30.1.10

La prima volta?

La notizia appare banale e invece è una svolta importante nel panorama italiano.
Per la prima volta, a quanto ne so, in Italia viene offerta la possibilità di vedere in streaming un serial americano sottotitolato a sole 24 ore dalla messa in onda oltreoceano. Il serial cult in questione è l'ultima, attesissima stagione di Lost (e chi se non i naufraghi più famosi del mondo potevano smuovere tanto le acque?) la cui season premiere è prevista per il 2 febbraio in America. Il giorno dopo, su un sito creato appositamente da Telecom Italia, verrà offerta la possibilità di vedere lo stesso episodio in lingua originale e sottotitolato in italiano al costo di € 1.99. Il costo viene addebitato direttamente in bolletta agli abbonati Telecom e su carta di credito a tutti gli altri.
L'operazione si è resa possibile grazie ad un accordo tra Telecom e Walt Disney Company. In questo modo l'Italia diventerebbe il primo paese non anglofono a godere dell'ultima serie di Lost, con una differita di sole 24 ore e battendo il record olandese che prevede la messa in onda per il 5 febbraio. Stiamo ovviamente parlando di sistemi legali: che in rete, a distanza di circa 48 ore, è possibile scaricare il nuovo episodio di Lost già bello che sottotitolato lo sappiamo tutti ma è un sistema illegale e che non garantisce la massima qualità della riproduzione. Anche se sul sito Telecom creato apposta per lo streaming di Lost non si parla di dettagli qualitativi, il comunicato stampa ufficiale dell'azienda di telecomunicazioni parla di streaming per pc ad alta risoluzione. Non solo, ma grazie al sistema IPTV è possibile vedere l'episodio direttamente in televisione. Ultima pecca: una visione limitata nelle sole 24 ore successive all'acquisto; non viene specificato quante volte lo si può vedere in quelle 24 ore ma un buon dvd recorder dovrebbe garantirne la registrazione ad uso privato.
Che sia Lost il motore di tutto questo non è un caso. L'hype intorno all'ultima serie sta dando modo di sperimentare nuove modalità di palinsesto, annullando la distanza e la differita con i paesi anglofoni. Ma in Italia mai si era visto un esperimento così innovativo come quello della Telecom: 24 ore per un prodotto qualitativamente alto, sottotitolato e disponibile anche sul televisore è decisamente una novità. Il prezzo, ovviamente, sarà il freno al boom di questa opportunità ma Telecom ha comunque sfondato un muro: se altri la seguiranno, i prezzi cominceranno ad essere competitivi e l'idea di poter godere legalmente di un prodotto ad alta qualità in anteprima potrà scalfire più di una coscienza.
Un'altra cosa curiosa da rimarcare: differita di 24 ore significa avere a disposizione così poco tempo che i responsabili che si occuperanno di sottotitolare gli episodi non faranno altro che riprendere i sottotitoli americani per non udenti, tradurli e riutilizzarli per l'Italia. Che è esattamente il procedimento che permette l'immissione illegale in rete dei serial parlati in lingua straniera. Il mercato che impara dal web, insomma.

22.1.10

Avatar (3D)

Avatar di James Cameron
(2009) USA

Avatar è esattamente quello che vi aspettereste dal cinema d'intrattenimento con marchio USA: c'è una storia banalotta e poco originale, prevedibile addirittura nella sua messa in scena (proprio quando sentirete che è arrivato il momento di una scena al rallentatore che vi faccia commuovere, ebbene arriverà proprio in quel momento) e nei suoi sviluppi. Perfino la morale spirituale ed ecologista non suona per nulla nuova, mentre forse il vero grande guizzo è la contrapposizione uomini - alieni che finisce con il ribaltarsi (è prevedibile anche quello ma Cameron rende questo particolare sviluppo in maniera molto più sottile ed intelligente). Nonostante questa grossa mole di difetti (e il disperato bisogno di Cameron di trovarsi uno sceneggiatore che gli scriva dialoghi migliori dei suoi), Avatar è comunque un film godibilissimo e lo è perché qui non conta la storia quanto la realizzazione. E siamo davanti ad uno sforzo economico e tecnologico senza precedenti nel quale a farla da padrona non è neanche la tecnologia 3D. In realtà ciò che più stupisce è il totale realismo della pellicola: per 2 ore e 40 noi spettatori non guardiamo altro che un universo inesistente, fatto di ambienti, di fauna, di personaggi che non esistono, creati dal nulla e che interagiscono con il nulla. Nonostante questo, il realismo è impressionante e per tutto il film non ci si trova mai ad avvertire qualcosa di falso (forse solo l'occhio del professionista potrebbe) e la bellezza del film è tutta qui. Il valore aggiunto del 3D è quello di renderci ancora più partecipi di un mondo inesistente ma la sua applicazione non è mirata ai fini della trama, non è l'elemento base che ha influenzato il tutto ma sembra essere più il normale approdo di tutto il progetto.

Questo film cambierà la storia del cinema? Si rende necessaria una premessa. Che cosa s'intende con "cambiare la storia del cinema"? Se guardiamo indietro sono poche ed epocali le cose che hanno davvero cambiato la settima arte, come il suono o il colore. Perché erano elementi che andavano a modificare profondamente il modo stesso di concepire il film. Fritz Lang, per citarne uno, trasformò la possibilità del sonoro in un vero e proprio elemento della trama, addirittura fondamentale per la scoperta dell'assassino. Ritornando ad Avatar, allora, ci si deve chiedere cosa succederà dopo. Il film di James Cameron cambierà completamente la storia del cinema? La risposta è no: perché il 3D non è nato l'altro ieri ed è una tecnologia che sta ancora aspettando una sua reale applicazione che sia capace di stravolgere il modo di fare il cinema e il film che si faccia alfiere di questa idea ancora non è arrivato ed Avatar non lo sarà. Non perché sia un brutto film, anzi. Ma perché il 3D non è un vero e proprio elemento narrativo, non si inserisce nel film come completamento dell'opera ma solo come sua estensione e a me sembrano due concetti diversissimi.
Avatar è (forse) solo il risultato più maturo di un certo tipo di cinema che sembra essere la salvezza dell'intera industria. Ben venga ma non mi stupirei se fra qualche anno lo ricorderemo più per gli incassi che per l'essere una reale espressione artistica.

19.12.09

Cosa resterà degli anni zero?

Il gioco della classifica è irresistibile ogni qualvolta si chiude un ciclo. La fine degli anni zero ci porta a fare il punto della situazione e a decidere cosa portarci nel nuovo decennio. Siti specializzati, blog e testate giornalistiche non si sottraggono al gioco e io non sarò da meno (come se questo importasse a qualcuno ma tant'è). Ma prima di buttare giù i miei 20 film più una postilla è bene fare qualche precisazione: è una lista parziale, talvolta emotiva; soprattutto è una lista incompleta! Detto ciò, quando si fanno di queste cose, a pesare sono più le assenze che le presenze. Fa' parte del gioco e siete liberi di insultarmi, criticarmi o meglio ancora dirmi quello che secondo voi manca e perché avrebbe dovuto esserci. Infine, un ringraziamento al mio amico John che mi ha aiutato e sopportato nell'ardua impresa di restringere l'iniziale rosa di 46 titoli per ottenerne 20.

1) INLAND EMPIRE (David Lynch). E' lo schiaffo in faccia a chi si affanna a cercare nel 3D la speranza di risvegliare i sensi del pubblico nelle sale cinematografiche. E' il culmine di una carriera. E' sperimentazione allo stato puro e al tempo stesso cinema nel senso più stretto del termine. E' narrazione emotiva che non può passare inosservata, è il film che non finisce con i titoli di coda ma ti insegue anche dopo esserti alzato dalla poltrona. L'autentico capolavoro degli anni zero che ci spiega (e ci fa "sentire") cosa dovrebbe essere un film.

