploit che ha consacrato definitivamente quel processo di rivalutazione del mezzo televisivo avviatosi con Twin Peaks. Quello dell'audiovisivo seriale è lo spazio dove si ha il coraggio di osare, spesso molto più di quanto facciano al cinema. Perciò voglio citare quelli che a mio parere sono i due migliori prodotti del decennio.
Lost. Ha letteralmente rivoluzionato il modo di pensare il prodotto televisivo, ha scardinato le regole cronologiche e ha ordito una delle migliori trame di sempre nella quale tutti gli elementi emozionali sono sapientemente dosati. Ma soprattutto ha dimostrato che, se ben condotto, il pubblico si impegna con piacere a diventare parte attiva dello svolgimento. Un delirio osannato in tutto il mondo dopo il quale nulla è stato come prima.
Dexter. Il capolavoro seriale per eccellenza, una sfida costante nel richiedere da parte del pubblico empatia per un protagonista che più atipico non si poteva: un serial killer sociopatico. La capacità degli autori di spostare sempre più in là il confine dell'accettabile ha mantenuto intatto il notevole crescendo che ha caratterizzato le prime 4 stagioni, non facendosi mancare ardite riflessioni grazie alle quali milioni di persone si riuniscono davanti alla tv per dare il benvenuto nel loro salotto ad un serial killer.

"Hello, Dexter Morgan."

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUARTA STAGIONE.

Come avrò occasione di ribadire più avanti, semmai di capolavoro si potrebbe parlare riguardo i prodotti per la televisione, Dexter starebbe sicuramente in cima, forse secondo solo a Lost per innovazione e coraggio di osare. La costante crescita di questo serial ha toccato il suo apice nella appena conclusasi quarta stagione dove la qualità di scrittura e il superamento dei vecchi canoni televisivi hanno raggiunto picchi difficilmente rintracciabili negli ultimi anni di exploit seriale.
Il perno centrale di Dexter è pur sempre lo stesso: violentare la
psiche dello spettatore portandolo a parteggiare ed ad immedesimarsi con un serial killer sociopatico. Se questo spunto si mostrava già fondamentale nella prima stagione, fu nella seconda che avvenne il colpaccio, ovvero quando la trama ed i suoi risvolti furono a tal punto genialmente costruiti da portare lo spettatore addirittura a tifare per quell'assassino di Dexter Morgan ogni qualvolta stava per essere acciuffato. Il terzo ciclo andò addirittura oltre e con il personaggio di Miguel Prado mise in scena il paradosso stesso del serial: l'adorazione e l'immedesimazione con Dexter portano ad una pericolosissima deriva come quella dell'emulazione. Ed eccoci arrivati alla quarta stagione. Fermo restando il centralissimo e meta-televisivo argomento di come la serialità ben scritta possa ottenere dallo spettatore qualsiasi reazione a suo favore, l'ultima stagione è forse la più cupa e la più violenta e come tale mette in mostra tutto il lato più oscuro e sadico del buon Dexter Morgan, che si ritrova a guardarsi nello specchio quando compare sulla scena la sua nemesi, il Trinity Killer (uno stupefacente John Lithgow che meriterebbe qualsiasi tipo di premio per questa interpretazione). I traguardi sociali raggiunti dal protagonista (l'affermazione professionale, la famiglia, la paternità, il buon vicinato) rappresentano un fastidiosissimo ostacolo per quello che rimane un istinto primordiale inarrestabile: Dexter deve uccidere, ne ha bisogno per essere in pace con sé stesso. L'intera stagione si divide tra il suo bisogno malato ed i suoi doveri familiari: Dexter vorrà prima convincersi di poter gestire entrambe le cose e poi comincerà ad accarezzare l'idea che forse, per il bene della famiglia, prima o poi potrebbe anche sforzarsi di cambiare e lasciarsi alle spalle il suo Passeggero Oscuro che lo costringe ad uccidere. Tutto questo, ovviamente, mentre il Trinity Killer incrocerà la sua strada scatenando una serie di azioni che porteranno ad un finale di stagione micidiale, emotivamente potentissimo e straziante come non se ne vedevano da anni. La guerra che Dexter e il Trinity Killer ingaggeranno poco a poco non è solo letteratura ben scritta ma potenzialmente rientra nello schema narrativo seriale di cui gli autori si servono per ottenere il consenso del pubblico; dopo quel finale di stagione (e gli ascolti record premiano) il pubblico medio non avrà più dubbi, non metterà più in discussione Dexter, non vacillerà più davanti alla sua sete sanguinaria. Forse anche per questo l'attrice Carpenter ha ben dichiarato: "alla fine di ogni stagione ci siamo chiesti cosa potevamo fare l'anno prossimo. Adesso la domanda è: cosa NON possiamo fare?"
Se a tutto questo aggiungete un cast in stato di grazia ed una realizzazione tecnica impeccabile e sempre di altissimi livello, allora capirete tutto il mio entusiasmo.

