22.10.08

Al Pacino: guardate che gli avete fatto fare!

Puntuale come suo solito (“sul set sono sempre puntuale, tranne una volta che arrivai in ritardo. E quella fu l’unica volta che Lee Strasberg mi rimproverò”), affascinante come non ci si aspetterebbe, Al Pacino emana grandezza e autorevolezza anche nell’incontro con la stampa. Il tono della sua voce è sempre controllatissimo, dosato, studiato (“spesso mi ritrovo a recitare anche nella vita di tutti i giorni e allora in molti mi rimproverano ‘smettila di fingere’”), sale o scende di tono come un grande teatrante e ciò nonostante non disturba, non se la tira, semplicemente è il suo mestiere e non può farci nulla.
Al Pacino parla molto e a lungo, ad ogni domanda si ottiene una risposta che è risposta a molte altre domande. Ringrazia per il premio alla carriera conferitogli – “è un onore per me ricevere questo premio a questo punto della mia carriera, proprio perché è un’occasione per guardarsi indietro e riflettere su ciò che si è fatto” – e parla molto volentieri dell’Actor’s Studio, delle sue regole e dei suoi sistemi: “è gratuito, se passi l’audizione ne diventi membro a vita ed è una vera e grande scuola di recitazione. Io l’ho vissuta negli anni ’60, quando la regia delle prove era di Elia Kazan, quando il nostro maestro era Lee Strasberg. Non facevamo altro che ripetere le stesse scene moltissime volte, fin quando l’essenza del personaggio ci entrava dentro. Il primo trucco è imparare le battute: fatto quello, puoi procedere sul resto lasciandoti andare, dando la tua impronta al personaggio che stai interpretando. Per poi abbandonarlo quando tutto è finito. Un tempo, quando ero più giovane, mi risultava difficile svestirmi del mio personaggio a fine riprese; poi ho capito che è qualcosa che va fatto con molta naturalezza e in maniera decisa. Tant’è che quando mi sono ritrovato a dover ripredere un personaggio, magari a due mesi di distanza per dover ripetere delle scene, mi risultava molto difficile rientrare nella parte. Una volta ho addirittura confuso due diverse parti di Shakespeare sul palcoscenico.” Il teatro per Pacino rimane il primo e grande amore: “lo preferisco al cinema per la sua immediatezza, per il coinvolgimento dal vivo del pubblico. E’ da lì che ho cominciato e non l’ho mai abbandonato.” Pacino porta in dote i primi minuti della sua nuova regia e promette che magari l’anno prossima verrà a presentare il film nella sua interezza: “è un lavoro che mi sta costando molta fatica, sono già al terzo anno di lavorazione ma dovremmo essere quasi alla fine.” Come ci si aspetterebbe, Pacino è molto affabile, anche autoironico e davvero non sai quando sta mentendo (vedi: recitando) e quando è sé stesso. Qualcuno gli chiede se si sente un migliore attore in età matura e parte un lungo aneddoto su un misterioso attore e sulla grande ispirazione che si ha al momento e dunque sull’ininfluenza dell’eta su determinate cose. Ma alla fine è categorico: “cosa ci insegna tutto questo? Niente!”

L’incontro è stato questo, un puro fiume di grande personalità. Al termine si aveva la netta impressione di aver assistito a qualcosa di grandioso (una conferenza!) e poter dire “io c’ero” diventa motivo di infantile orgoglio. Quando sono riuscito ad avvicinarlo e a stringergli la mano per lunghi, interminabili secondi (mi ha guardato negli occhi, si aspettava che dicessi qualcosa ma io ero lì totalmente imbambolato e allora mi ha detto: “thank you for coming here” !!) mi sono addirittura commosso: un monumento vivente del cinema era lì ed è stato generosissimo nell’esprimere le sue opinioni, le sue riflessioni, i suoi ricordi.
Quando un tizio stupidissimo (credo fosse l’equivalente inglese degli inviati de Le iene) gli ha urlato “Obama or McCain?”, Pacino si è illuminato in un grande sorriso e ha scandito: “O-ba-ma!”Il resto è stato un affollatissimo red carpet (con contestazione generalmente pacifica di un centro sociale chiuso da Alemanno) che ha anche dato una netta impressione di quello che è diventato e diventerà questo RomeFilmFest. Ma queste considerazioni le lascio ad un altro post. Perché non so se si è capito ma io… ho incontrato Al Pacino!