2) Niente da nascondere (Michael Haneke). A mio parere l'opera più riuscita del regista austriaco, dove la sua ossessione per la macchina da presa e le sue capacità si coniugano al meglio con il cancro sociale che ci potrebbe portare alla deriva. Non distinguere quando stai guardando il film o una delle videocassette minatorie ci riporta al labile confine tra realtà soggettiva e realtà oggettiva: il tuo sguardo è quello del regista o del ricattatore? Fra l'altro, è un film dai molteplici livelli ma rimane sostanzialmente un thriller. Un thriller che non ha nessun elemento classico del genere, quindi un nuovo modo d'intenderlo.

3) Mulholland Dr. (David Lynch). Vale lo stesso discorso per Niente da nascondere: un film di genere che rimescola le regole e crea un'angoscia ad arte senza che se ne comprenda il motivo. Classicheggiante in alcuni punti ed innovativo per altri, è una fusione riuscitissima tra emozione e narrazione che ha spianato la strada ad INLAND EMPIRE. La verità è che non si potrebbe mai smettere di rivederlo.

4) Paranoid Park (Gus Van Sant). Per me rappresenta il compimento della ricerca di Van Sant avviata con Elephant. Se il più recente prevale sul primo è solo per la sua maggiore precisione negli intenti e la migliore resa finale. Paranoid Park è magari meno efficiente di Elephant ma forse meno pretenzioso e per questo più onesto. La scena della doccia è uno dei capolavori degli anni zero.

5) Lost in Translation (Sofia Coppola). Lo piazzo qui per creare un contrasto con le precedenti scelte. Le complesse scelte registiche precedenti si scontrano e deflagrano con questo elogio della semplicità che ha un impatto altrettanto fortissimo: il secondo film della Coppola è minimalismo che si fa' forte di un'idea e la porta avanti affidandosi ad un attore istrione e ad una cornice surreale (tale perché lontana da noi occidentali). Le emozioni che ogni volta questo film mi scatena sono fortissime e la scena finale ha lasciato qualcosa dentro tutti, se è vero che oggi se ne parla ancora. Il cult per eccellenza del decennio.

6) The Village (M. Night Shyamalan). Sono un ammiratore della prima ora di Shyamalan, pur riconoscendone gli alti e bassi. Ma The Village va oltre: per me è il miglior film post-11 settembre, il che è ancora più eccezionale se si pensa alla cornice cronologica del film. Una autentica favola che scava nel profondo dell'animo americano ed occidentale in genere, molto più di certe spocchiose produzioni già cadute nel dimenticatoio. Inoltre, è un'altissima lezione di regia cinematografica.

7) Dogville (Lars von Trier). Subito a seguire The Village perché è l'altro post-11 settembre che ha lasciato davvero un segno in questo decennio. Ma ancora più importante è l'elaboratissima messa in scena con la quale von Trier concretizza definitivamente le sue idee sul cinema ed il parziale fallimento del Dogma 95. Discesa agli inferi e violenza vendicativa senza precedenti, amara e liberatoria al tempo stesso. E' come guardare un mostro che sappiamo tutti di avere dentro. E' l'idea di un cinema che si piega alla storia che vuol narrare.

8) Kill Bill Vol. 1 (Quentin Tarantino). Altra memorabile vendetta al femminile, lo metto in cima alle opere di Tarantino perché forse è l'unica che ha davvero segnato interi anni di produzione cinematografica: nella sua perfezione stilistica e pregiatissima messa in scena, ci ha ricordato che il cinema può anche essere puro intrattenimento, divertimento, senza perdere la sua impronta d'autore. Non prendiamoci troppo sul serio, insomma. C'è abbastanza tempo e spazio per tutto.

9) Il petroliere (Paul Thomas Anderson). Difficilmente un regista è riuscito ad infilare un capolavoro dietro l'altro come Anderson. Il petroliere non sarà forse il mio film del cuore tra quelli che ha fatto eppure è perfezione non solo stilistica ma anche come risultato: per me rappresenta la fusione tra classico e moderno, un autentico punto fermo che chiude un'era e ne apre un'altra, ammesso che qualcuno voglia raccogliere la sfida. Perfetto sotto ogni aspetto, un vero capolavoro.

10) Il caimano (Nanni Moretti). Discusso e criticato, rimane la migliore analisi dell'Italia anni zero. Quell'Italia schiacciata dall'ingombrante presenza di Berlusconi e dai suoi effetti devastanti, riesce a narrare tutto ciò senza essere pedante e strettamente politico ma anzi marginalizzando la figura di Berlusconi concentrandosi invece sugli italiani. E sul cinema. Il bellissimo epilogo riassume il tutto con un impatto emotivo raro per il cinema italiano ed attualissimo ancora oggi. Purtroppo.

11) Se mi lasci ti cancello (Michel Gondry). L'incontro tra due geni del decennio (il regista e lo sceneggiatore Kaufman) ha prodotto una strepitosa lezione di cinema e di vita sull'elaborazione del dolore e del rimpianto. Sfrenata fantasia poetica che si esprime attraverso regia e montaggio, fusione tra artigianato ed effetti speciali, difficilmente lo si può dimenticare dopo averlo visto. Stiamo ancora aspettando qualcuno che sia capace di seguire questa strada.

12) Non è un paese per vecchi (Coen). Puro cinema fatto di immagini, panoramica di personaggi disperati e dispersi, la nostalgia di un ordine delle cose che ci rassicuri, la speranza negata di una giustizia che non arriva mai. Capolavoro che scalza A serious man solo perché quest'ultimo è ancora troppo fresco per essere elaborato, ma meritavano entrambi di esserci.

13) Il Divo (Paolo Sorrentino). La mia pietra miliare per il cinema italiano del decennio. Ancora spero che presto si parlerà di un prima e di un dopo Il Divo. E' quel tipo di cinema che mette in scena il regista prima ancora del film stesso: l'opera è Sorrentino ad ogni inquadratura, ogni scelta di montaggio, ogni ardito movimento di macchina. Senza mai farsi invadente ma semplicemente esprimendo il suo personalissimo punto di vista su un personaggio grottesco.

14) The Prestige (Christopher Nolan). Lo metto prima de Il cavaliere oscuro perché era sicuramente molto più facile aspettarsi da quest'ultimo il risultato che ha ottenuto. The Prestige, invece, non aveva l'obiettivo di imporsi sull'immaginario collettivo e per questo riesce in maniera profonda a condurre una riflessione sul potere ingannevole dell'illusione (anche cinematografica) pur rimanendo fortissimo intrattenimento. Da riscoprire.

15) Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan). Nolan è il più grande degli americani capace di intrattenere con grandi budget ed effetti speciali senza mai essere banale e scontato, ma anzi sfruttando al meglio le potenzialità tecnologiche messe a sua disposizione per costruire una precisissima (e discutibile) apologia dell'eroismo, creando anche un "bad guy" da annali del cinema che ha reso immortale Heath Ledger.

16) Match Point (Woody Allen). La migliore espressione artistica di Allen degli ultimi dieci anni, asciutto e preciso nel portare avanti un discorso talvolta metafisico che materializza in immagini il pensiero del regista. Woody Allen abbandona i suoi cari toni da commedia per creare una tragedia lontana dalle esperienze comuni ma che ci tocca tutti da vicino: "il caos regna".

17) Into the wild (Sean Penn). Esempio di cinema viscerale ed emotivo, alla stregua di INLAND EMPIRE sembra (solo all'apparenza) privarsi di una vera e propria storia per puntare all'esperienza sensoriale che abbatte il confine tra spettatore e grande schermo. Un film non perfetto ma che nel suo insieme ottiene un risultato altissimo.