15.12.09

The Wrestler

The Wrestler di Darren Aronosfky
(2008) USA

Quando sentivo parlare della grande interpretazione di Mickey Rourke in questo film ero sempre un po' scettico: pensavo che il vissuto del protagonista fosse troppo simile a quello dell'attore e che quindi quest'ultimo non avesse fatto chissà che fatica per l'interpretazione. Adesso mi rimangio tutto: The Wrestler è un film che si poggia tutto sulle fracassatissime spalle di Rourke e la sua interpretazione non è facile né banale ma anzi è il film stesso, una di quelle rarissime pellicole che fa del suo protagonista il perno dell'intera regia. Certo, fa un po' male vedere che Darren Aronofsky ha abbandonato quella coraggiosissima ossessione cinematografica per temi quali l'immortalità, la vita dopo lo morte e il senso ultimo delle cose ma non l'ha fatto certo per commercializzarsi ma anzi per realizzare un film anche difficile da vedere, tutto girato con camera a mano e con pochissimi ammiccamenti nei confronti del pubblico. Eppure le sue scelte restituiscono integralmente lo stato d'animo della storia: quel senso di fallimento, di sconfitta che pervade ogni inquadratura non è facile da ottenere senza i soliti trucchetti di montaggio e regia eppure l'autore, lavorando per sottrazione e non concedendosi virtuosismi, centra il bersaglio e non si svende. The Wrestler è un film un po' fuori dal tempo, come non se ne fanno più, che non vuole proporre chissà che morale ma non garantisce nemmeno piena assoluzione a chi nella pellicola cerca una sorta di rendezione per sé o per il protagonista. E' disfacimento allo stato puro e per questo gli si perdona anche sgradevoli scivoloni (il discorso di Ram sul ring che fa molto Rocky, l'eccessivo reazione della figlia ad un mancato appuntamento). E se è vero che Aronofsky si dimostra un grande regista per gli attori (ne escono tutti molto bene da questa prova), è altrettanto vero che Mickey Rourke ha fatto un lavoro straordinario su sé stesso e la sua espressione nell'ultimissima inquadratura lo ripaga di un'intera carriera un po' malandata.