Cartolina da Roma (FilmFest) - 1

  • Ho incrociato Gian Luigi Rondi. Mi ha lanciato uno sguardo del tipo: "perché non mi fai le rimostranze? Non lo sai chi sono io?"
  • Il villaggio dedicato al Festival è molto più scarno dell'anno scorso, non so se perché ancora in allestimento (si inizia stasera ed è ancora in allestimento?!?) o rientra nel grande piano di demolizione interna, teoria cospiratrice di cui io sono un grande sostenitore (o forse l'ho inventata proprio io, non lo so)
  • Come al solito, i biglietti per gli avvenimenti più succulenti di oggi e domani sono già introvabili. Cominciamo bene!
  • L'anno scorso il programma delle conferenze stampa era integrato nel programma delle proiezioni. Quest'anno è sparito! Al desk per la stampa, però, ti consegnano la scaletta di quanto previsto giorno per giorno. Cioè, mi tocca andare ogni santo giorno a ritirare questa scaletta senza avere il tempo di organizzare le giornate in modo che alcuni eventi non coincidano con gli altri. Astuta mossa dell'organizzazione!
  • La borsa che ti consegnano all'ufficio accrediti di quest'anno è di una bruttezza unica. Cioè, è laccata!! Quelle dell'anno scorso non solo erano bellissime ma erano esemplari unici (sul davanti vi erano pezzi di pellicole di film diverse per ogni borsa)
  • Credo che il parcheggio interno dell'auditorium abbia ispirato il labirinto di Shining (lo dico perché due gemelline mi hanno invitato "a parcheggiare con noi"...)
  • La Detassis è dimagrita!
  • Ho visto poche e corte file alle biglietterie. O tutti comprano on-line o l'affluenza di quest'anno andrà al ribasso.

Continua...

18.10.08

Le scene inedite di Fuoco cammina con me

Per chi in questi anni ha vissuto nell'incubo di non poter mai conoscere l'enorme mole di quantità ancora oggi inedita del cult Fuoco cammina con me, è arrivata finalmente una valida alternativa all'interminabile attesa di vedere un giorno quel materiale editato.
Il sito Dugpa.com sta provvedendo a mettere on-line le parti dello script eliminate dal montaggio finale; le trascrizioni sono talvolta accompagnate da immagini inedite dal set delle stesse scene o di Lynch all'opera durante la produzione. La cosa più interessante è che si può anche sapere (dalle note aggiunte alla fine di ogni scena) quali di queste furono effettivamente girate. Per ora sono on-line la prima e la seconda parte di questo lavoro; la terza parte dovrebbe essere presto pubblicata e ve ne darò notizia. Tra le cose più interessanti, la scena onirica ambientata in un "negozio conveniente": non solo vi è riportata l'intera sequenza dei dialoghi e le differenze fra ciò che era sulla pagina e ciò che è stato poi tradotto in immagini (ad esempio, l'uomo vestito in rosso e il primissimo piano della scimmia non erano sulla sceneggiatura) ma dà un certo brivido l'affermazione di Michael Anderson secondo la quale "ciò che si è visto nel film non si avvicina neanche un pò all'enorme mole di materiale che fu filmata quel giorno".

