18.12.10

Dexter 5: vendetta e redenzione

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUINTA STAGIONE.

Le consuete e puntuali riflessioni che Dexter suscita sono arrivate al rispettabile traguardo della quinta serie. Lo schema abbiamo imparato a conoscerlo: si parte da un assunto base e cioè quello di un protagonista serial killer che soddisfa un istinto omicida rispettando un codice d'onore discutibile ma che a suo modo gli permette di unire l'utile al dilettevole. Le prime due stagioni erano state improntate al meccanismo più interessante: come far empatizzare il pubblico con un "mostro"? La sfida fu ampiamente vinta, non solo per il successo di pubblico (che in America non fa testo, visto che da quelle parti è ancora fortemente considerato lecito il desiderio di punire a morte chi si macchia di orribili crimini) ma soprattutto per le dinamiche seriali messe in campo a sostegno dell'obiettivo da raggiungere. La terza serie propose un capovolgimento della prospettiva: e se Dexter piacesse a tal punto da far nascere spirito di emulazione? La quarta, e forse la migliore, serie sottolineava la nascente preoccupazione del protagonista verso i doveri familiari e come questo potesse conciliarsi con la sua sete assassina. La risposta finale fu tanto spiazzante quanto inaspettata: non si può; sono due mondi che non possono coincidere e che finiranno prima o poi con il distruggersi a vicenda. 
La quinta stagione si è appena conclusa negli USA e nel primo episodio riprende esattamente il filo della quarta: Dexter Morgan ha fallito, non è riuscito a tenere insieme famiglia e sangue e ne consegue che sarà costretto a rimanere solo per sempre. L'inizio di stagione mostrava un evento troppo crudo, perfino per il protagonista e dunque per il pubblico: Dexter, frustrato e sofferente per il suo fallimento, uccide il primo uomo che gli capita a portata di mano e per quanto gli autori ci mostrino un evidente "bad guy", neanche ciò giustifica l'efferato (ennesimo) crimine del nostro Dexter. Da qui si poteva ripartire per una nuova e rischiosissima scommessa su cosa il pubblico è disposto a sopportare ma gli autori non hanno osato e hanno preferito glissare. La vicenda portante della quinta stagione, infatti, è la vendetta e la redenzione. Dexter si convince che per sopportare il dolore di ciò che gli è capitato dovrà aiutare qualcun'altro ad elaborare il medesimo lutto, coinvolgendo una donna (la new-entry Julia Stiles) nella sua fame di sangue. Tra alti e bassi a cui le precedenti serie non ci avevano abituato, la quinta stagione si conclude con una risposta per nulla consolatoria, né per il protagonista né per il pubblico: Dexter è un mostro; non importa il codice d'onore, non importa quanto schifosa sia la vittima che capita sul suo tavolo della morte, ciò che importa è che nulla di quello che il protagonista compie lo porta a sbarazzarsi del suo "passeggero oscuro". Quella voglia di uccidere è sempre lì, è inamovibile, è insaziabile. E' un ritorno alle origini che fa piacere, se così si può dire: le ultime due stagioni sembravano aver assunto un atteggiamento assolutorio su Dexter, mentre il finale della quinta ci riporta con i piedi per terra: il protagonista è un pur sempre un mostro, un assassino ingiustificabile, un emarginato. E' davvero così semplice empatizzare con lui? 
Sarà probabilmente il perno della sesta stagione, nonché valvola di sfogo. La quinta, infatti, ha dovuto necessariamente puntare tutto su Dexter e il terremoto interiore portato dagli eventi della quarta stagione. La sesta, adesso, può tornare a volare ancora più in alto e magari produrre altra meravigliosa letteratura come ha fatto con la quarta. C'è di certo che uno dei grandi interrogativi dei fan, ovvero se Debra Morgan scoprirà mai che suo fratello è un serial killer, sembrava essere stato messo di lato mentre nell'ultimissimo episodio della quinta stagione ritorna prepotente. E al riguardo, i brividi sulla schiena sono assicurati!

21.10.10

Buried

Buried di Rodrigo Cortés
(2010) Usa\Spa\Fra


Buried è un film politico. Il pretesto della claustrofobica trama thriller cede presto il passo alle connotazioni politiche e le relative conseguenze che questo comporta. Infatti la storia del povero Paul è implausibile ma non è alla coerenza narrativa che il film mira, difatti non avrebbe senso rinchiudere un sequestrato dentro una bara e costringerlo a procurarsi da lì i soldi del riscatto. Il fulcro del film è il luogo della vicenda: l’Iraq bombardato a scopi pacifici, i meccanismi insani delle guerre e come questi riescono ad influire anche sulle vite di coloro che di nazionalità appartengono al paese che quel bombardamento lo ha avviato: la storia di Paul è anche la storia dell’economia che si mette in moto intorno alla guerra fino a colpire le vite dei poveri cristi che per sfamare la famiglia si arruolano o fanno i lavoratori civili in zone di guerra. Ecco perché la plausibilità del film sta nella sua ambientazione irachena. Tutto questo è ancora più chiaro nella provocatoria scelta del finale, che ovviamente non rivelerò (a film finito, la gente è rimasta immobile per secondi interminabili, con le luci della sala già accese) ma che ben centra l’obiettivo morale dell’intera pellicola.
Buried è anche una sfida. Quella del regista Rodrigo Cortés che si impone 90 minuti di film girati all’interno di una bara sepolta. E lo fa per davvero senza farsi mancare nulla: la macchina da presa si muove, allarga e stringe, compie carrelli, zoomate (bellissima la scena ad alta tensione segnata da improvvisi zoom in avanti sul viso del protagonista) e perfino panoramiche. Cose apparentemente impensabili all’interno di una bara eppure Cortés lo fa e lo fa anche costruendo numerosi pretesti per non appiattirsi su un’unica fotografia monolitica. E la musica ci mette del suo, con un uso degno di Hitchcock (quest’ultimo sarebbe stato orgoglioso di questo film e fra l’altro la sua influenza si sente dappertutto, compresa nell’omaggio neanche tanto velato a Vertigo nei titoli di testa).
Buried è anche una vittoria, quella di Ryan Reynolds che costringe i suoi muscoli all’interno di una cassa e gioca tutta la sua interpretazione giocando al ribasso, alla sottrazione e per questo motivo senza mai diventare patetico o eccessivo ma semplicemente perfetto per il ruolo. Non male per uno che non si è mai particolarmente distinto per le sue doti, fino ad oggi. 