14.12.09

A serious man

A serious man di Ethan & Joel Coen

(2009) USA

L'ultimo film dei Coen è uno dei migliori con il quale chiudere l'anno. Lo odierete ferocemente e magari alla fine della visione vi verrà voglia di tirare un pugno al muro come al sottoscritto. Ma il giorno dopo vi accorgerete di star ancora riflettendo su quello che avete visto e quindi il film vi seguirà fuori dalla sala.
La gelida perfezione tecnica di Non è un paese per vecchi non permetteva il massimo dell'identificazione con i protagonisti mentre qui, pur essendo il protagonista un uomo troppo lontano dall'italiano medio, c'è un maggiore raccoglimento intorno ad un uomo che sta perdendo tutto. Detta così sembra una tragedia, in realtà come al loro solito i Coen fanno molto ridere lo spettatore, soprattutto nei momenti peggiori facendo sfoggio di un cinismo che è sempre sano e mai compiaciuto e ricorrendo a notevoli intuizioni di regia che dimostrano come ai due piaccia soprattutto ricercare nuovi espressioni linguistiche: a tal proposito, è interessantissima la scena dell'incidente stradale, con un montaggio ingannevole che ti fa però intuire perfettamente ciò che sta accadendo. L'apice è, a mio parere, il finale. Questo film attribuisce un nuovo significato al concetto di "finale aperto" anche se sarebbe più onesto dire che questo film non finisce, letteralmente. Non solo nessuna delle narrazioni della storia viene conclusa ma soprattutto i titoli di coda che appaiono all'improvviso ti danno l'impressione che ti stai perdendo proprio il momento migliore. Inoltre, i Coen giocano ancora una volta con il concetto di Dio, di religione e con il fatalismo, fra l'altro raggiungendo tesi opposte a quelle di Non è un paese per vecchi: in quest'ultimo il destino non riusciva a rimettere a posto le cose; A serious man si conclude con una telefonata dall'impatto emotivo fortissimo e che arriva soprattutto in un precisissimo momento nella vita del protagonista proprio come quella macchina investiva il killer Bardem. I Coen, ancora una volta, si appellano ad un destino che però si dimostra ancora più crudele della realtà vera, ancora più caotico degli innumerevoli casi che governano le nostre vite.
A serious man è l'autentico capolavoro di fine 2009, uno di quei film che ti segue per molti giorni dopo averlo visto e che vorresti rivedere pur avendo odiato il posto in cui ti ha condotto.

13.12.09

Il curioso caso di Benjamin Button

(2008) USA

Arrivo in ritardo su uno dei film evento della scorsa stagione ma almeno il mio giudizio non suonerà come furbetto per spiccare nel coro unanime di complimenti rivolti alla pellicola. Il curioso caso di Benjamin Button è insopportabile e davvero non mi spiego come sia stato possibile (con quel regista, con quel cast, con quel budget, con quell'hype) tirare fuori un film così scemo, soprattutto partendo da uno spunto così originale e promettente.
Sorvolando (si fa per dire) sul fatto che a stento si riesce a riconoscere David Fincher dietro la macchina da presa, il più grande difetto è sicuramente la sceneggiatura. Non solo la storia non sembra mai decollare ma si fa fatica, arrivati alla fine, a capire se sia davvero successo qualcosa in due ore e mezza di film. L'unico merito di Roth è l'intuizione di inserire l'uragano Katrina come sottofondo alla storia. Probabilmente la colonna più fragile è la costruzione dei personaggi: piatti, senza spessore, abbozzati manco fossero cartoni animati e alcuni costruiti a tavolino (inutilmente, visto il fallimento) per far simpatia al pubblico. La punta di diamante è Cate Blanchett, co-protagonista e scheggia impazzita: perché fa quello che fa? Perché da dolce ragazzina è diventata sessualmente aggressiva? Che cavolo di ambienti frequenta? Fa la ballerina negli anni '50, mica la groupie dei Rolling Stones... E perché Benjamin Button non gli si concede al loro primo appuntamento? Alzi la mano chi l'ha capito!
Il difetto principe (che è poi il risultato della somma dei tanti difetti della pellicola) è la noia mortale. E' un film pesantissimo da digerire che ti fa sentire minuto per minuto tutta la sua durata. E la gelida e distaccata regia non aiuta ad aumentare il coinvolgimento.
Benjamin Button lo boccio senza appello. Forse è colpa della storia: infondo, un soggetto molto simile ha causato una batosta anche a Coppola, vedi Un'altra giovinezza. In compenso, c'è il graditissimo ritorno della Ormond in una grande produzione hollywoodiana.