18) Zodiac (David Fincher). Quasi tre ore di thriller dove l'assassino è un fantasma. Non c'è, certe volte si dubita addirittura che esista. Neanche il finale fornisce risposte. Eppure si sta lì folgorati dallo stile del regista che mette su un'opera perfetta fatta di splendida fotografia e caratterizzazione precisissima dei protagonisti, merito di una sceneggiatura col botto. L'immagine del taxi illuminato solo da un lampione rimanda all'esorcista davanti la casa di Regan, consacrandosi per sempre.

19) I figli degli uomini (Alfonso Cuaròn). Perché questo film? Perché rappresenta un importante progresso nelle tecniche di messa in scena. E' un costante superamento dei limiti umani che si impongono nella realizzazione dei film, continui ed elaboratissimi (e truccatissimi) piani sequenza che gettano una ventata di innovazione non da poco. E' spettacolo allo stato puro.

20) I segreti di Brokeback Mountain (Ang Lee). Per chiudere ho scelto un film che quasi si distacca dalla produzione degli anni zero ma non per questo si rende banale o all'antica. Anzi, la costruzione delle inquadrature secondo Ang Lee richiama l'urgenza di non dimenticare che il cinema è anche e soprattutto immagini e che queste devono essere capaci di raccontare anche lo stato interiore degli individui. Il film, inoltre, ha rotto un taboo raccontando in maniera genuina e realistica l'amore omosessuale, senza gli insopportabili cliché e stereotipi che siamo costretti troppo spesso a subire.

Per concludere,una doverosa menzione al mondo dei serial che negli anni zero ha conosciuto un vero e proprio exploit che ha consacrato definitivamente quel processo di rivalutazione del mezzo televisivo avviatosi con Twin Peaks. Quello dell'audiovisivo seriale è lo spazio dove si ha il coraggio di osare, spesso molto più di quanto facciano al cinema. Perciò voglio citare quelli che a mio parere sono i due migliori prodotti del decennio.
Lost. Ha letteralmente rivoluzionato il modo di pensare il prodotto televisivo, ha scardinato le regole cronologiche e ha ordito una delle migliori trame di sempre nella quale tutti gli elementi emozionali sono sapientemente dosati. Ma soprattutto ha dimostrato che, se ben condotto, il pubblico si impegna con piacere a diventare parte attiva dello svolgimento. Un delirio osannato in tutto il mondo dopo il quale nulla è stato come prima.
Dexter. Il capolavoro seriale per eccellenza, una sfida costante nel richiedere da parte del pubblico empatia per un protagonista che più atipico non si poteva: un serial killer sociopatico. La capacità degli autori di spostare sempre più in là il confine dell'accettabile ha mantenuto intatto il notevole crescendo che ha caratterizzato le prime 4 stagioni, non facendosi mancare ardite riflessioni grazie alle quali milioni di persone si riuniscono davanti alla tv per dare il benvenuto nel loro salotto ad un serial killer.

"Hello, Dexter Morgan."

QUESTO POST NON CONTIENE SPOILER SULLA QUARTA STAGIONE.

Come avrò occasione di ribadire più avanti, semmai di capolavoro si potrebbe parlare riguardo i prodotti per la televisione, Dexter starebbe sicuramente in cima, forse secondo solo a Lost per innovazione e coraggio di osare. La costante crescita di questo serial ha toccato il suo apice nella appena conclusasi quarta stagione dove la qualità di scrittura e il superamento dei vecchi canoni televisivi hanno raggiunto picchi difficilmente rintracciabili negli ultimi anni di exploit seriale.
Il perno centrale di Dexter è pur sempre lo stesso: violentare la
psiche dello spettatore portandolo a parteggiare ed ad immedesimarsi con un serial killer sociopatico. Se questo spunto si mostrava già fondamentale nella prima stagione, fu nella seconda che avvenne il colpaccio, ovvero quando la trama ed i suoi risvolti furono a tal punto genialmente costruiti da portare lo spettatore addirittura a tifare per quell'assassino di Dexter Morgan ogni qualvolta stava per essere acciuffato. Il terzo ciclo andò addirittura oltre e con il personaggio di Miguel Prado mise in scena il paradosso stesso del serial: l'adorazione e l'immedesimazione con Dexter portano ad una pericolosissima deriva come quella dell'emulazione. Ed eccoci arrivati alla quarta stagione. Fermo restando il centralissimo e meta-televisivo argomento di come la serialità ben scritta possa ottenere dallo spettatore qualsiasi reazione a suo favore, l'ultima stagione è forse la più cupa e la più violenta e come tale mette in mostra tutto il lato più oscuro e sadico del buon Dexter Morgan, che si ritrova a guardarsi nello specchio quando compare sulla scena la sua nemesi, il Trinity Killer (uno stupefacente John Lithgow che meriterebbe qualsiasi tipo di premio per questa interpretazione). I traguardi sociali raggiunti dal protagonista (l'affermazione professionale, la famiglia, la paternità, il buon vicinato) rappresentano un fastidiosissimo ostacolo per quello che rimane un istinto primordiale inarrestabile: Dexter deve uccidere, ne ha bisogno per essere in pace con sé stesso. L'intera stagione si divide tra il suo bisogno malato ed i suoi doveri familiari: Dexter vorrà prima convincersi di poter gestire entrambe le cose e poi comincerà ad accarezzare l'idea che forse, per il bene della famiglia, prima o poi potrebbe anche sforzarsi di cambiare e lasciarsi alle spalle il suo Passeggero Oscuro che lo costringe ad uccidere. Tutto questo, ovviamente, mentre il Trinity Killer incrocerà la sua strada scatenando una serie di azioni che porteranno ad un finale di stagione micidiale, emotivamente potentissimo e straziante come non se ne vedevano da anni. La guerra che Dexter e il Trinity Killer ingaggeranno poco a poco non è solo letteratura ben scritta ma potenzialmente rientra nello schema narrativo seriale di cui gli autori si servono per ottenere il consenso del pubblico; dopo quel finale di stagione (e gli ascolti record premiano) il pubblico medio non avrà più dubbi, non metterà più in discussione Dexter, non vacillerà più davanti alla sua sete sanguinaria. Forse anche per questo l'attrice Carpenter ha ben dichiarato: "alla fine di ogni stagione ci siamo chiesti cosa potevamo fare l'anno prossimo. Adesso la domanda è: cosa NON possiamo fare?"
Se a tutto questo aggiungete un cast in stato di grazia ed una realizzazione tecnica impeccabile e sempre di altissimi livello, allora capirete tutto il mio entusiasmo.

15.12.09

The Wrestler

The Wrestler di Darren Aronosfky
(2008) USA

Quando sentivo parlare della grande interpretazione di Mickey Rourke in questo film ero sempre un po' scettico: pensavo che il vissuto del protagonista fosse troppo simile a quello dell'attore e che quindi quest'ultimo non avesse fatto chissà che fatica per l'interpretazione. Adesso mi rimangio tutto: The Wrestler è un film che si poggia tutto sulle fracassatissime spalle di Rourke e la sua interpretazione non è facile né banale ma anzi è il film stesso, una di quelle rarissime pellicole che fa del suo protagonista il perno dell'intera regia. Certo, fa un po' male vedere che Darren Aronofsky ha abbandonato quella coraggiosissima ossessione cinematografica per temi quali l'immortalità, la vita dopo lo morte e il senso ultimo delle cose ma non l'ha fatto certo per commercializzarsi ma anzi per realizzare un film anche difficile da vedere, tutto girato con camera a mano e con pochissimi ammiccamenti nei confronti del pubblico. Eppure le sue scelte restituiscono integralmente lo stato d'animo della storia: quel senso di fallimento, di sconfitta che pervade ogni inquadratura non è facile da ottenere senza i soliti trucchetti di montaggio e regia eppure l'autore, lavorando per sottrazione e non concedendosi virtuosismi, centra il bersaglio e non si svende. The Wrestler è un film un po' fuori dal tempo, come non se ne fanno più, che non vuole proporre chissà che morale ma non garantisce nemmeno piena assoluzione a chi nella pellicola cerca una sorta di rendezione per sé o per il protagonista. E' disfacimento allo stato puro e per questo gli si perdona anche sgradevoli scivoloni (il discorso di Ram sul ring che fa molto Rocky, l'eccessivo reazione della figlia ad un mancato appuntamento). E se è vero che Aronofsky si dimostra un grande regista per gli attori (ne escono tutti molto bene da questa prova), è altrettanto vero che Mickey Rourke ha fatto un lavoro straordinario su sé stesso e la sua espressione nell'ultimissima inquadratura lo ripaga di un'intera carriera un po' malandata.