17.10.08

Annozero: la serialità spezzata

Sta avvenendo qualcosa di strano in televisione. E ovviamente faccio riferimento ai serial che io seguo.
Quello che mi sembra stia succedendo non è un buon segnale ma non lo è per i serial in questione (anzi!) ma per la produzione televisiva in generale. Cerco di spiegarmi con pochi esempi che spero siano efficaci.
Dr. House: al termine della terza stagione, il cast del serial viene completamente stravolto; i protagonisti principali (quelli che componevano il team di House, per intenderci) prendono altre direzioni e diventano semplici comparse nell'arco narrativo di tutta la quarta serie. Lost: il quarto ciclo del serial si è concluso ridefinendo completamente i confini temporali sino ad allora visti (e in questo già il finale della terza stagione era stato d'impatto), dando una dimensione completamente nuova alla cronologia dei fatti accaduti, che stanno accadendo, che accadranno. Dexter: il serial killer più famoso della tv si ritrova al termine della seconda stagione ad un passo dalla sedia elettrica ed è costretto a causa di ciò a disfarsi di tutto il suo passato, salvo poi dover ricominciare daccapo a coltivare i proprti istinti, rivalutando in toto i propri metodi e i propri principi. Nip/Tuck: finisce la quarta stagione e l'ambientazione del serial viene completamente trasportata altrove (da Miami a Los Angeles) con i due dottori protagonisti costretti a ricominciare da zero la loro fortunata carriera e a dargli una nuova impostazione, se possibile, ancora più perversa. Desperate Housewives: finisce la quarta serie e ci si proietta cinque anni avanti negli avvenimenti ritrovando le personalità dei personaggi principali completamente stravolte (l'idea del salto temporale, mi suggeriscono, è stata adottata anche da un altro serail, One Tree Hill, che però non seguo e non posso aggiungere come esempio).
L'America televisiva sbanda, insomma. Non nascono più nuove produzioni che partendo dai confini dei serial precedenti si spostano ancora oltre rinnovando di volta in volta il nobile genere dei telefilm. Sono i serial già in onda a mostrare ancora più coraggio e passione di quelli che ancora non sono nati o stanno nascendo, rinnovando dentro di sè stili e linguaggio senza paura di far mancare al proprio target quelle certezze a cui ci si abitua e che sono parte pregnante della serialità (se concordiamo che per serial non s'intende solo una serie di avvenimenti spalmati in più episodi ma la presenza costante di tematiche alle quali ci si interessa e personaggi ai quali ci si affeziona).
Non c'è nuovo che avanza, è il vecchio che si svecchia. Io ci vedo qualcosa di importante (per la produzione televisiva) ed inquietante (la carenza di idee nuove) che potrebbe avere importanti risvolti nel futuro prossimo della tv americana e non.

14.10.08

Ma che colpa ne abbiamo noi

Venerdì 17 ottobre per il MullholandBlog è una buona data per ritornare operativi.
Stay tuned!

4.10.08

Beautiful Dark nelle librerie americane

Beautiful Dark, il monumentale libro su David Lynch scritto nel corso di 10 anni da Greg Olson, è uscito nelle librerie americane e sembra stia riscuotendo un notevole successo fra i fan del regista in quanto si presenta come l'opera più completa sul regista, la sua vita professionale e personale, raccogliendo le rivelazioni dell'autore stesso e di chi gli è stato accanto lungo la sua vita, umanamente e professionalmente. L'autore di Dugpa si sbilancia non poco nel recensirlo:

"I have to admit, that for years, being a long time fan of Lynch, I have
read practically every Lynch related book, news article, and watched every interview that I could possibly get my hands on. After reading this book, I was overwhelmed to find out how much I didn’t know about the man. "

Il libro si spreca dettagliatamente in aneddoti (vecchi ed inediti) su qualsiasi opera prodotta da Lynch e sulla sua vita privata, le esperienze sul set e le gioie e i dolori della vita. Un'opera, all'apparenza, imprescindibile per qualsiasi amante di Lynch.

In attesa dell'eventuale traduzione italiana, potete acquistarlo in lingua originale e non ad un prezzo economico su Amazon.