3.12.09

Gli abbracci spezzati

Los abrazos rotos di Pedro Almodòvar
(2009) Spa

Al regista piace giocare con il mondo del cinema. La sua passione viscerale per la settima arte si esprime proprio come accade con Tarantino: quest'ultimo recupera i b-movies provando a dargli una nuova veste artistica, Almodòvar preferisce attingere dal cinema di prima classe filtrandolo attraverso il suo personalissimo gusto melodrammatico europeo. Il risultato è più che mai riuscito con Gli abbracci spezzati, film ambientato in buona parte su un set cinematografico e che poggia la sua storia su ciò che viene inquadrato. La vera protagonista, infatti, è la macchina da presa o sarebbe più giusto dire l'occhio di chi inquadra: da una parte c'è l'attrice Cruz che recita un ruolo e dall'altra la donna Cruz che vive una passione adultera con il suo regista. In entrambi casi è inquadrata da due obiettivi: la macchina da presa del regista e l'occhio spione di una videocamera su commissione del gelosissimo marito di lei che deve documentare tutto ciò che la Cruz dice e fa tra una pausa e l'altra. La resa finale è un raffinato gioco di specchi che ha il suo culmine nella scena più bella del film, quando Penelope confessa al marito il tradimento, una scena così profonda e magnifica che descriverla non le renderebbe giustizia. Da quel momento in poi il film assume un'altra direzione e si concentra sull'amore disperato di due individui che si isolano dal mondo per trovare pace e felicità, salvo poi essere riportati alla cruda realtà nel peggiore dei modi.
Gli abbracci spezzati è fondamentalmente un vivace omaggio al cinema stesso e alle due figure che nel mondo di Almodovar stanno al centro di tutto: il regista e la sua prima attrice. L'epilogo del film è al tempo stesso redenzione e summa dello stile almodovoriano: all'autore spagnolo, capace di rendere credibile gli assurdi risvolti di trama delle sue opere grazie alla emozionante messa in scena, importa solo arrivare alla fine, importa solo costruire le inquadrature e la storia diventa quasi secondaria seppur coinvolgente; i film vanno finiti, "anche alla cieca" sentenzia l'ultima battuta. Almodòvar omaggia e perdona se sé stesso e noi con lui.

2.12.09

Angeli e demoni

Angels & Demons di Ron Howard

(2009) USA

Il problema è serio e non riguarda le scelte di regia di Ron Howard, ampiamente discutibili. Se Il codice Da Vinci era facilmente attaccabile proprio perché "fatto male" (e sì, ogni tanto si deve dire), questo Angeli e demoni presenta una "confezione" molto più dignitosa e riuscita. Sarà che l'ambientazione romana è affascinante, sarà che il lavoro sugli effetti speciali che ha permesso di ricreare l'intera Piazza San Pietro è strabiliante, sarà che il ritualismo che ruota intorno alla morte di un papa e all'elezione di quello successivo è degno di trame da complotti politici, l'ultimo film tratto da un best-seller di Dan Brown può facilmente intrattenere senza prendersi troppo sul serio come aveva invece fatto la precedente trasposizione. Il problema serio riguarda tutt'altro e cioè la profonda e conscia ignoranza sulla quale la storia si fonda e che rende difficilmente digeribili certi dialoghi e certe dinamiche. Intanto perché il tacito patto che si instaura tra film e spettatore (la sospensione dell'incredulità) viene a tal punto forzato da infrangersi più volte ma soprattutto perché su certe "stronzate" non si può proprio indulgere: il culmine lo si ha alla fine, quando a pochi metri dal papa un importante cardinale esclama "le religioni sono imperfette perché gli uomini sono imperfetti", al che lo spettatore dotato di un minimo di coscienza dovrebbe alzarsi e urlare contro lo schermo "Ah bello, lo stai dicendo a pochi passi da quell'uomo che proprio per dogma è infallibile per definizione". Ovvio che io parlo per astio e per partito preso ma questo c'entra davvero poco. Da un film di così ampia portata internazionale ci si aspetta molto di più, specie pensando all'effetto che questo genere di cretinate può avere sul pubblico (già me lo vedo lo spettatore medio confortato dal fatto che anche le più alte cariche cristiane possono sbagliare).
Ovviamente c'è molto altro di opinabile (gli attori abbandonati a sé stessi e senza un minimo di direzione, per dirne una) mentre forse l'aspetto più solido è un montaggio che non perde mai di ritmo e che tiene miracolosamente in piedi una storia fragile. Ma l'aspetto sulle fandonie religiose è quello che avverto come il più grave, la classica leggerezza all'americana.