3.10.10

Inception

Inception di Christopher Nolan
(2010) Usa\Uk


La lunga e misteriosa attesa è stata alla fine premiata: Inception è ciò che ci si aspetta. Un film ambizioso, coraggiosamente spericolato nelle intenzioni narrative e nella messa in scena: una storia complessa e macchinosa da seguire e l’auto-inflitta limitazione all’uso degli effetti speciali digitali; per questo, stupore e meraviglia per la scena nel corridoio dell’albergo sono doppi se si pensa che è tutto artigianale, che quel corridoio sta ruotando davvero, ma sono doppi perché se non lo avessimo saputo, se Nolan non fosse andato in giro a raccontarlo orgogliosamente, probabilmente non ce ne saremmo neanche accorti, non avremmo notato nessuna differenza. Perché Nolan è fatto così: è fra i pochissimi registi sulla scena mondiale ad aver costruito una grammatica personalissima del cinema; vedi un suo film e ne riconosci lo stile, i topos, la visionarietà che lo contraddistingue, gli altissimi standard delle sue ambizioni e delle tematiche che gli ronzano in testa. Pur non essendo un film perfetto (orrore, un film imperfetto non può entusiasmare così tanto!) Inception fa dimenticare le sue sbavature, sulle quali più avanti tornerò, e produce risultati non indifferenti. 
INNESTO #1. Freud, Escher, il concetto di paradosso, l’arte surreale, il cinema di fantascienza, il romanticismo, Inception rappresenta un’accorta amalgama di influenze culturali che hanno avuto modo di crescere nella testa di Nolan durante i 10 anni di gestazione del film. Chiamatelo come volete, post-modernismo, mash-up e tante altre belle parole, ciò che conta è che Nolan porta al cinema una commistione di influenze degna dei grandi autori con Kubrick in testa e lo fa con grande coraggio e sottigliezza nel richiedere un notevole sforzo al suo pubblico più smaliziato ma senza mai far sentire a quell’altro pubblico la fastidiosa sensazione di essersi perso qualcosa. Nolan ha fatto una scommessa non indifferente con questo film e questo ci porta al passo successivo.
INNESTO #2. Nelle sue opere più riuscite, The Prestige in testa, Nolan ha sempre messo a nudo più o meno involontariamente le sue paure, le sue riflessioni sullo stato delle cose, la sua idea di cinema. Per questo quando si guarda un suo film si finisce sempre con il cogliere una componente metacinematografica che sembra fare il punto  sulla sua carriera ma anche sul cinema che gli sta attorno. Con Inception il discorso è ancora più sottile: come lo stesso Nolan ha ammesso, la storia del film è anche l’idea che il regista ha del suo cinema, un’arte collaborativa fatta di intelligenze che si completano, di invidualità che condividono un’idea nella quale credono e che vogliono vedere realizzata. Il trampolino per il terzo livello.
INNESTO #3. Il concetto del film è l’utopia che si possa impiantare nella testa di qualcun altro un concetto, un’idea, un pensiero. E lasciarglielo lì, questo virus bastardo capace di consumare anima e corpo nelle sue riflessioni. Per fare ciò i protagonisti si servono dei sogni, elaborazioni di un subconscio dove tutto è vero (perché ciò che sogniamo non lo possiamo inventare) e tutto è falso (ciò che sogniamo non corrisponde alla realtà nella quale viviamo) con il rischio di confondersi e perdersi nelle varie realtà. Perché la percezione del mondo circostante è un po’ il pallino del buon Nolan che si è sempre cimentato con personaggi ambigui calati in un ambiente tale da indurre seri dubbi sulla sua realtà (il protagonista di Memento non poteva nemmeno fidarsi di sé stesso, gli illusionisti di The Prestige erano ossessionati dall’inganno che i propri occhi subivano). Tutto questo ci porta all’assunto finale del film: quella trottola smetterà o no di girare? La risposta è: il regista vi ha impiantato un’idea nella testa, ha fatto lo stesso lavoro dei suoi protagonisti attraverso il sogno del cinema; è davvero importante la risposta a quella domanda o è importante come quella domanda vi sia stata “innestata”?
INNESTO #4. E chiediamoci anche quanto tempo Nolan ha impiegato per innestarci quella domanda. Perché uno dei momenti chiave e bellissimi della pellicola è lo scorrere del tempo di tre diverse dimensioni temporali che si influenzano l’un l’altra: qui Nolan compie il vero miracolo già insito nella sceneggiatura: una trama così complessa viene sciolta e raccontata in maniera chiarissima, non c’è nessun rompicapo da risolvere, l’abilità di Nolan di raccontare tanto ma di farlo bene è intatta e il momento dei diversi piani temporali è una sfida monumentale per il regista nonché il momento più alto della sua poetica: ancora come gli illusionisti nel passato della sua carriera, l’autore non vuole altro che stupirci ma con intelligenza, dando un senso alle immagini che popolano la sua storia e non buttandoci a caso sparatorie e morti. Anche perché c’è un concetto di morte piuttosto atipico che ricorda ben altro.
INNESTO 4#. Dal livello precedente il passo è breve: Inception è un cinema multimediale che fagocita stili e linguaggi che non appartengono alla cinematografia ma che negli ultimi anni si sono imposti, uno su tutti il linguaggio dei videogames che qui permea tutta la struttura del racconto. Missioni da portare a termine affrontando diversi livelli da superare e in caso di ferita o morte ci si può sempre rifare passando al livello successivo o tornando a quello precedente. Vi ricorda niente?

Certo, come dicevo sopra, Inception non è perfetto: non ha il crescendo emotivo de Il cavaliere oscuro e molto spesso non arriva mai ad emozionare perché disperde in troppe direzioni il suo potenziale; non ha i dialoghi memorabili del Joker ma anzi ha forse alcuni dei peggiori dialoghi del cinema di Nolan (l’assenza del fratello sceneggiatore si sente); non ha l’impatto devastante di una storia intricata che lentamente si scioglie poiché la non brillante idea dell’incipit di Inception lascia decisamente il tempo che trova; soprattutto Inception soffre, a mio parere, di una certa debolezza nel montaggio, incapace in alcuni punti di raccordare a sufficienza alcune scene ed in altre di mantenere chiara e lucida l’enorme mole di azioni che si svolgono sullo schermo (laddove, invece, trionfava Il cavaliere oscuro). Ma a questo si contrappone tutto quanto scritto prima, al quale bisogna aggiungere una delle più grandi colonne sonore degli ultimi tempi (Hans Zimmer) ed un finale ad altissimo tasso ansiogeno: le ultime immagini non le dimenticheremo facilmente!

Nota al margine: la storia che il film sia incomprensibile è una bugia montata ad arte, non so se dai nerd o dagli addetti al marketing. E’ solo un film complesso non adatto al pubblico pigro, quel pubblico che a noi non interessa. Ultima annotazione: Nolan mantiene viva la curiosa abitudine di far saltare qualcuno dall’alto e inquadrare in primo piano le gambe che si spezzano; stavolta è Di Caprio a saltare ma le sue gambe reggono il colpo. Che cosa è cambiato? 