14.12.09

A serious man

A serious man di Ethan & Joel Coen

(2009) USA

L'ultimo film dei Coen è uno dei migliori con il quale chiudere l'anno. Lo odierete ferocemente e magari alla fine della visione vi verrà voglia di tirare un pugno al muro come al sottoscritto. Ma il giorno dopo vi accorgerete di star ancora riflettendo su quello che avete visto e quindi il film vi seguirà fuori dalla sala.
La gelida perfezione tecnica di Non è un paese per vecchi non permetteva il massimo dell'identificazione con i protagonisti mentre qui, pur essendo il protagonista un uomo troppo lontano dall'italiano medio, c'è un maggiore raccoglimento intorno ad un uomo che sta perdendo tutto. Detta così sembra una tragedia, in realtà come al loro solito i Coen fanno molto ridere lo spettatore, soprattutto nei momenti peggiori facendo sfoggio di un cinismo che è sempre sano e mai compiaciuto e ricorrendo a notevoli intuizioni di regia che dimostrano come ai due piaccia soprattutto ricercare nuovi espressioni linguistiche: a tal proposito, è interessantissima la scena dell'incidente stradale, con un montaggio ingannevole che ti fa però intuire perfettamente ciò che sta accadendo. L'apice è, a mio parere, il finale. Questo film attribuisce un nuovo significato al concetto di "finale aperto" anche se sarebbe più onesto dire che questo film non finisce, letteralmente. Non solo nessuna delle narrazioni della storia viene conclusa ma soprattutto i titoli di coda che appaiono all'improvviso ti danno l'impressione che ti stai perdendo proprio il momento migliore. Inoltre, i Coen giocano ancora una volta con il concetto di Dio, di religione e con il fatalismo, fra l'altro raggiungendo tesi opposte a quelle di Non è un paese per vecchi: in quest'ultimo il destino non riusciva a rimettere a posto le cose; A serious man si conclude con una telefonata dall'impatto emotivo fortissimo e che arriva soprattutto in un precisissimo momento nella vita del protagonista proprio come quella macchina investiva il killer Bardem. I Coen, ancora una volta, si appellano ad un destino che però si dimostra ancora più crudele della realtà vera, ancora più caotico degli innumerevoli casi che governano le nostre vite.
A serious man è l'autentico capolavoro di fine 2009, uno di quei film che ti segue per molti giorni dopo averlo visto e che vorresti rivedere pur avendo odiato il posto in cui ti ha condotto.

13.12.09

Il curioso caso di Benjamin Button

(2008) USA

Arrivo in ritardo su uno dei film evento della scorsa stagione ma almeno il mio giudizio non suonerà come furbetto per spiccare nel coro unanime di complimenti rivolti alla pellicola. Il curioso caso di Benjamin Button è insopportabile e davvero non mi spiego come sia stato possibile (con quel regista, con quel cast, con quel budget, con quell'hype) tirare fuori un film così scemo, soprattutto partendo da uno spunto così originale e promettente.
Sorvolando (si fa per dire) sul fatto che a stento si riesce a riconoscere David Fincher dietro la macchina da presa, il più grande difetto è sicuramente la sceneggiatura. Non solo la storia non sembra mai decollare ma si fa fatica, arrivati alla fine, a capire se sia davvero successo qualcosa in due ore e mezza di film. L'unico merito di Roth è l'intuizione di inserire l'uragano Katrina come sottofondo alla storia. Probabilmente la colonna più fragile è la costruzione dei personaggi: piatti, senza spessore, abbozzati manco fossero cartoni animati e alcuni costruiti a tavolino (inutilmente, visto il fallimento) per far simpatia al pubblico. La punta di diamante è Cate Blanchett, co-protagonista e scheggia impazzita: perché fa quello che fa? Perché da dolce ragazzina è diventata sessualmente aggressiva? Che cavolo di ambienti frequenta? Fa la ballerina negli anni '50, mica la groupie dei Rolling Stones... E perché Benjamin Button non gli si concede al loro primo appuntamento? Alzi la mano chi l'ha capito!
Il difetto principe (che è poi il risultato della somma dei tanti difetti della pellicola) è la noia mortale. E' un film pesantissimo da digerire che ti fa sentire minuto per minuto tutta la sua durata. E la gelida e distaccata regia non aiuta ad aumentare il coinvolgimento.
Benjamin Button lo boccio senza appello. Forse è colpa della storia: infondo, un soggetto molto simile ha causato una batosta anche a Coppola, vedi Un'altra giovinezza. In compenso, c'è il graditissimo ritorno della Ormond in una grande produzione hollywoodiana.

3.12.09

Gli abbracci spezzati

Los abrazos rotos di Pedro Almodòvar
(2009) Spa

Al regista piace giocare con il mondo del cinema. La sua passione viscerale per la settima arte si esprime proprio come accade con Tarantino: quest'ultimo recupera i b-movies provando a dargli una nuova veste artistica, Almodòvar preferisce attingere dal cinema di prima classe filtrandolo attraverso il suo personalissimo gusto melodrammatico europeo. Il risultato è più che mai riuscito con Gli abbracci spezzati, film ambientato in buona parte su un set cinematografico e che poggia la sua storia su ciò che viene inquadrato. La vera protagonista, infatti, è la macchina da presa o sarebbe più giusto dire l'occhio di chi inquadra: da una parte c'è l'attrice Cruz che recita un ruolo e dall'altra la donna Cruz che vive una passione adultera con il suo regista. In entrambi casi è inquadrata da due obiettivi: la macchina da presa del regista e l'occhio spione di una videocamera su commissione del gelosissimo marito di lei che deve documentare tutto ciò che la Cruz dice e fa tra una pausa e l'altra. La resa finale è un raffinato gioco di specchi che ha il suo culmine nella scena più bella del film, quando Penelope confessa al marito il tradimento, una scena così profonda e magnifica che descriverla non le renderebbe giustizia. Da quel momento in poi il film assume un'altra direzione e si concentra sull'amore disperato di due individui che si isolano dal mondo per trovare pace e felicità, salvo poi essere riportati alla cruda realtà nel peggiore dei modi.
Gli abbracci spezzati è fondamentalmente un vivace omaggio al cinema stesso e alle due figure che nel mondo di Almodovar stanno al centro di tutto: il regista e la sua prima attrice. L'epilogo del film è al tempo stesso redenzione e summa dello stile almodovoriano: all'autore spagnolo, capace di rendere credibile gli assurdi risvolti di trama delle sue opere grazie alla emozionante messa in scena, importa solo arrivare alla fine, importa solo costruire le inquadrature e la storia diventa quasi secondaria seppur coinvolgente; i film vanno finiti, "anche alla cieca" sentenzia l'ultima battuta. Almodòvar omaggia e perdona se sé stesso e noi con lui.