2.10.08

Roma 2008: il programma

E' finalmente completo il programma del Festival Internazionale del Cinema di Roma 2008 (leggi Festa del Cinema di Roma). Quello che salta subito all'occhio è una scelta molto più europea rispetto alle due precedenti edizioni, nettamente in diminuizione (anche se ben presenti) i nomi di richiamo hollywoodiani e di molto aumentati quelli dei poco noti. La selezione ufficiale (concorso e fuori conocorso) presenta ben 5 film italiani (anche se Rondi ci tiene a precisare che "l'italianità non è stata una prerogativa"), il resto offre per lo più opere europee ed orientali. Come annunciato, questa edizione ha ben poco dell'impronta di Rondi poichè quest'ultimo è stato chiamato al sacrificio supremo quando ormai molti dei giochi erano fatti (anche se sembra abbia posto il veto su opere importanto ed attesissime come l'ultimo di Gus Van Sant, Milk). Sponsorizzato dal Festival, negli stessi giorni a Roma sarà ospite una mostra fotografica di David Lynch, 30 scatti inediti (questo decisamente non deve essere andato giù a Gian Luigi "il nuovo che avanza" Rondi).
Io ci sarò, cercando di vedere il più possibile e cercando di aggiornare in tempo reale il blog. Se qualcuno di voi vuole consigliarmi gli 'imperdibili' a vostra opinione, sarò ben lieto di farvi da inviato speciale. Si accettano suggerimenti, insomma.

17.9.08

X-Files - Voglio crederci

X-Files - I Want to Believe di Chris Carter

(2008) USA

Inutile negare che al momento di entrare in sala era come se dentro di me convivessero due spettatori: il fan che è praticamente cresciuto con il serial X-Files e che può considerarsi uno dei massimi esperti sulla materia (sfidatemi, se volete!) e il comune spettatore che stava andando essenzialmente a vedere un film d'intrattenimento che non ha le pretese di cambiare la storia del cinema. E' questa una premessa necessaria perché mi riesce molto difficile scindere le due personalità e soprattutto tenere a bada la grande attesa che ho covato per questo film. Film per molti aspetti deludente, eppure impossibile da odiare. In rete gli articoli denigratori sono stati tanti e molto violenti (a riprova che non c'è peggior odio di quello che nasce da una grande aspettativa delusa), articoli che hanno fatto passare l'idea generale che non solo il film non mantiene le premesse di ciò che era X-Files ma che s'inceppa e rovina dolorosamente anche sulle regole estetiche del buon cinema. Una tragedia, insomma.
Eppure non si dovrebbe dimenticare un certo gusto all'antica, sempre sull'orlo dell'omaggio, che caratterizzava il serial di Chris Carter (qui alla sua prima regia cinematografica), uno dei segreti delle atmosfere tipiche di X-Files. Dico questo perché ciò che ho ravvisato nel film è proprio una attenzione ad un certo modo di fare cinema che irrimediabilmente oggi appare antico e anacronistico ma che nell'ottica del serial sarebbe stato valore aggiunto. Il punto è questo: autori e compagnia bella sembrano aver dimenticato che il tempo è passato; ignorare completamente molte delle atmosfere che hanno fatto il successo di X-Files non appare come gesto coraggioso ma piuttosto spregiudicato: si vuole andare oltre ma non si osa abbastanza, si tenta una dimensione nuova che però frana sulla pochezza della trama, si gioca sul rapporto Mulder e Scully stringendo un pò troppo sulle pur belle scene che caratterizzano il loro rapporto. Il tempo delle scelte, sul da che parte stare e quali metodi adottare, sembra essere finito: il telefilm terminava con una grande dose di amarezza e di sconfitta che qui non viene neanche ripresa perché è passata forte la decisione di non dare alcun seguito alla mitologia del serial (da sviluppare in un eventuale terzo ed ultimo film), preferendo una storia a sé stante che lasciasse più spazio ai dilemmi morali di Scully e al grande senso di sconfitta di Mulder.
La sconfitta qui, invece, investe Carter: la regia non ha particolari guizzi, è standard, è quasi televisiva; belle intuizioni su alcune inquadrature che coinvolgono soprattutto la neve e non è da sottovalutare l'intelligenza di giocare con lo spettatore (la 'sottile' satira contro Bush, i continui riferimenti al serial e il grande effetto sorpresa quando entra in scena un personaggio che proprio non ti aspetti). E' come al solito il senso di appartenenza ad un destino a tenere banco, grande filone sotterraneo che riguarda soprattutto il personaggio di Scully, scettico e testardo, unico tema sul quale Carter si gioca un pò di credibilità con un opportuno finale aperto sul sorriso di Gillian Anderson. Tentennare troppo sui generi non ha giovato: si sfiora l'horror, si sfiora il thriller, si sfiora il drammatico; una tale commistione va bene per grandi pretese ma per un'ora e mezza di intrattenimento è fallimentare.
C'è da chiedersi quanto sia giusto pretendere da un film del genere e quanto ci stavamo aspettando noi X-Philes, perché non sarebbe giusto ignorare tutto il lungo gioco d'attesa che avrebbe dovuto aiutare il film e invece lo ha danneggiato. Qui, allora, il discorso diventa extra-filmico e si concentra di più sulle strategie creative che hanno ruotato intorno all'operazione (perché di questo si tratta e dargli una connotazione negativa è da ingenui) e far rimbalzare la domanda da un milione di dollari: e se il film avesse ripreso la mitologia del serial (invasione aliena e gigantesca cospirazione governativa) avrebbe avuto una chance in più? Io rispondo: certamente sì, non solo a livello di biglietti venduti ma anche qualitativo; m'azzardo a dire che con la ripresa di quegli argomenti Carter stesso avrebbe avuto molta più ispirazione e una spinta aggiuntiva a fare meglio, ad indagare di più, a produrre un gioiello di scrittura e montaggio così come faceva sul piccolo schermo.
Dov'è tutto questo? S'è perso dietro i baci di Mulder e Scully, vero punto d'equilibrio di 8 stagioni (nell'ultima Duchovny si diede alla macchia) e forse amuleto per il telefilm stesso.
E Gillian Anderson rimane per me di una bravura spropositata.