27.9.10

Somewhere

Somewhere di Sofia Coppola
(2010) USA


Non capisco. Davvero non capisco. Non mi spiego questa improvvisa frenata nella sua bellissima carriera. Non mi spiego la vittoria a Venezia (pur non avendo visto gli altri film). Non mi spiego il perché. Allora una volta tanto voglio essere chiaro e anche puerile e banale se necessario: Somewhere è Lost in translation, ma senza le ambientazioni aliene, senza gli sguardi malinconici e strapieni di significato di Bill Murray, senza le risate genuine che spezzavano la tensione di una vicenda fondamentalmente triste, senza l'accattivante apatia di Scarlett Johansson, senza i dialoghi brevi ma densi ed universali, senza i silenzi rumorosi nei quali tutti sembravano udire quel "qualcosa" di fondamentale, senza quel circo di personaggi che aiutavano a delineare la desolante situazione, senza quella strisciante paura che tutto stesse per crollare inesorabilmente da un momento all'altro, senza quel geniale titolo che già racchiudeva tutto in un semplice gioco di parole. Somewhere è Lost in translation ma non ne possiede il carisma, non costruisce un crescendo emotivo, non ha un protagonista che sia unico e speciale ma sa di già visto e consumato, non produce nulla che non sia ridondanza estrema nel mostrare la solitudine di un uomo. E quando parte l'immancabile scena con sottofondo musicale malinconico e perfetto, piange il cuore che ad annunciare quell'attimo sia lo stesso protagonista con la frase: "bella questa canzone, è rilassante!"; e quando il protagonista scoppia a piangere per frasi fatte con una donna al telefono che non ricorderete chi sia perché tutti i personaggi sono piatti ed insignificanti, allora in quel punto rimpiangerete i bei tempi andati di Sofia Coppola. 
La giovane regista, anche ottima sceneggiatrice, rivendica questo film come il suo più personale, insieme a Lost in translation, rimandando al paragone forzato di cui sopra. Ma a voler essere davvero provocatori, allora bisogna dire che questo film è un'involuzione piuttosto che un'evoluzione: fosse venuto prima Somewhere e poi Lost in translation, forse avrebbe avuto più senso, avrebbe acquistato un valore di molto superiore, avremmo visto una carriera che continua a crescere e prova a dimostrare di aver qualcosa da dire ogni volta e con un mezzo vecchio di cent'anni. Invece Somewhere arriva dopo Lost in translation, molto dopo e ne imita toni, contenuti, perfino scene (il finale è lo stesso... lo possiamo ammettere?). 
Ecco perché Somewhere è indifendibile. Perché è una battuta d'arresto, un esercizio di stile riuscito male, un tentativo maldestro di rimaneggiare ciò in cui la Coppola si era mostrata vincente: sentimenti individuali di un protagonista che andavano a toccare, nei toni e nella messa in scena, corde universali. 
Quando poi ti accorgi anche che la locandina è stata ritoccata, davvero capisci che qualcuno intorno alla Coppola si stava accorgendo del disastro imminente. Questa poi ve la spiego. 

22.6.10

Il profeta

Un prophète di Jacques Audiard
(2009) Fra\Ita

L'eclettico Audiard possiede la capacità di realizzare un'opera complessa, profondamente diversificata al suo interno e così piena di trama senza perdere nemmeno per un attimo l'attenzione dello spettatore medio e quella dello spettatore più smaliziato. Un profeta (e non Il profeta, come assurdamente tradotto in italiano da qualcuno che non si è nemmeno accorto del sottile gioco di rimandi che la pellicola imbastisce grazie al titolo) ha al suo interno una storia stratificata e piena di eventi che riescono a raccontare ed a raccontarsi attraverso una serie di scene potentissime pregne di significato che continuamente sbandano da un registro all'altro; infatti, seppur tutto il film ha un tono durissimo, molto crudo e carico di violenza in ogni inquadratura, Audiard riesce ad inserirvi (in maniera del tutto logica e per niente fastidiosa) degli inserti al limite dell'onirico che vanno a completare un mosaico di per sé già ricco: dopo che assistiamo al primo omicidio compiuto dal protagonista (una scena bellissima costruita sull'attesa che la precede), non ci meravigliamo in seguito di rivedere quel morto ammazzato comparire come fosse una sorta di coscienza, forse perché già prima si rimane interdetti sul primo di tanti fermo immagine con didascalia. Da lì in poi questo gioco di regia diventa un punto chiave della stessa narrazione filmica, finendo addirittura per anticipare alcuni risvolti di trama o addirittura insinuando la vocazione "profetica" del protagonista. 
Il film si "riduce" pur sempre ad essere la storia pazzesca di un ragazzino di 19 anni che si ritrova a dover scontare 6 anni di carcere e che da quell'esperienza ne uscirà segnato. Il bello è scoprire quale tipo di segno si porterà addosso. O se caso mai sarà lui a lasciare un segno in quel carcere. Tutto questo viene narrato attraverso una "congiunzione" di immagini che è vero cinema, cioè una serie di scene che nella loro somma ci consegnano un quadro di perfezione ed originalità stilistica che è soprattutto pura narrazione audiovisiva. E c'è poi la sottile ironia che ruota intorno a quel titolo ambiguo. 
Non lo potrete sottovalutare. 

17.6.10

The Road


The Road di John Hillcoat
(2009) USA

Difficile immaginare il coraggio dei produttori che hanno voluto questo film: una storia disperata, gelida che si muove fra ambientazioni pregne di morte e che porta con sé un'assoluta mancanza di speranza. 

Un film bellissimo. Una storia che usa il pretesto della fine del mondo per raccontare un fortissimo sentimento antico, l'amore di un padre verso un figlio, quel genere di amore forte a tal punto da voler rendere legge un desiderio legittimo: un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ad un figlio. E' anche per questo che si rimane spiazzati davanti a certe scene di terrificante violenza: non sto parlando del macabro mattatoio di carne umana ma di quando Viggo Mortensen insegna a suo figlio come suicidarsi, scelta obbligata per non farsi acciuffare dai "cattivi ragazzi"; o quando lo stesso padre punta una pistola sulla fronte del bambino per risparmiargli le più atroci sofferenze. Ecco che cos'è The Road, ecco chi è Cormac McCarthy e c'è da credere che John Hillcoat abbia rispettato fedelmente la prosa del romanzo perché sembra che la regia si limiti a ben poco, sottraendo altrove e dedicando maggiore attenzione al montaggio e ad una fotografia magnifica che sembra anch'essa protagonista: nei rari flashback di una vita normale, è tale lo scarto di luce da fare male agli occhi, proprio come fa male ai protagonisti ricordarsi quella vita che non possono più avere. 
In certi momenti la storia sembra ripetersi inutilmente e forse ad Hillcoat va imputata una certa ridondanza nell'esprimere determinati concetti, ma se si ha il coraggio di arrivare fino alla fine ci si può godere la grandissima interpretazione di Mortensen (attore drammatico ormai maturo e completo), ci si può avventurare nella visione del mondo apocalittica eppure eroica di McCarthy. Soprattutto ci si può commuovere nella consapevolezza che siamo tutti esseri finiti e che la nostra unica speranza è la morale degli uomini. Un film di rara ambizione.

13.6.10

Moon

Moon di Duncan Jones
(2009) Uk

Fulminante esordio al lungometraggio per Duncan Jones, Moon è un film atipico sotto molti aspetti: lo è per essere un film inglese, lo è per essere un film di genere, lo è per essere un film ambientato sulla luna! In tutte queste cose il regista dimostra di avere una lucidissima originalità, fino a partire della storia che comincia in un certo modo per poi andare a sbandare da tutt'altra parte: così all'inizio siamo convinti che il film voglia narrare della solitudine degli astronauti e invece... Fra l'altro, la pellicola lascia molte porte aperte, risolvendo sì il plot narrativo (con un finale bellissimo e perfino divertente) ma lasciando scappare verso svariate vie di fuga molti spunti lanciati, così da restituire allo spettatore quella inquietudine e quella malinconia che la vita sulla luna potrebbe scatenare. E' comunque la mano di Duncan Jones a tenere tutto insieme: non che manchi qualche ingenuità ma il giovane regista riesce a dare un'impronta personalissima a tutta la storia, potendo contare su un protagonista scatenato ed esageratamente bravo che porta avanti da solo tutta la storia (Sam Rockwell) e sulle musiche di Clint Mansell, autore di una colonna sonora che, come non mai negli ultimi anni, ha un ruolo fondamentale ed importantissimo nell'economia del film, restituendo dignità a questo elemento cinematografico che troppo spesso è stato umiliato e ridotto a sterile sottofondo. 