2.12.09

Angeli e demoni

Angels & Demons di Ron Howard

(2009) USA

Il problema è serio e non riguarda le scelte di regia di Ron Howard, ampiamente discutibili. Se Il codice Da Vinci era facilmente attaccabile proprio perché "fatto male" (e sì, ogni tanto si deve dire), questo Angeli e demoni presenta una "confezione" molto più dignitosa e riuscita. Sarà che l'ambientazione romana è affascinante, sarà che il lavoro sugli effetti speciali che ha permesso di ricreare l'intera Piazza San Pietro è strabiliante, sarà che il ritualismo che ruota intorno alla morte di un papa e all'elezione di quello successivo è degno di trame da complotti politici, l'ultimo film tratto da un best-seller di Dan Brown può facilmente intrattenere senza prendersi troppo sul serio come aveva invece fatto la precedente trasposizione. Il problema serio riguarda tutt'altro e cioè la profonda e conscia ignoranza sulla quale la storia si fonda e che rende difficilmente digeribili certi dialoghi e certe dinamiche. Intanto perché il tacito patto che si instaura tra film e spettatore (la sospensione dell'incredulità) viene a tal punto forzato da infrangersi più volte ma soprattutto perché su certe "stronzate" non si può proprio indulgere: il culmine lo si ha alla fine, quando a pochi metri dal papa un importante cardinale esclama "le religioni sono imperfette perché gli uomini sono imperfetti", al che lo spettatore dotato di un minimo di coscienza dovrebbe alzarsi e urlare contro lo schermo "Ah bello, lo stai dicendo a pochi passi da quell'uomo che proprio per dogma è infallibile per definizione". Ovvio che io parlo per astio e per partito preso ma questo c'entra davvero poco. Da un film di così ampia portata internazionale ci si aspetta molto di più, specie pensando all'effetto che questo genere di cretinate può avere sul pubblico (già me lo vedo lo spettatore medio confortato dal fatto che anche le più alte cariche cristiane possono sbagliare).
Ovviamente c'è molto altro di opinabile (gli attori abbandonati a sé stessi e senza un minimo di direzione, per dirne una) mentre forse l'aspetto più solido è un montaggio che non perde mai di ritmo e che tiene miracolosamente in piedi una storia fragile. Ma l'aspetto sulle fandonie religiose è quello che avverto come il più grave, la classica leggerezza all'americana.

28.11.09

The Strangers VS Martyrs

“Non è il cosa ma il come.” (Stanley Kubrick)

The Strangers di Bryan Bertino - (2008) USA

Martyrs di Pascal Laugier - (2008) Fra\Can

The Strangers e Martyrs sono due film agli antipodi che si inseriscono in un ampio dibattito su cosa sia più giusto fare nei confronti della violenza. Stiamo parlando di due film d’intrattenimento (anche se il secondo ha velleità artistiche che non raggiungono esattamente la sufficienza piena) che fanno della tensione il loro punto di forza. È quel genere di film che vuole incollare lo spettatore alla poltrona e terrorizzarlo sempre di più scena dopo scena, instaurando così la sfida più grande per il regista e cioè cosa inventare per aumentare il coinvolgimento emotivo dello spettatore senza ripetersi. Ma le scelte di stile sono profondamente diverse: The Strangers lavora per sottrazione, mostrando molto poco e lasciando che a farla da padrona sia la paura di ciò che non si vede; Martyrs mette morbosamente in primo piano sangue ed efferatezza e quando raggiunge il culmine sorprende lo spettatore facendolo sprofondare in un incubo peggiore e che si pensava di aver evitato.

The Strangers è pieno di topos tipici del film dell’orrore. C’è la casa in piena campagna nella quale si trovano solo due bellocci, lui e lei, fidanzati in piena crisi. La prima grande mossa del regista è costruire un passato a questi due protagonisti attraverso pochi dettagli ma tutti fondamentali; dopo un po’ pensiamo di conoscerli da una vita e di poterli inquadrare in uno schema. Tutto questo ci fa empatizzare con loro già al primo segno di pericolo: una ragazzina bussa alla porta in piena notte chiedendo di un’amica per poi andarsene di nuovo nell’oscurità. Da quel momento i due si troveranno letteralmente braccati nella loro proprietà da tre individui mascherati che faranno di tutto per fargli venire un infarto. L’intero impianto narrativo di The Strangers, infatti, si basa proprio su questo: i tre aguzzini non sembrano voler mai concludere il loro atto; spaventano, si avvicinano ma poi si allontanano, sembrano sparire per poi tornare da una finestra. Un autentico gioco al massacro che sembrerebbe non proporre nessuna seria riflessione se non fosse che il film si chiama “gli stranieri”, parola carica di connotazioni horror ma anche razziste. Infatti il perverso giochino avviato porterà all’uccisione di un amico della coppia in pericolo per loro stessa mano: terrorizzati e con l’unica arma a disposizione che hanno, finiranno con lo sparare a chi invece era arrivato in loro aiuto. Non hanno saputo riconoscere lo straniero e per questo lo hanno rifiutato, condannandosi al loro destino. La metafora è fin troppo esibita ma il merito del film è quello di non prendersi così sul serio e pur puntando in alto, non trascura l’intrattenimento e ci riporta immediatamente alla trappola in cui i due sono costretti. Qui subentra il voyeurismo dello spettatore: chi se ne frega del tizio morto ucciso, andiamo avanti con la storia e vediamo che succede. Ecco che si palesa una delle grandi contraddizioni del cinema contemporaneo: siamo spaventati, siamo in tensione eppure continuiamo a guardare. Perché vogliamo sapere come va a finire. Ne siamo davvero sicuri? Ci interessa se i due sopravvivranno o vogliamo assolutamente sapere perché i tre aguzzini fanno quello che fanno? A questo punto ad Haneke staranno fischiando le orecchie, se vero che i suoi due psicotici vestiti di bianco si erano già cimentati in tutto ciò molti anni prima (e non scomodiamo i drughi di Kubrick per favore, perché a voler ben vedere forse loro una motivazione di fondo ce l’avevano). E se difatti uno di quei due psicotici non si sarebbe voltato ammiccante verso la macchina da presa, Funny Games sarebbe stato né più né meno che The Strangers. Il colpo di genio del regista verte proprio su questo ragionamento: nessuna spiegazione né la minima volontà di fornire un movente. Solo un bagno di sangue e la promessa di un sequel (il botteghino ha sentenziato e vorrei ben vedere).

Il pugno allo stomaco chiamato Martyrs marcia su ben altri binari e non uso questa parola a caso perché il film può essere facilmente diviso in due parti all’apparenza parallele. Per tutto il primo tempo assistiamo ad una moderna vendetta asiatica sia dal punto di vista tematico (a proposito, quando cominceremo a riflettere sul fatto che il cinema asiatico non parla d’altro che di vendetta?) che visivo, visto che il film sembra rifarsi a tutta quella recente cinematografia horror che per un certo periodo sembrava aver preso il sopravvento. Nel secondo tempo viene abbandonato il primo binario per saltare al secondo, dove la violenza non è più la sopravvivenza dei protagonisti ma è la protagonista stessa. Forse la brillante trovata dell’autore sta proprio in questo meschino “scherzetto” nei confronti del pubblico: per tutta la prima parte ci vengono solo fatte intuire le atrocità subite dalle vittime di alcuni misteriosi aguzzini, intuire abbastanza da farci inconsciamente ringraziare il regista per non avercele esplicitamente mostrate. Ed ecco che arriva la cattiveria: pensavamo non ci sarebbero state mostrate e invece diventano parte integrante della seconda parte, anche se dire parte integrante è un eufemismo visto che diventano la storia stessa e per mezz’ora non guarderemo altro. Se mi è concessa la nota personale (è un blog, e che diamine!) a quel punto del film mi è successo qualcosa a cui non ero preparato: ho desiderato interrompere la visione. Era davvero troppo: non era violenza, era tortura fisica e psicologica così sistematicamente inflitta da dover per forza portare a ricordare che queste cose sono pure successe (gli esempi si sprecano). E rieccoci all’apice toccato anche in The Strangers: andare avanti per conoscere il motivo di tutto ciò? No, perché il motivo ci è stato spiegato giusto due minuti prima che la tortura iniziasse. Allora davvero questa volta si rimane a guardare per conoscere il destino dell’unica protagonista rimasta, pur sapendo che per lei non c’è speranza fino all’ultima atroce tortura che dovrà subire. L’ultimo grande segreto che la storia vuol proporre rimarrà tale perché l’unica ad esserne a conoscenza deciderà che i comuni mortali devono rimanere nel dubbio, di fatto trovando una scappatoia alla trama ma anche tracciando il limite di questo cinema e i suoi spettatori: abbiamo sopportato fino alla fine per non ottenere nulla, siamo doppiamente vittime. Martyrs, come accennato prima, tenta di volare alto ma la pretesa mistico-religiosa tentata da Laugier non solo fallisce ma mi irrita anche a livello personale (soffrire dannatamente per ottenere la rivelazione mistica è una morale filosofica e religiosa molto pericolosa).