28.11.09

The Strangers VS Martyrs

“Non è il cosa ma il come.” (Stanley Kubrick)

The Strangers di Bryan Bertino - (2008) USA

Martyrs di Pascal Laugier - (2008) Fra\Can

The Strangers e Martyrs sono due film agli antipodi che si inseriscono in un ampio dibattito su cosa sia più giusto fare nei confronti della violenza. Stiamo parlando di due film d’intrattenimento (anche se il secondo ha velleità artistiche che non raggiungono esattamente la sufficienza piena) che fanno della tensione il loro punto di forza. È quel genere di film che vuole incollare lo spettatore alla poltrona e terrorizzarlo sempre di più scena dopo scena, instaurando così la sfida più grande per il regista e cioè cosa inventare per aumentare il coinvolgimento emotivo dello spettatore senza ripetersi. Ma le scelte di stile sono profondamente diverse: The Strangers lavora per sottrazione, mostrando molto poco e lasciando che a farla da padrona sia la paura di ciò che non si vede; Martyrs mette morbosamente in primo piano sangue ed efferatezza e quando raggiunge il culmine sorprende lo spettatore facendolo sprofondare in un incubo peggiore e che si pensava di aver evitato.

The Strangers è pieno di topos tipici del film dell’orrore. C’è la casa in piena campagna nella quale si trovano solo due bellocci, lui e lei, fidanzati in piena crisi. La prima grande mossa del regista è costruire un passato a questi due protagonisti attraverso pochi dettagli ma tutti fondamentali; dopo un po’ pensiamo di conoscerli da una vita e di poterli inquadrare in uno schema. Tutto questo ci fa empatizzare con loro già al primo segno di pericolo: una ragazzina bussa alla porta in piena notte chiedendo di un’amica per poi andarsene di nuovo nell’oscurità. Da quel momento i due si troveranno letteralmente braccati nella loro proprietà da tre individui mascherati che faranno di tutto per fargli venire un infarto. L’intero impianto narrativo di The Strangers, infatti, si basa proprio su questo: i tre aguzzini non sembrano voler mai concludere il loro atto; spaventano, si avvicinano ma poi si allontanano, sembrano sparire per poi tornare da una finestra. Un autentico gioco al massacro che sembrerebbe non proporre nessuna seria riflessione se non fosse che il film si chiama “gli stranieri”, parola carica di connotazioni horror ma anche razziste. Infatti il perverso giochino avviato porterà all’uccisione di un amico della coppia in pericolo per loro stessa mano: terrorizzati e con l’unica arma a disposizione che hanno, finiranno con lo sparare a chi invece era arrivato in loro aiuto. Non hanno saputo riconoscere lo straniero e per questo lo hanno rifiutato, condannandosi al loro destino. La metafora è fin troppo esibita ma il merito del film è quello di non prendersi così sul serio e pur puntando in alto, non trascura l’intrattenimento e ci riporta immediatamente alla trappola in cui i due sono costretti. Qui subentra il voyeurismo dello spettatore: chi se ne frega del tizio morto ucciso, andiamo avanti con la storia e vediamo che succede. Ecco che si palesa una delle grandi contraddizioni del cinema contemporaneo: siamo spaventati, siamo in tensione eppure continuiamo a guardare. Perché vogliamo sapere come va a finire. Ne siamo davvero sicuri? Ci interessa se i due sopravvivranno o vogliamo assolutamente sapere perché i tre aguzzini fanno quello che fanno? A questo punto ad Haneke staranno fischiando le orecchie, se vero che i suoi due psicotici vestiti di bianco si erano già cimentati in tutto ciò molti anni prima (e non scomodiamo i drughi di Kubrick per favore, perché a voler ben vedere forse loro una motivazione di fondo ce l’avevano). E se difatti uno di quei due psicotici non si sarebbe voltato ammiccante verso la macchina da presa, Funny Games sarebbe stato né più né meno che The Strangers. Il colpo di genio del regista verte proprio su questo ragionamento: nessuna spiegazione né la minima volontà di fornire un movente. Solo un bagno di sangue e la promessa di un sequel (il botteghino ha sentenziato e vorrei ben vedere).