26.5.10

Lost - L'isola ha finito con voi

ATTENZIONE: QUESTO POST CONTIENE SPOILER PER CHI NON HA ANCORA VISTO LA FINE DEL SERIAL "LOST".

E' molto difficile considerare soddisfacente il finale di Lost, l'ultimo episodio che mette un punto definitivo alle sei gloriose stagioni di questo serial. Su questo blog ho sempre parlato di Lost in termini "tecnici", se così mi è permesso dire: ne ho sempre sottolineato l'incredibile portata innovativa a livello di narrazione televisiva (e dunque seriale); mi sono sempre concentrato sull'enorme mole di viral marketing che ha accompagnato la produzione delle stagioni, strategie per nulla da sottovalutare; ho voluto riportare come Lost, forte del suo successo, ha imposto un nuovo modo di fruizione del serial televisivo: non più passività da parte dello spettatore ma un coinvolgimento attivo nella ricostruzione della trama e dei diversi strati diegetici. L'unica volta (la prima volta!) che mi sono soffermato sulla trama vera e propria, mi sono concentrato più sui personaggi che sui misteri, afferrando subito le vere intenzioni degli autori, come ho ricordato nel post precedente. Adesso che tutto è finito e il gioco a massacro da parte dei fanatici per ricostruire il tutto si può dire esaurito, si può avviare un'analisi seria della trama stessa e di ciò che ha voluto rappresentare. Un'analisi approssimativa, tendenziosa e soprattutto personale, sia ben chiaro.
Lost, in inglese, assume vari significati. Uno di questi è perdersi, smarrirsi, anche dimenticarsi. In fondo che il titolo del serial non si riferisse alla condizione di naufraghi dei protagonisti lo avevano intuito tutti: ad un certo punto, probabilmente con l'introduzione dei flashforward, era chiaro che i naufraghi dovevano compiere un percorso di redenzione su quella dannata isola, ritrovare sé stessi in una sorta di comunione forzata con i compagni di sventura. "Si vive insieme o si muore da soli" era il motto del loro leader. E' stato in quel momento che avremmo dovuto capire la poca sostanza che i misteri avrebbero avuto nell'economia del tutto: quell'isola esiste, ha una funzione mistica non da poco (garantisce una sorta di equilibrio fra bene e male nel mondo e fa in modo che tutti possano scegliere fra l'uno e l'altro in assoluta libertà) e deve continuare ad esistere. Su quell'isola si sono succedute popolazioni provenienti da ogni dove ed ogni quando, grazie alla capacità dell'isola di spostarsi nello spazio e nel tempo (l'equilibrio metafisico che garantisce non esiste qui e adesso ma è dappertutto). Su quell'isola si succedono dei custodi che, una volta diventati tali, assumono molti poteri, fra i quali quello di decidere le regole dell'isola: se essa può essere scovata, colonizzata (dalla Dharma, per esempio) ed abitata. Quando il custode è stanco di ricoprire quel ruolo, può chiamare a sé chi desidera come sostituto e da lì la storia ricomincia daccapo. Questa è l'isola e tutto ciò che abbiamo visto sin dal primo episodio è l'incredibile battaglia di potere scoppiata tra il custode dell'isola e la sua nemesi: in mezzo a questa battaglia c'erano i naufraghi, chiamati a redimersi dalle loro incasinatissime vite per poter poi decidere liberamente se assumere il ruolo di custodi. In questo senso la storia che si svolge sull'isola è chiarissima e l'ultimissima scena che chiude il tutto è emozionante e completa: Jack assolve il suo compito, si sacrifica per trovare il suo posto nel mondo, ritorna laddove tutto è iniziato e può morire in pace mentre vede l'aereo che riporta a casa i suoi amici: la prima scena fu un occhio che si spalancava, l'ultima non poteva che essere un occhio nell'atto di chiudersi per sempre. Ciò che ha fatto incazzare molti appassionati del serial è ciò che, cronologicamente, succedeva nell'attimo in cui Jack si spegneva: nasceva questa sorta di limbo nel quale tutti coloro che avevano condiviso quell'avventura dovevano affrontare l'ultima prova prima di ritrovarsi ed "andare avanti". Ricordare tutto ciò che era stato, ciò che avevano condiviso e come avevano raggiunto la piena maturità di sé stessi e la coscienza che non si può essere soli nella vita: "la parte più importante della tua vita è stata quella che hai trascorso con queste persone. E' per questo che siete tutti qui: nessuno ce la fa da solo. Hai avuto bisogno di tutti loro e loro hanno avuto bisogno di te." Queste parole, a conclusione dell'episodio, rendono benissimo tutto ciò che è stato. L'incazzatura dei fans deriva dalla sensazione di presa in giro per aver assistito per un'intera stagione ad un'esistenza "altra" (flashsideways) che tale non era in quanto solo frutto della coscienza morta di ciascuno dei protagonisti: incazzatura rispettabilissima e comprensibile. Io stesso non ho gradito tale divagazione "post-mortem" ma credo che questo sia un problema del pubblico europeo, molto meno incline (strano a dirsi) ai concetti metafisici o religiosi di quello americano. Anche se va dato atto a Lindelof e Cuse di aver reso quella sorta di limbo il più neutro possibile: non mi riferisco ai ridicoli riferimenti multireligiosi nella scena finale ma alla proposizione di una vita dopo la morte (l'utopia di tutti gli esseri umani) che non fosse troppo caratterizzata e personalizzata: difatti i protagonisti si ritrovano in una sorta di chiesa della quale, però, ci viene celato l'altare onde evitare una marchiatura troppo religiosa del tutto. Lo stesso Christian Shephard spiega al povero Jack che non stanno lasciando quel posto per andare altrove: semplicemente stanno andando avanti, stanno metabolizzando l'incredibile storia vissuta ed i delicati rapporti che ne sono conseguiti per poter voltare pagina, per lasciare andare, per andare avanti. Un chiaro messaggio degli autori ai loro collaboratori ed al loro pubblico: tutto questo è stato, lo avete condiviso con altre persone che hanno gioito e sofferto delle vostre stesse passioni, ma adesso è finita e non state troppo tempo lì inebetiti a cercare di capire o a sperare che continui; ve la siete goduta, adesso andate avanti. Come dargli torto?
In fondo Lost è stata una delle più rischiose scommesse della tv commerciale, forse il programma che più di ogni altro ha cercato uno spirito epico raramente rintracciabile nel piccolo schermo: decine di personaggi, dozzine di storie sviluppate, temi etici e morali, fede e scienza (e dispiace dirlo, ma per scelta degli autori la prima ha vinto sulla seconda), libero arbitrio. Sono stati sei anni intensi. Pazienza se non c'hanno spiegato tutto, pazienza se ci hanno preso palesemente in giro, in fondo abbiamo fatto il loro gioco così come loro hanno fatto il loro mestiere. Prendiamolo per quello che è stato. Ce la siamo goduta. Adesso andiamo avanti. 