E rieccoci qui al dilemma. Mostrare tutto in primo piano o lasciare alla fantasia dello spettatore il compito di spaventare? E c’è davvero una differenza fra le due cose o stiamo solo fingendo che ci sia? Piuttosto sarebbe doveroso chiedersi quando è giusto mostrare e quando lo è celare. Martyrs mostra perfino i dettagli, disturbando a tal punto lo spettatore da fargli rimpiangere Hostel, mentre The Strangers mostra poco e nulla e soprattutto non fornisce un motivo per aver sopportato quello che abbiamo visto. Allora la grande questione sollevata da Haneke rimane aperta. Così come la sua ironica soluzione: il telecomando può risolvere tutto. Non ti piace quello che vedi? Spegni lo schermo. Ma sei proprio sicuro di poterci riuscire? Magari aspetti altri cinque minuti sperando nel lieto fine e di cinque minuti in cinque minuti sei già ai titoli di coda. Senza speranza.

15.11.09

Religiolus - Vedere per credere

Religulous di Larry Charles
(2008) USA

Prima di esprimere un giudizio critico sull'opera, mi preme mettere in chiaro una cosa e lo posso fare perché l'argomento della religione è da me particolarmente conosciuto e modestamente indagato: tutto ciò che Bill Maher dice in questo film è vero. Che la religione sia un prodotto dell'uomo e non una manifestazione di Dio è stato ampiamente documentato, che la storia di Gesù sia un "remake" di altre divinità a lui precedenti è stato dimostrato. Per questo considero questo film nobile negli intenti ma fallimentare nei risultati. Fallimentare quanto meno nella parte critica perché almeno il documentario fa molto ridere e soddisfa perciò uno dei due obiettivi (ridicolizzare la religione) mentre l'altro (la riscossa dell'umanesimo laicista) viene trascurato o non opportunamente affrontato. Questo perché Charles e Maher scelgono la via del documentario alla Michael Moore: sostenere un punto di vista e screditare chiunque vi si opponga. Commettono però due errori: non c'è nessun punto di vista da difendere, quelli che mettono in campo Charles e Maher sono realtà, sono fatti documentati, non sono cose sulle quali si può esprimere un punto di vista perché sennò si finisce con il dare credito al credo dogmatico dell'avversario; il secondo errore è la manipolazione delle immagini e degli intervistati: è evidente che i due autori hanno scelto prede troppo facili da attaccare e così facendo portano a credere che in realtà istituzioni più radicate come la Chiesa del Papa siano in realtà più miti e razionali, idea ingenua e pericolosa, e fanno ciò montando le interviste in modo che gli interlocutori appaiano in difficoltà (cosa che può pure essere vera ma che non viene restituita allo spettatore). Probabilmente la loro intenzione era un'altra: mostrare che fra le grandi religioni (cattoilicesimo, Islam...) e quelle piccole (il tizio che venera le droghe leggere, il grassoccio che dice di essere la seconda venuta di Gesù) non c'è nessuna differenza, partono entrambe dagli stessi assunti ma diventano più o meno ridicole a seconda dei numeri dei seguaci che riescono ad accumulare. Perché il Papa ha più credito del grassoccio che incarna Gesù? Perché ha più fedeli? Basta davvero questo a rendere reale le idee assurde e irrazionali (ed antiscientifiche, non dimentichiamolo) sostenute dal Vaticano? Tutto ciò è un pensiero legittimo ma il film non riesce a farlo emergere chiaramente, lascia questo tema sottotono, non lo porta in superficie e quindi fallisce.
Religulous, insomma, è un documentario satirico e dalle opinioni molto forti, comprensibilmente osteggiato dalle chiese di mezzo mondo. E' sicuramente divertente ma non aspettatevi la rivoluzione culturale che meritiamo. Per quella vi toccherà studiare ancora un poco ma se lo vorrete fare, credetemi, ne varrà la pena.

12.11.09

Baarìa

Baarìa di Giuseppe Tornatore
(2009) Ita\Fra

Il buon Tornatore si conferma regista di grande manierismo. Ciò che stupisce però è come riesca, a fronte della sua rigidità formale, a creare un'emozione narrativa molto intensa anche quando di fatto non c'è neanche una vera trama da raccontare. Perché in Baarìa la storia di una famiglia attraverso svariate generazioni è soltanto un pretesto per attraversare molti lustri di storia filtrati dal microcosmo della provincia palermitana. Sul finire, infatti, la vita dei protagonisti perde l'interesse da parte dello spettatore (semmai l'ha ottenuto) che piuttosto si concentra sull'enigma favolistico del finale, quando due mondi temporalmente lontani si incontrano per sancire la fine di un'era. Ed è qui, probabilmente, che Tornatore mostra la debolezza del suo impianto: liquidare decenni di storia nel fallimento di una città assediata dal caos e dal traffico può risultare puerile e perfino fastidioso a chi da anni cerca di dare un senso ed un ordine a questo mostro chiamato "progresso". Ciò nonostante, come dicevo sopra, il film riesce ad emozionare ma lo fa con due grandi intuizioni narrative: i micro-racconti che si snodano sullo sfondo della piccola cittadina, piccoli e grandi affreschi di individui tipicizzati e tipicizzanti; la brillante idea di affidare il ruolo di (finti) protagonisti a degli sconosciuti e riunire un parco attori faraonico per ridurlo a comparse e comprimari (e con questo Tornatore svela l'inganno: i veri protagonisti della storia sono le figure di passaggio, i ricordi e le impressioni del regista e per questo finiscono con il prevalere su tutto il resto). L'esperimento è riuscitissimo: da una parte regala grandissima attenzione ai dettagli, dall'altra dimostra come in Italia troppo spesso gli attori sono così "eccessivi" da risultare affascinanti in brevi apparizioni ma pedanti in ruoli da protagonista.
Ebbene, se da una parte abbiamo il solito autore che mette in gioco il suo album di memorie per omaggiare il cinema e le radici senza neanche tanta originalità (riconoscendogli comunque una notevole maestria nella direzione dell'insieme), dall'altra abbiamo l'affresco del cinema nostrano contemporaneo che proprio in un kolossal mette in scena i suoi limiti. Trasformandoli provocatoriamente in forza.