Il pugno allo stomaco chiamato Martyrs marcia su ben altri binari e non uso questa parola a caso perché il film può essere facilmente diviso in due parti all’apparenza parallele. Per tutto il primo tempo assistiamo ad una moderna vendetta asiatica sia dal punto di vista tematico (a proposito, quando cominceremo a riflettere sul fatto che il cinema asiatico non parla d’altro che di vendetta?) che visivo, visto che il film sembra rifarsi a tutta quella recente cinematografia horror che per un certo periodo sembrava aver preso il sopravvento. Nel secondo tempo viene abbandonato il primo binario per saltare al secondo, dove la violenza non è più la sopravvivenza dei protagonisti ma è la protagonista stessa. Forse la brillante trovata dell’autore sta proprio in questo meschino “scherzetto” nei confronti del pubblico: per tutta la prima parte ci vengono solo fatte intuire le atrocità subite dalle vittime di alcuni misteriosi aguzzini, intuire abbastanza da farci inconsciamente ringraziare il regista per non avercele esplicitamente mostrate. Ed ecco che arriva la cattiveria: pensavamo non ci sarebbero state mostrate e invece diventano parte integrante della seconda parte, anche se dire parte integrante è un eufemismo visto che diventano la storia stessa e per mezz’ora non guarderemo altro. Se mi è concessa la nota personale (è un blog, e che diamine!) a quel punto del film mi è successo qualcosa a cui non ero preparato: ho desiderato interrompere la visione. Era davvero troppo: non era violenza, era tortura fisica e psicologica così sistematicamente inflitta da dover per forza portare a ricordare che queste cose sono pure successe (gli esempi si sprecano). E rieccoci all’apice toccato anche in The Strangers: andare avanti per conoscere il motivo di tutto ciò? No, perché il motivo ci è stato spiegato giusto due minuti prima che la tortura iniziasse. Allora davvero questa volta si rimane a guardare per conoscere il destino dell’unica protagonista rimasta, pur sapendo che per lei non c’è speranza fino all’ultima atroce tortura che dovrà subire. L’ultimo grande segreto che la storia vuol proporre rimarrà tale perché l’unica ad esserne a conoscenza deciderà che i comuni mortali devono rimanere nel dubbio, di fatto trovando una scappatoia alla trama ma anche tracciando il limite di questo cinema e i suoi spettatori: abbiamo sopportato fino alla fine per non ottenere nulla, siamo doppiamente vittime. Martyrs, come accennato prima, tenta di volare alto ma la pretesa mistico-religiosa tentata da Laugier non solo fallisce ma mi irrita anche a livello personale (soffrire dannatamente per ottenere la rivelazione mistica è una morale filosofica e religiosa molto pericolosa).