23.5.10

The End

Stanotte sarà finita. Dopo 6 anni, Lost metterà la parola fine alla sua storia e la cosa sta scatenando un putiferio in rete e nel mondo. Perché? Perché gli autori hanno mantenuto fede alle promesse e cioè non hanno spiegato granché dei misteri disseminati nell'arco di 100 e più episodi. Certo, rimane ancora l'episodio finale (doppio con aggiunta di 30 minuti, ringraziando la ABC) ma difficilmente tutto ciò che è stato lasciato in sospeso verrà concluso. Molti ammiratori del serial hanno preso questo atteggiamento come un tradimento, una presa in giro, un'offesa al concetto stesso che sta alla base di Lost. Ovviamente, molti di questi fanatici farebbero bene a farsi una vita e dirottare altrove le proprie frustrazioni piuttosto che su un serial che (per quanto innovativo sia stato) rimane pur sempre un prodotto d'intrattenimento. Molti di questi fanatici non ricordano (o non sanno, beata ignoranza) che neanche Twin Peaks fornì risposte soddisfacenti, anzi rimase praticamente inconcluso eppure dopo 20 anni viene ancora celebrato, viene ancora mandato in onda su tutte le tv ed è ancora capace di attrarre l'attenzione di chi l'ha già visto o di chi lo vede per la prima volta. Questo perché fu capace di innovare, di stupire, perché aprì una breccia nel sistema televisivo dell'epoca e spianò la strada all'era moderna del serial, Lost compreso. 
E infine c'è un'altra cosa: pensare che al centro di Lost ci siano i misteri è fuorviante. Gli autori lo ripetono da mesi che il centro narrativo è tutt'altro e fa piacere scoprire che ne avevo già scritto anni fa perciò mi limiterò a citarmi: "Lost è la storia di un gruppo nutrito di persone che precipita su un'isola. Ciascuno di loro ha un passato che non solo lo collega a qualcun'altro presente sull'isola ma che sembra anche essere buon motivo di una predestinazione a precipitare proprio lì. Il luogo dove si risvegliano dopo l'incidente sembra essere idilliaco ma fin da subito si rivela minaccioso: oscure presenze infestano la giungla, strani esperimenti vengono condotti da persone che già abitavano l'isola. Ogni personaggio, allora, dovrà farsi carico delle proprie esperienze e della propria personalità per cercare di sopravvivere in un posto che tutto sembra tranne che accogliente. Ed ecco, allora, il punto emotivamente più forte di Lost: l'umanità che viene rappresentata, i protagonisti, è un ampio ventaglio di personalità che abitano il nostro mondo e in cui tutti gli spettatori (costante dei serial) possono riconoscere qualcosa di sè stessi. Ma questo va ben oltre il mero tecnicismo di empatia con il pubblico. I protagonisti, dal primo all'ultimo, ingaggiano una battaglia con quelli che sembrano essere elementi soprannaturali (ma a Lost nulla è come sembra) ma in realtà stanno combattendo con le stesse paure che affrontiamo noi nella vita di tutti giorni, in primis la paura della morte e il fortissimo spirito di sopravvivenza che ci contraddistingue. Ognuno di loro deve fare i conti con gli errori del passato, più o meno grandi, riconciliarsi con sè stessi e trovare la forza di andare avanti. Di espiazione si tratta, nulla a che vedere con le religioni anche se Lost, specie nella seconda serie, porta avanti un discorso non indifferente sullo spiritualismo e soprattutto la fede. Ma ciò che tende a sottolineare è il difficile cammino che tutti devono intraprendere per scacciare i demoni di un passato che in quanto tale influenza presente e futuro. Viene dipinta così l'umanità tutta in un microcosmo fanta-avventuruoso dove è prepotente una fortissima carica drammatica. [...] Il quadro finale lo avverto desolante ma umanamente vero: si vive insieme, si muore soli, come viene più volte ripetuto nell'arco narrativo della storia. E' una risposta che non consola ma è la vita stessa a non essere conciliante con le aspirazioni degli individui."
Ovviamente domani, a serie veramente conclusa, torneremo sull'argomento per scriverne con il senno di poi. 

20.5.10

Draquila - L'Italia che trema


(2010) ITA

Presentato a Cannes non senza polemiche (tutte nostrane), il nuovo film di Sabina Guzzanti (attrice satirica che si è data al cinema perché epurata dalla televisione) conferma un percorso di sensibile crescita dell'autrice stessa che nel 2005 si diede al documentario con Viva Zapatero! (sorta di urlo liberatorio contro le infamie che ha dovuto subire lei e tutta la satira in Italia), al quale ha poi fatto seguire un piccolo film come Le ragioni dell'aragosta, molto più ambizioso ed intelligente, quasi sperimentale, dove usava il "trucco" del documentario per costruire un'opera molto più complessa. Con Draquila torna al documentario duro e puro, ispirato al cinema di Michael Moore e con il pretesto di raccontare del terremoto de L'Aquila riesce invece a raccontarci di tutto il sistema Italia e dei politici che quel sistema lo fomentano e lo usano a proprio vantaggio. 
Tutta questa generosa premessa per dire che: poche volte Draquilasupera le maglie del giornalismo per farsi cinema; a fatica si libera del ritmo e del montaggio quasi televisivo per andare oltre ed osare di più. L'idea vincente è la costruzione narrativa che regge il film, capace di emozionare nei punti di svolta proprio perché raccontata cinematograficamente bene, ma tutto il resto è molto debole e non da grande schermo. La tesi sostenuta è invece fortissima e ottimamente documentata: a vedere il film ben si comprende perché Sandro Bondi (sic) ha innescato una pretestuosa polemica internazionale; invadendo poco ed in punta di piedi lo schermo, Sabina Guzzanti ascolta tutti e fa parlare tutti ma con un montaggio perfettamente riuscito sottolinea quelle che sono le sue idee e ciò che l'occhio della sua telecamera ha catturato.
Al solito, si esce dal cinema incazzati ed amareggiati.

5.5.10

"Se farai il bravo, mi rivedrai una volta. Fai il cattivo e mi rivedrai altre due volte."


David Lynch sta preparando il sequel di Mulholland Drive? Questa è la notizia che da qualche settimana circola pazzamente in rete. 
Cosa c'è di vero? C'è di vero che Laura Harring, protagonista del film nel 2001, in un'intervista alla NBC ha detto che si sta muovendo qualcosa in quella direzione, che l'avvio del progetto è imminente e che non poteva proprio dire come faceva a sapere una cosa del genere. C'è di vero che David Lynch non è intervenuto né a confermare né a smentire la notizia. 
Cosa c'è di falso? Laura Harring non ha mai parlato di sequel. L'attrice ha parlato di un "follow-up", che tecnicamente potrebbe essere inteso non come un "sequel" ma come un approfondimento, un seguito delle tematiche trattate piuttosto che della storia vera e propria.
Caso mai a qualcuno interessi, ecco la mia opinione: mi sa di bufala. Una bufala che Lynch non si affretterà a smentire perché si sta pur sempre parlando di lui e delle sue opere cinematografiche, insomma tutta pubblicità che non fa mai male. Non solo ma visto lo stato delle cose, ho sempre di più la sensazione che INLAND EMPIRE rischia d'essere l'ultima opera cinematografica di un David Lynch ormai sempre più distratto da tante altre cose. Spero di sbagliarmi, ovviamente. Su quest'ultima cosa, non sul "sequel" di Mulholland Drive. 