29.10.09

Cartoline da Roma - 3 (fine)


24.10.09

Cartoline da Roma - 2

  • Se non lo avete capito, ho dovuto soccombere al mio problema medico rinunciando a qualsiasi partecipazione nell'ambito del Festival. Sono riuscito a vedere un solo film, a partecipare alle conferenze stampa di Clooney e della Streep dopodiché sono dovuto rimanere a casa. Tranne quando sono uscito per andare al pronto soccorso alle tre di notte. Roma di notte non si può spiegare, bisogna vederla.
  • Nonostante il tragico esito della mia trasferta proprio nell'anno in cui partecipavo per la prima volta come accreditato stampa, ho ancora qualcosina da dire.
  • A Festival concluso, si stanno già scatenando i balletti del successo o non successo. Sembra vincere la prima ipotesi, in base agli accrediti assegnati ed ai biglietti venduti. Io ho bazzicato poco l'Auditorium ma quelle poche volte ho visto una desolazione allarmante. Bar e ristoranti più che altro vuoti e davvero poca gente in giro, addetti ai lavori compresi.
  • Ho fatto una fila di mezz'ora per la conferenza stampa di George Clooney. Avete idea di cosa significa stare mezz'ora in attesa e dover ascoltare le chiacchiere dei giornalisti? Ad uno come me che ambisce ad entrare nella categoria, basta davvero quella mezz'ora in fila a farsi passare buona parte della voglia. Insopportabili!!!
  • George Clooney è il suo personaggio. E' affabile, è istrione, è come un personaggio dello spettacolo che non è Presidente del Consiglio (a proposito, il buon Clooney si guarda bene dall'esprimere un giudizio sul nostro premier). Però, contro ogni aspettativa, nessuno ha nominato Elisabetta Canalis durante la conferenza stampa, anche se le domande sceme ci sono state. Quasi tutte, a dire il vero. Clooney ha chiesto il rispetto di un limite che più che travalicare la sua privacy non fa altro che umiliare il mestiere del giornalista.
  • Meryl Streep è favolosa. Sembra arrivare da un altro pianeta. Ha l'aria di una svampita ma è evidente che un po' ci fa. Ha sopportato con grandissima pazienza una conferenza stampa funestata da problemi tecnici (mi hanno detto che le cuffie per la traduzione non funzionavano) e parlato con grande umiltà e soprattutto con la voglia di tenere come soggetto della discussione il suo più grande amore, il cinema. Nel farlo non ha risparmiato un paio di stoccate, ad esempio a Scorsese ("vorrei fare un film con lui ma solo quando Martin si occuperà di un vero personaggio femminile") o all'Accademy ("ricevere la nomination è gratificante perché sono i tuoi colleghi a concedertela, il meccanimo per la vittoria è invece molto più misterioso ed inafferrabile") mentre su Polanski non si sbottona più di tanto ("mi dispiace che sia in galera" e tutto qui).
Continua...

18.10.09

Up in the air (Rome FilmFest 2009)

Up in the air di Jason Reitman
Roma FilmFest 2009
CONCORSO

Riconoscibilissimo nello stile e nelle tematiche, Jason Reitman mette in piedi una nuova commedia ancora più amara e cinica, se è vero che stavolta le vittime del "soldato" Clooney le vediamo in faccia, le vediamo soffrire e disperarsi (e alla fine scopriamo che quelle persone sono vere, sono reali disoccupati) e talvolta reagire duramente. Il buon Clooney, uomo deputato al licenziamento di migliaia di persone, gira in lungo e in largo l'America forte del suo mestiere e della sua filosofia: mai nessun legame, sentimentale, amichevole o familiare che sia. Ovviamente, questo modo di vedere le cose subirà un bello scossone con l'arrivo in scena di... Tutto molto schematico e banale sembrerebbe, in realtà Reitman porta avanti la storia sfuggendo ogni possibile previsione e anzi opponendo un maggiore pessimismo negli eventi e nel finale (laddove in Thank you for smoking il protagonista tornava a lavorare con un rinnovato rispetto per sé stesso, qui Clooney si becca una batosta non da poco e riprende a lavorare con un pesante senso di sconfitta e condanna).
Reitman a questo punto può essere definito regista delle contraddizioni. Il suo cinema pretende di mostrare individui che sono la perfetta incarnazione della società moderna, magari figure professionali crudeli e poco conosciute caratterizzate da una disarmante umanità e che proprio per questo cadono in contraddizione. Questa contraddizione l'autore la lascia emergere attraverso un tono da commedia sempre molto serrato, facendo molto ridere e dosando nei momenti giusti il cinismo e le americanate (e sì, le sequenze di scene con musichetta strappa lacrime rimangono pur sempre un'americanata).
Sarà anche vero che Reitman tradisce la voglia di voler piacere a tutti i costi ma il risultato finale non pregiudica nulla e comunque Up in the air rappresenta una bella evoluzione del suo cinema che sembra crescere di opera in opera. E Clooney porta a casa una delle sue migliori interpretazioni.

16.10.09

Cartoline da Roma - 1

  • Nota personale: sono zoppo. Quindi, se vi aggirate dalle parti del Rome FilmFest, quello che si aggira strisciando fra notevoli espressioni di dolore sono io. Ammesso che riesca ad arrivarci all'Auditorium.
  • Esattamente come l'anno scorso, nella giornata inaugurale del festival fervono ancora molti preparativi. La zona dell'Auditorium sembra ancora un cantiere a cielo aperto e molto poco frequentato. Però, dopo 3 anni, hanno cambiato un po' le cose, quindi il vostro bar di fiducia non sta più dove stava bensì di fronte!
  • Onore al merito alla prima edizione davvero curata da Rondi: l'assurdo meccanismo che prevedeva il ritiro dei biglietti per i film anche per gli accreditati (perfino quelli stampa!) è stato abolito. Questo dovrebbe significare dimezzamento delle file ai botteghini. O aumento delle file alla rush line?
  • Causa problema fisico di cui prima, per ora sono riuscito a vedere praticamente nulla se non la conferenza stampa del film d'apertura Triage. Sarei un'ipocrita bugiardo se non vi dicessi che quando mi sono trovato al cospetto di Christopher Lee una voce dentro di me ha esclamato "Quello è Sauron!". Fra le altre cose, una ragazza ha allungato l'intera trilogia al signor Lee per farsela autografare. Logico, direte voi. Ma era il libro, non il film!
  • Danis Tanovic è un mito. Ha un vocione affascinante, veste in maniera molto più antica di Christopher Lee e a termine della conferenza stampa è sceso in mezzo ai comuni mortali a scambiare quattro amorevoli chiacchiere.
  • Poca gente in giro. Il primo red carpet ha attirato ben pochi curiosi. Non ha aiutato il freddo glaciale che attanaglia la capitale. Non ha aiutato l'assenza di Colin Farrell.
  • Confermo le prime impressioni: il programma è molto interessante ma soprattutto ben organizzato. Meno film ma più ordine.
  • Ed ora il capitolo immancabile di ogni anno: la borsa per gli accreditati. Quella di quest'anno è molto bella nonché comoda, sembra davvero un buon pezzo di artigianato. Produzione limitata, l'esterno è ricavato da locandine riciclate. Il che è un bene se vi capita quella con Cate Blanchette, Mickey Rourke, Richard Gere. Ma se vi capita quella con Zac Efron, difficilmente avrete il coraggio di andarci in giro. Vi lascio indovinare quale mi è capitata...