E rieccoci qui al dilemma. Mostrare tutto in primo piano o lasciare alla fantasia dello spettatore il compito di spaventare? E c’è davvero una differenza fra le due cose o stiamo solo fingendo che ci sia? Piuttosto sarebbe doveroso chiedersi quando è giusto mostrare e quando lo è celare. Martyrs mostra perfino i dettagli, disturbando a tal punto lo spettatore da fargli rimpiangere Hostel, mentre The Strangers mostra poco e nulla e soprattutto non fornisce un motivo per aver sopportato quello che abbiamo visto. Allora la grande questione sollevata da Haneke rimane aperta. Così come la sua ironica soluzione: il telecomando può risolvere tutto. Non ti piace quello che vedi? Spegni lo schermo. Ma sei proprio sicuro di poterci riuscire? Magari aspetti altri cinque minuti sperando nel lieto fine e di cinque minuti in cinque minuti sei già ai titoli di coda. Senza speranza.

15.11.09

Religiolus - Vedere per credere

Religulous di Larry Charles
(2008) USA

Prima di esprimere un giudizio critico sull'opera, mi preme mettere in chiaro una cosa e lo posso fare perché l'argomento della religione è da me particolarmente conosciuto e modestamente indagato: tutto ciò che Bill Maher dice in questo film è vero. Che la religione sia un prodotto dell'uomo e non una manifestazione di Dio è stato ampiamente documentato, che la storia di Gesù sia un "remake" di altre divinità a lui precedenti è stato dimostrato. Per questo considero questo film nobile negli intenti ma fallimentare nei risultati. Fallimentare quanto meno nella parte critica perché almeno il documentario fa molto ridere e soddisfa perciò uno dei due obiettivi (ridicolizzare la religione) mentre l'altro (la riscossa dell'umanesimo laicista) viene trascurato o non opportunamente affrontato. Questo perché Charles e Maher scelgono la via del documentario alla Michael Moore: sostenere un punto di vista e screditare chiunque vi si opponga. Commettono però due errori: non c'è nessun punto di vista da difendere, quelli che mettono in campo Charles e Maher sono realtà, sono fatti documentati, non sono cose sulle quali si può esprimere un punto di vista perché sennò si finisce con il dare credito al credo dogmatico dell'avversario; il secondo errore è la manipolazione delle immagini e degli intervistati: è evidente che i due autori hanno scelto prede troppo facili da attaccare e così facendo portano a credere che in realtà istituzioni più radicate come la Chiesa del Papa siano in realtà più miti e razionali, idea ingenua e pericolosa, e fanno ciò montando le interviste in modo che gli interlocutori appaiano in difficoltà (cosa che può pure essere vera ma che non viene restituita allo spettatore). Probabilmente la loro intenzione era un'altra: mostrare che fra le grandi religioni (cattoilicesimo, Islam...) e quelle piccole (il tizio che venera le droghe leggere, il grassoccio che dice di essere la seconda venuta di Gesù) non c'è nessuna differenza, partono entrambe dagli stessi assunti ma diventano più o meno ridicole a seconda dei numeri dei seguaci che riescono ad accumulare. Perché il Papa ha più credito del grassoccio che incarna Gesù? Perché ha più fedeli? Basta davvero questo a rendere reale le idee assurde e irrazionali (ed antiscientifiche, non dimentichiamolo) sostenute dal Vaticano? Tutto ciò è un pensiero legittimo ma il film non riesce a farlo emergere chiaramente, lascia questo tema sottotono, non lo porta in superficie e quindi fallisce.
Religulous, insomma, è un documentario satirico e dalle opinioni molto forti, comprensibilmente osteggiato dalle chiese di mezzo mondo. E' sicuramente divertente ma non aspettatevi la rivoluzione culturale che meritiamo. Per quella vi toccherà studiare ancora un poco ma se lo vorrete fare, credetemi, ne varrà la pena.