14.9.08

"Io è un altro"

Il punto è questo: cosa altro è un blog se non uno strumento per esprimere il proprio punto di vista su un argomento specifico, condividerlo con gli altri ed avviare un confronto vivace ed intelligente?
Nel delineare il nuovo percorso di questo blog (e a novità di stile coincidono sempre novità d'immagine, che sia un semplice cambiamento dei colori del layout poco importa, almeno a me) non posso non interrogarmi su quanto fatto fino ad ora e su quanto vorrei fare. Ma il punto su cui concentrarmi, adesso, rifugge ogni riflessione sul metodo di critica nei confronti del cinema e dell'audiovisivo: non devo e non posso io affrontare questo argomento perché è qualcosa che riguarda tutti, è qualcosa su cui confrontarsi in massa e non un problema da assumersi come personale e privato. Il metodo critico (come quello linguistico) è un argomento fondamentale ma non è questo quello che mi interessa adesso. Voglio andare oltre, espormi personalmente, non limitarmi a riportare notizie e ad esprimere un commento ma aumentare la dose di personalismo, metterci del mio, coinvolgere anche i sentimenti e non la sterile freddezza di chi vuol mostrare il bagaglio personale di conoscenza (un bagaglio che per me si riduce ad un piccolo zainetto, a volerla dire tutta). Per me come per chiunque ami il cinema, credo, spesso il percorso umano è coinciso con il percorso cinematografico: perché sottovalutare questo? Perché adottare sempre un tono alla stregua del giornalismo quando di giornalismo non si tratta visto che siamo in un blog? Non ho gli strumenti e soprattutto la voglia di continuare in questo senso. Nessuno, me stesso compreso, mi ha mai riconosciuto tale autorità e mi manca ancora molto per conquistarmela.
Allora andiamo al pratico: il MulhollandBlog vuole cambiar pelle, non abbandonare la critica cinematografica ma arricchirla di nuove sfumature che coinvolgano le impressioni personalissime, anche private: per la critica tecnica ci sono i giornali autorevoli, non spetta ad un blog ambire a tanto. Ridurre l'attenzione alle notizie dal mondo cinematografico, adottare un metodo molto semplice: notizie che interessino solo al sottoscritto e che solo al sottoscritto interessa approfondire e ben venga chi sposa il mio criterio per non addormentare mai lo spazio di confronto che pur dovrebbe essere prerogativa di un blog. Non abbandonerò il costante occhio di monitoraggio su David Lynch, una delle fonti del seppur piccolo spazio di attenzione che si è guadagnato questo blog: per me è un artista che merita costante attenzione e l'interesse nei post a lui dedicati e le e-mail che ricevo con richieste di approfondire determinati argomenti non fanno altro che confermare la mia opinione al riguardo.
E' tempo di crescere e ciò non elimina le involuzioni: evolvere, talvolta, è sinonimo di arroganza se ci si aggrappa a sterili convinzioni. La destinazione del MulhollandBlog è ancora incerta ed ignota; quello che posso e voglio augurarmi è di non perdere la piccola cerchia di lettori che mi hanno sempre seguito, quelli che hanno sempre partecipato alle discussioni non dimenticando che per un blog proprio di questo si tratta: ci sono io ma ci sono anche gli altri. Scusandomi, ovviamente, per il lungo periodo di assenza estivo.