28.3.10

Mine vaganti


Mine vaganti di Ferzan Ozpetek

(2010) ITA

Dopo il bellissimo Saturno contro e il meno fortunato Un giorno perfetto, è evidente che Ferzan Ozpetek ha voluto una ventata di commedia e leggerezza per il suo nuovo film, senza però rinunciare a quei momenti a suo modo poetici e profondi che sono un po' la sua cifra stilistica. Questo Mine vaganti rappresenta lo slancio del regista verso un film più spensierato e meno impegnativo del solito che però gioca d'equilibrio tra la commedia ed il dramma, comprimendo quest'ultima parte in una serie di momenti meno tesi del solito ma piuttosto lasciati scoppiare in farsa. Perfino la componente omosessuale, tanto cara all'autore, viene questa volta relegata a semplice cornice; il motivo scatenante del tutto è sì il dichiararsi gay dei protagonisti ma ben presto questo dettaglio va relegandosi sullo sfondo lasciando che ad occupare la scena siano le dinamiche familiari, il rapporto che si instaura fra parenti e soprattutto gli obblighi ed i doveri che ad essi ci legano e che troppo spesso ci soffocano. Il mondo gay viene solo guardato dall'esterno, come fosse una scheggia impazzita che all'improvviso compare in un universo altro non abituato a certe cose e per questo motivo genera macchiette. 
Anche questa volta Ozpetek sceglie la sottrazione ma se in Saturno contro erano i dialoghi ad essere volutamente superflui, questa volta è la regia a mantenersi su toni più contenuti lasciando che a narrare siano le scene, forse le più parlate nel cinema di Ozpetek. E per il resto niente di nuovo: come sempre, le storie di Ozpetek non sembrano risolversi; vi è sì una sorta di risoluzione per i protagonisti, molto più positiva del solito, ma le porte rimangono aperte perché l'autore si innamora a tal punto dei suoi personaggi da non lasciarli chiusi nei titoli di coda, li lascia liberi di continuare a vivere.
Sarà il mio debole per i film corali, ma pur non rappresentando nulla di nuovo nel cinema di Ozpetek, questo Mine vaganti mi è piaciuto perché fa sorridere con il cuore anche se il tema di fondo (oltre le scelte che ci rendono ciò che siamo) è l'amore, una volta tanto non sofferto e sacrificato ma salvifico, liberatorio ed appagante. Non la solita menata esistenzialista all'italiana. E poi Ozpetek dirige gli attori in maniera egregia e ha mantenuto la promessa: a quella critica di massa che qualche mese fa scrisse di non poterne più delle sue tavolate, ha risposto riempiendo il film di scene chiave girate fra una portata e l'altra. 

9.3.10

Meglio tardi che mai

A chi ha un minimo di buon senso e di cervello è sempre sembrato che la pirateria non è un cancro da estirpare ma una forma di diffusione multimediale da analizzare e che dovrebbe far riflettere. Se centinaia di migliaia di persone preferiscono scaricare dalla rete l'ultimo episodio di Lost in lingua originale e sottotitolato in italiano da solerti volontari che non ci guadagnano nulla se non la gloria, piuttosto che guardarlo comodamente doppiato ad una sola settimana di distanza dalla messa in onda americana, ecco allora che il problema si fa serio. Quest'ultima idea appariva la risposta migliore al calo di ascolti che le reti tematiche (in questo caso FOX Italia che trasmette su piattaforma Sky) subiscono a causa della prima possibilità di fruizione. Una valida alternativa l'aveva proposta Telecom, offrendo l'ultimo episodio con sole 24 ore di differita in lingua originale e sottotitolato al costo di € 1.99; un'idea innovativa per il mercato italiano e di cui, per ora, non si conoscono i risultati commerciali. FOX Italia, invece, deve aver accusato un calo di ascolti non da poco visto che ha tirato fuori un'altra idea che si configura come storica nel panorama televisivo italiano: continuerà a proporre Lost doppiato ad una settimana di distanza, ma dal 17 marzo tenta il colpo grosso: trasmissione dell'ultimo episodio della serie a sole 24 ore dall'America, in lingua originale e con i sottotitoli in italiano. Idea analoga a quella di Telecom ma stavolta lo spettatore FOX non dovrà pagare per vedere quell'episodio, essendo il canale già compreso nel normale abbonamento sottoscritto. Un'idea che sicuramente andava lanciata prima (vista la portata innovativa) e non a stagione in corso ma evidentemente i dirigenti speravano che una settimana di differita fosse sufficiente a far desistere dal download in rete; si devono essere accorti, invece, che la sete di Lost è tale che lo spettatore non è disposto a rimanere indietro, soprattutto non è disposto ad essere figlio di un dio minore nella comunità di fans che in rete discutono e si confrontano in base alla messa in onda americana, prima cioè di tutti gli altri. 
Tutto questo ci insegna che finalmente c'è qualcuno che preferisce agire piuttosto che lagnarsi di Internet e delle sue armi che danneggerebbero il mercato televisivo e cinematografico; c'è qualcuno che finalmente prende in considerazione anche quella fetta di pubblico che scarica non per il brivido di compiere qualcosa di apparentemente illegale (teoria, questa del brivido, tutta da dimostrare) ma perché non è disposta ad aspettare oltre. Sarà interessante, se saranno resi pubblici, leggere i dati di ascolto della messa in onda di Lost in lingua originale su FOX Italia e confrontarli con la regolare programmazione sul medesimo canale: c'è da scommetterci che i risultati saranno sorprendenti. 
In tutta questa vicenda a perderci è la tv generalista che si ritroverà a mandare in onda un prodotto già scaricato dalla rete, già andato in onda in due modalità diverse sulle reti tematiche, un prodotto insomma visto e stravisto (ecco il motivo dei bassi ascolti di Lost su Raidue, a parte la programmazione infelice proposta dalla rete pubblica). Una colpa di cui la televisione dovrebbe assumersi la responsabilità, visto che ogni prodotto andrebbe proposto per il pubblico a cui mira, con tutto ciò che ne consegue. Invece viene normalmente buttato nel calderone del commercio, senza nessuna strategia connessa. E allora ben gli sta.

P.S. La stessa strategia verrà proposta da FOX Italia anche per la serie Flashforward. Ho preferito soffermarmi solo su Lost perché è quest'ultima che ha smosso le acque; anzi, sarebbe più giusto dire che è il pubblico di Lost ad aver finalmente costretto i pezzi grossi a cambiare l'ordine delle cose.

7.3.10

Oscar 2010

Mancano poche ore agli Oscar 2010. In attesa del verdetto e delle conseguenti riflessioni, ecco qui sotto i dieci titoli che concorrono come miglior film. Quelli cliccabili sono quelli che ho visto, potete leggere quello che ne ho scritto. 
Suggerite i vostri pronostici o fate i vostri commenti.