11.10.09

Videocracy - Basta apparire

Videocracy di Erik Gandini
(2009) Sve\Dan\UK\Fin\Ita

Ne hanno fatto un gran parlare a Venezia. Hanno censurato il trailer su ogni rete del duopolio televisivo italiano. Vedo, quindi, questo Videocracy con grandi aspettative per poi ritrovarmi davanti un documentario un pò così, quasi noioso in molte sue parti e che per troppo poco riesce davvero a centrare il bersaglio.
La "videocrazia" del titolo è quella che l'autore vuole mostrare con la sua opera, ovvero il gusto culturale e becero che la tv commerciale del "presidente" ha imposto alla massa italiana.(non so perché ma Gandini non pronuncia mai il nome di Berlusconi, si riferisce a lui come "il presidente" usando una certa spocchia che ricorda il "principale esponente dello schieramento a noi avverso" di Veltroni). Partendo dal primissimo esempio di tv spazzatura, ricostruisce (frettolosamente) nascita e consolidamento dell'impero mediatico berlusconiano, si sofferma (un po' meno frettolosamente) su uno dei mostri generati, un ingenuo operaio che sogna il successo senza avere nessun tipo di talento, poi passa a uno dei grandi burattinai della televisione italiana, quel monumento all'imbecillità che è Lele Mora e che proprio così ci appare (qualcuno dovrebbe andare a chiedere a Berlusconi se conferma di essere intimo amico di questo tizio che si vanta di essere mussoliniano e di avere sul cellulare la suoneria di 'Faccetta nera' accompagnata da immagini di svatiche e croci celtiche); il passo successivo (frettoloso) è la fotografa ufficiale delle feste sarde dei "vips" (premier incluso) ed ecco che ci si aspetta qualcosa di esclusivo e invece nulla. Gran finale è l'apoteosi di questo sistema malato: Fabrizio Corona, degno parto squilibrato di una grande macchina squilibrata, forse l'esempio per eccellenza della mentalità italiana corrente; qui Gandini procede molto meno frettolosamente e indugia parecchia sulla figura di questo imprenditore dalla scarsa morale, indugia pure nel riprenderlo nudo e vanitoso. Perché? Perché effettivamente a questo punto il documentario sembra acquistare un senso: l'intero ragionamento affrontato sembra avere qui il suo apice, nell'immagine di un mostro che non è nato per caso ma che è embrione stesso della "videocrazia" di cui l'Italia è succube, vittima e carnefice al tempo stesso. Le ultime immagini, per quanto stiracchiate, concludono in maniera ottimale il discorso.
Però il risultato è alquanto deludente. Si ha l'impressione di aver perso una grande occasione, un'intuizione coraggiosa che finisce sprecata e che potrebbe apparire addirittura ostica ad un pubblico a cui sfugge il meccanismo "videocratico". Alla fine Gandini dice cose già note rivolgendosi ad un pubblico selezionato e non compiendo una vera e propria inchiesta con fatti e dati capaci di colpire lo spettatore. Sarà per la prossima volta, consoliamoci con il sempre attuale Il caimano.

8.10.09

Il nuovo horror in tv?

Tralasciando un giudizio di qualità vero e proprio che meriterebbe un post più approfondito, vorrei appellarmi al popolo di internet per colmare una mia probabile lacuna.

Harper's Island, serie americana attualmente in onda su Raidue, è il primo serial a trasportare in televisione i meccanismi dell'horror moderno?
Mi spiego. Con horror moderno intendo tutto ciò che è venuto dopo Scream, ovvero quello stile horror tipico degli anni '90 che si è svestito dei temi e dei linguaggi americani tipici del genere applicando un nuovo modello, apparentemente molto più pop e leggero ma in realtà ponendosi obiettivi del tutto nuovi. Laddove il "vecchio" cinema horror si sforzava di essere una critica delle ansie sociologiche contemporanee, dopo l'avvento di Scream e simili (So cosa hai fatto, per dirne uno) sembrava aver preso una piega molto più autoriflessiva, più concentrata su sé stessa che sull'esterno: infondo, la trilogia di Scream faceva horror ribaltando gli stessi meccanismi tipici del genere e ritorcendoli contro la trama ed il pubblico e qualcosa di ancora più incisivo il buon Wes Craven l'aveva già tentata con il sottovalutato New Nightmare. Da allora questo nuovo filone è proliferato perdendo ogni controllo (e generando anche numerose parodie) ed imponendosi come "new wave horror". Ecco, Harper's Island ha letteralmente preso questi gingilli e li ha trasposti in televisione, applicando la presunta banalità dei film dell'orrore moderni alla scrittura seriale, producendo qualcosa di effettivamente nuovo per la televisione. Dico nuovo, e qui torniamo alla domanda di cui sopra, perché davvero non ricordo altri serial che abbiano tentato qualcosa del genere. L'horror c'è sempre stato in tv (X-Files fra i più recenti) ma si trattava sempre di trame autoconlusive, di omaggi, di esperimenti; con Harper's Island l'horror moderno diventa il vero e proprio protagonista degli episodi in una storia spalmata su 13 episodi (la stagione dovrebbe rimanere unica).
Sono io che non ricordo precedenti o davvero Harper's Island è il primo?

4.10.09

Bastardi senza gloria

Inglorious Basterds di Quentin Tarantino
(2009) Usa\Ger

Detto da uno che ha sempre avuto da ridire su Tarantino (fatta eccezione per Kill Bill) può sembrare ridicolo ma Bastardi senza gloria è un bellissimo film di Tarantino ma non alla Tarantino. Il regista cinefilo, infatti, si libera un po' di quella noiosa zavorra citazionista serie-b (che a me è sempre sembrato il suo limite e a molti altri la sua forza) per realizzare forse la sua storia più compiuta e matura, alla Jackie Brown, dove c'è una trama molto più esile del solito ma pur sempre una storia che conduce dal punto A al punto B senza divagazioni e senza perdere la concentrazione e puntando dritto al tipico accumulo di emozioni e tensioni di Tarantino, con la differenza che stavolta si va dritti all'esplosione di questo accumulo, esplosione densa di metafore e significati evidenti e non per questo banali. L'ennesimo atto d'amore del regista verso il cinema consiste proprio nella vendetta della settima arte contro i regimi totalitari che soffocano (fra le tante cose) lo spirito creativo: è il cinema stesso ad essere "la vendetta ebrea" richiamata nella storia, è davanti e dietro uno schermo cinematografico che si consuma il bagno di sangue più liberatorio che si sia visto dai tempi di Dogville. E' qui sta un'altra nuova maturazione di Tarantino: la violenza crudele, esibita, farsesca, diventa vittima di sé stessa e brucia il sottilissimo confine tra vittima e carnefice nella bellissima scena ambientata nella saletta di proiezione, dove un gioco di sguardi tra Shosanna e il nazista sul grande schermo ci costringe a ricordare che anche noi stiamo guardando un grande schermo e stiamo empatizzando con gli assassini, stiamo esultando davanti a carneficine di massa (lezione già impartita da Haneke con il suo Funny Games). E se Shosanna comprende che il suo estremo sacrificio è pericolosamente vicino a quello dei suoi aguzzini, altrettanto noi non possiamo sottrarci a questa massacrante riflessione. Anche per questo Bastardi senza gloria non può essere etichettato come film di guerra (ma questo vale per tutto il cinema di Tarantino, difficile da etichettare) e va ben oltre la retorica di ebrei contro nazisti: il regista, per sua stessa ammissione, non si sottrae al gioco che vuole l'autore di un'opera propositore di un messaggio, per quanto ben nascosto, nella sua messa in scena; anzi, stavolta probabilmente lo spiattella molto più esibito e sfacciato senza paura di cadere in contraddizione, incamerando la lezione di Arancia meccanica e tutto ciò che ne è venuto dopo. Le scene magnificamente costruite fanno tutto il resto (il primo, inquietante capitolo è da annali del cinema) e l'unico difetto, il solito, è quello della dilatazione esagerata di certi momenti che finiscono con il nuocere all'exploit conclusivo.
Prima dei titoli di coda, due grandi momenti: il colpo di scena che sovverte la storia (il cinema può anche questo e grazie all'autore per avercelo ricordato ) e la tenera confessione di Tarantino messa in bocca al personaggio principale, frase conclusiva dell'intera storia: "questo potrebbe essere il mio capolavoro."

Sono aperto al dibattito!

2.10.09

L'artista

El artista di M. Cohn e G. Duprat
(2008) Arg\Ita

Finalmente esce in sala L'artista. Visto ormai un anno fa al Rome FilmFest, ne serbo un grande ricordo. Nel link il post di allora.