6.3.10

District 9

District 9 di Neill Blomkamp
(2009) Usa\New Zeland

Eccolo qua il vero outsider degli Oscar 2010, in una certa maniera molto più anomalo di Bastardi senza gloria. E' District 9 la vera nemesi di Avatar, nel senso che entrambi narrano in un certo modo la stessa cosa ma con risultati decisamente diversi. Mentre Avatar è banalotto e scontato ma si salva per essere un progetto d'intrattenimento che sfrutta un nuovo modo di fare cinema, District 9 ha una messa in scena più classica ma presupposti molto più virtuosi ed interessanti. L'idea originalissima è di narrare i problemi dell'integrazione, dell'immigrazione e della diversità fra razze in un luogo che di questi problemi ne ha avuti parecchi (Sudafrica) e da un punto di vista decisamente anomalo, quello di una gigantesca popolazione aliena che si ritrova bloccata a Johannesburg perché non riesce più a mettere in moto l'astronave per tornare a casa e per questo motivo deve integrarsi con gli abitanti del luogo. Il problema è che gli uomini finiranno per ghettizzarli in un "district 9" proprio come i neri lo erano in un "district 6" durante l'apartheid. Questo splendido corto circuito tematico si fonde alla storia del protagonista, un uomo sgradevole e razzista che si ritrova invischiato in qualcosa di più grande di lui e che ben presto passerà dall'altra parte, quella dei discriminati, dovendo rivedere per sempre le sue priorità ma non per questo migliorandosi come persona. Viene dunque soddisfatta la sete di cinema d'azione per il pubblico meno esigente ma è altrettanto saziata la metafora politica della vicenda, che però va lentamente scemando verso la fine lasciando lo spettatore solo con le sue considerazioni. 
Il regista sceglie di raccontare tutto ciò con uno stile documentaristico che forse non è esattamente la scelta più felice anche se comprensibile: il tutto dà all'opera un'aurea di autenticità, non tanto ai fatti narrati quanto alle dinamiche che si scatenano in determinate situazioni. Ma ad un certo punto si avverte confusione sulla realtà oggettiva proposta dal regista e quella ipoteticamente documentata dalle videocamere, tant'è che quando nel film arriva il momento di far prevalere la prima sulla seconda ci si sente ulteriormente forzati ad accettare un "patto" che ha già richiesto un bello sforzo da parte dello spettatore. Rimane comunque un film interessantissimo e per nulla banale, con degli effetti speciali (curati dalla Weta di Jackson) capaci di proporre un'interazione tra uomini e creature digitali che ha un qualcosa di simpaticamente vintage. 

The Hurt Locker


The Hurt Locker di Kathryn Bigelow
(2008) USA

Il problema di The Hurt Locker è politico. Si può realizzare un film di guerra senza dargli un contesto ben preciso? In The Hurt Locker vediamo le truppe americane in azione, in un territorio ostile e popolato da facce arabe che potrebbero nascondere continue minacce. Il film non si pone minimamente il problema di contestualizzare tutto ciò: perché gli americani sono lì, chi ce li ha mandati, perché la popolazione del luogo sembra così ferocemente ostile; tutto ciò è lasciato alla cultura dello spettatore e se lo sa, bene; se non lo sa, pazienza. Si potrebbe obiettare che il film non vuole assumere nessuna posizione politica ma soltanto raccontare la storia di un uomo così malato di adrenalina da sentirsi vivo solo a contatto con la guerra e con le bombe. E a parte che questo è proprio l'aspetto più debole della storia, è ben più grave che per un pretesto del genere si tirino in balli i morti militari e civili. Il punto di vista più controverso del film è che, quasi quasi, sembra essere una pellicola militarista, ponendosi così controcorrente nel cinema di genere dove i grandi film sono sempre stati antimilitaristi. Tralasciando questa perniciosa interpretazione facilmente attaccabile, il punto è un altro: i grandi film di guerra del passato ti raccontavano come una cosa orribile come un conflitto bellico potesse cambiare e sfregiare per sempre gli individui coinvolti negli scontri; c'era, cioè, un'idea di racconto che narrava emotivamente una verità ampiamente documentata. In The Hurt Locker, invece, i personaggi sono come sono fin dalla prima scena: non crescono psicologicamente e non sembrano soffrire la guerra, vivono solo in attesa del congedo e nella speranza di poter tornare a casa con ancora tutti gli arti attaccati al corpo. Per questo motivo il film soffre di una certa stanchezza, soprattutto nella parte centrale, provocando più di uno sbadiglio. L'unico guizzo è la coda del film, la scena dei cereali al supermercato, vera esemplificazione di come il protagonista non è fatto per vivere in un mondo libero e democratico ma è nato per ricevere ordini, per compiere azioni spericolate in nome di... di non si sa che cosa! Bella messa in scena, pessima metafora.
Ecco perché il problema del film è politico: vuol narrare qualcosa ma sfrutta l'onda emotiva di qualcos'altro per ottenere clamore, proponendo tesi difficilmente difendibili. L'intelligente regia della Bigelow, la sua capacità di messa in scena, la sua bravura nel raccontare un mondo prettamente machista, non sono elementi necessari a salvare il film dalle sue numerose debolezze d'impianto. 

Up


Up di P. Doctor, B. Peterson
(2009) USA

Pensavo che WALL-E fosse la cima delle idee Pixar ed invece Up è un altro passo avanti verso la sperimentazione e l'innovazione, i veri marchi di fabbrica del colosso cinematografico. Sono due film diversi, a ben guardare: WALL-E era forse più rivoluzionario in termini di regia e l'iper-realismo che il suo digitale raggiungeva voleva ottenere il massimo della resa nell'interpretazione di personaggi inesistenti. Up, invece, pur realizzando un film d'animazione dove la regia gioca un ruolo fondamentale (vedi le bellissime scene mute, dove il montaggio, le musiche, la mimica degli "attori", le scelte fotografiche sono cinema allo stato puro), sembra piantare radici in una solidissima sceneggiatura che non si perde in fronzoli e contorni (la necessità di non annoiare il pubblico più giovane sembra essere una limitazione positiva, se questi sono i risultati) ma va dritto al cuore pulsante della narrazione ed al suo protagonista, questo splendido vecchietto vedovo e scontroso, vero anti-personaggio per un film di animazione. Fra l'altro, il tipico bilanciamento di elementi per non scontentare nessuno (né i bambini né il pubblico più adulto che li accompagna, perché sembra che siano ancora pochi i giovani e gli adulti che vedono un film Disney o Pixar senza il preconcetto che si tratti di film per mocciosi) riesce benissimo anche stavolta così come era accaduto con WALL-E. 
Ecco, allora, che ben si comprende la nomination agli Oscar di Up come miglior film perché di questo si tratta: non può essere considerato un film diverso dagli altri solo perché d'animazione. Up è un film completo, è cinema nel senso più significativo e pieno del termine, emoziona alla grande e costruisce una narrazione mai banale e prolissa ma anzi fatta di gesti, oggetti, azioni che esplicitano le psicologie e i sentimenti dei protagonisti. Un autentico capolavoro del genere che ha molto da insegnare a tutto quel cinema sentimentale e d'intrattenimento contemporaneo che annaspa disperato. Il mio unico rimpianto è non averlo visto in 3D, perché magari anche in questo era riuscito a costruire un discorso innovativo ed importante. 

24.2.10

Amabili resti


Lovely bones di Peter Jackson
(2009) Usa\Uk\New Zeland

Atteso al varco dopo il mezzo flop di King Kong che seguiva il successo universale della trilogia tolkeniana, Peter Jackson abbandona l'Australia e torna in terra americana per il difficile adattamento di Amabili resti, romanzo cult che affronta la storia di un assassinio dal punto di vista della vittima dopo la morte. 
Il film segue due binari paralleli: da una parte c'è l'adolescente uccisa che veglia sui propri cari da una sorta di limbo che precede il paradiso, dall'altra c'è la famiglia sconvolta dal brutale omicidio che cerca, ciascuno a suo modo, di tirare avanti. Ciò che concerne la prima idea è quanto di più scontato ci si poteva aspettare: Jackson dipinge un'aldilà molto new-age e dai colori sgargianti, indefinito e incompleto e per questo incapace di emozionare; c'è da crederci quando Jackson confessa di non credere in una vera e propria vita dopo lo morte in quanto proprio queste parti sono le meno ispirate del film. Al contrario, la seconda idea è fortissima e piena di intuizioni interessanti: la caratterizzazione dello spietato serial killer di Stanley Tucci si affianca ad una serie di idee cinematografiche potentissime che riescono ad attualizzare tecniche di suspence e di narrazione molto tradizionali, donando al genere nuove prospettive di messa in scena; a tal proposito, il segmento più significativo è l'intrusione della sorella della vittima nella casa dell'assassino: il crescendo emotivo si fa forte di calcolati silenzi e particolari in primissimo piano (nel guardare il dito che scorre sulle pagine si ha l'impressione di assistere ad una scena girata da Hitchcock con le moderne tecniche di ripresa). Altro punto a favore della pellicola è l'assunto finale al quale mira: al termine della storia, dopo aver dovuto sopportare una patetica scena alla Ghost e dopo aver rinunciato intelligentemente ad un'effettiva conclusione dell'aspetto thriller della storia, si comprende che l'autore ha voluto narrare di un tema antico ma comune a tutti come l'elaborazione del lutto; la bellissima intuizione, in nuce al romanzo, è di raccontarlo dal punto di vista della vittima. Ecco allora che gli amabili resti sono i legami che non riusciamo a spezzare, neanche quando è la vita stessa ad imporci una saggia recisione. 
Nel suo complesso il film è ben riuscito. La regia di Jackson perde colpi solo nelle parti "paradisiache" della storia mentre è salda e lucidissima in quelle "terrene". Molte scene sono perfettamente costruite ed ampiamente aiutate nella resa finale da una magnifica colonna sonora firmata Brian Eno. 

18.2.10

Paranormal Activity

(2007) USA

Un film costato quindicimila dollari e che ne incassa duecento milioni ha già vinto a metà. Che questo film, poi, sia una boiata è tutt'altro discorso. Il problema è che buona parte dei cinefili che lo vanno a guardare si mangiano le mani perché pensano che una cosa del genere la potevano fare anche loro e che anche loro potevano impressionare Spielberg a tal punto da farsi sponsorizzare il film, ottenere un successo ai botteghini e guadagnarsi abbastanza fiducia da lanciarsi a capofitto nel prossimo progetto disponendo di un budget ben più ricco. Perciò diffidate da chi boccia il film senza remore: queste persone appartengono alla suddetta categoria e ad un'altra che comprende quel pubblico non disposto ad accettare un film amatoriale nel quale ben poco accade. Se si vuole fare un'analisi seria, bisogna concentrarsi innanzitutto su cosa questo film rappresenta. Al di là che faccia paura o meno (il terrore in sala è un fattore soggettivo, non basta l'etichetta horror a rendere un film pauroso, conosco gente che si è fatta grasse risate con L'esorcista o Shining), Paranormal Activity rappresenta una frattura nelle regole della messa in scena; questo potrebbe apparire banale ma il discorso si fa interessante se, guardandolo, ci si accorge che tutti i canoni narrativi tipici dell'horror sono intatti. E' solo la messa in scena ad essere alternativa ma il racconto è pressoché tipico nel suo genere. 
Il film di Oren Peli infrange le regole cinematografiche per necessità: si libera della zavorra tecnica e produttiva per mancanza di fondi e punta dritto all'intrattenimento puro, al disperato bisogno delle persone di esorcizzare le proprie paure vedendole proiettate sul grande schermo e diventa biglietto da visita per una carriera da regista. Fra l'altro il film non è così deludente come si dice in giro ma è troppo carico di aspettative: in molte parti è addirittura noioso e dura molto più di quanto dovrebbe pur essendo abbastanza breve, ma lo spettatore vive in funzione delle riprese notturne, quando sa che si spaventerà e sa che qualcosa, per forza di cose, accadrà. E' una costruzione narrativa perfetta e in questo vince, ma non è originale e non lascerà alcun segno.
Non aspettatevi altro, non è il trionfo di un nuovo metodo cinematografico, non ripetiamo gli errori fatti con The Blair Witch Project. Sono il passaparola ed il marketing che stanno mietendo vittime ma queste sono due cose delle quali non ci si dovrebbe mai fidare. 

16.2.10

An Education

An Education di Lone Scherfig
(2009) UK

La leggerezza con la quale si snoda il racconto è probabilmente il più grande pregio di questa pellicola candidata all'Oscar. Sulla carta rischiava di rimanere una melensa storia di formazione condita da episodi scandalosi inerenti il rapporto tra la protagonista adolescente e il suo più maturo seduttore. La storia fra i due, invece, non scade mai nel banale o nell'ipocrita provocazione per immagini ma anzi è talmente pudica e tenera da commuovere. E comunque non è neanche il tema centrale del film, perché a ben guardare è il contesto storico il vero protagonista della narrazione. La cornice culturale inglese nella quale tutto prende piede è un momento cruciale della storia contemporanea, è antecedente le grandi rivoluzioni del '68 ma sfiora la fine dell'età dell'oro inglese; è quel momento sul quale ancora oggi la società inglese si interroga, foriera di ambiziosi slanci, troppi dei quali sono stati sonore delusioni. In questo periodo nel quale le donne non si sono ancora emancipate e devono sudarsi istruzione e ruolo sociale si snoda l'educazione della protagonista, vero prototipo della donna del '68, alla quale può contrapporsi la figura dell'insegnante Olivia Williams, vittima proprio di quel sistema che la Mulligan si sta preparando a combattere. La sua sete di conoscenza, necessaria alla sopravvivenza, si scontra con l'appagamento dei propri sensi e la ricerca del divertimento, quel mettere l'io davanti a tutto che sarà uno dei risultati peggiori del '68. Su questo il film assume una posizione netta, non revisionista e non reazionaria: si limita a fotografare quel che è stato e se qualcuno ci vedrà un attacco alle istanze della più grande rivoluzione culturale del '900 starà guardando il film con estrema malizia (o incolpevole ignoranza).
Al film non mancano spiacevoli cadute in basso (la rappresentazione manieristica della Francia, la conclusione un po' arrangiata e sporcata dalla voce fuori campo) ma la regista ottiene il meglio dai suoi attori, su tutti un magnifico Alfred Molina che incarna l'altra grande faccia della pellicola, il rapporto tra genitori e figli, tra le aspirazioni ed i sacrifici dei primi e il desiderio di non deluderli senza annullare la propria personalità dei secondi.