Niente W al Festival di Roma

Cristelle Dupont, dell'agenzia inglese Dda che si occupa della promozione del film di Oliver Stone W incentrato sulla figura di George W. Bush: "Eravamo in trattativa con la manifestazione di Roma, ma la cosa è stata un po' strana; A un certo punto gli organizzatori ci hanno detto che il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi è un gran sostenitore del Presidente Bush e quindi non avrebbe gradito che un film come quello di Stone aprisse il festival". Ecco allora che la premiere mondiale del film viene venduta al London Film Festival ma la Dupont prosegue: . "Tuttavia a un certo punto da Roma devono aver cambiato idea e ci hanno nuovamente richiesto il film, ma ormai era troppo tardi, Londra se l'era già accaparrato. Peccato perché noi al Festival di Roma ci tenevamo, era una ribalta importante, anche perché non c'era ancora il distributore italiano. Ma ormai con Londra era cosa fatta".
Gian Luigi Rondi, il nuovo che avanza, sostiene tutt'altro: "Il festival di Roma non ha mai interrotto i contatti con la produzione di W. Anzi io stesso, poco prima dell'inizio della Mostra di Venezia, ho firmato una lettera ufficiale di invito per il film. La produzione ha cortesemente risposto di non poter accettare il nostro invito, senza per altro fornire spiegazioni. Come ho potuto poi constare, W ha evidentemente preferito partecipare Festival di Londra".
Comunque, stiamo ancora aspettando annunci strabilianti sugli eventi della terza edizione. Fino ad ora, gli unici sussulti sono arrivati dai nomi di alcuni artisti americani presenti, fra cui Al Pacino, David Cronenberg e Michael Cimino.
[fonte: Repubblica.it]

1.9.08

Aggiornamento ed obiettivi

Il MulhollandBlog è inattivo da parecchio, ma l'estate porta via tempo ed energie.
A breve si potrà ricominciare. L'obiettivo è rivedere un pò i contenuti del blog: limitare i commenti alle notizie dal mondo del cinema e concentrarsi di più sull'analisi dei film e di tutto ciò che è audiovisivo.
C'è una buona notizia: anche quest'anno potrò partecipare al Festival Internazione del film di Roma (ex Festa del Cinema di Roma, ma vabbè), stavolta in maniera più attiva e con aggiornamenti in tempo reale, contrattempi permettendo.
Stay tuned.

10.8.08

Il divo

Il divo di Paolo Sorrentino
(2008) Ita\Fra

Senza aver paura di esagerare, mi sento tranquillamente sicuro di poter affermare che Il divo ridefinisce i confini del cinema italiano. E non mi sembra esagerato aggiungere che da qui a qualche anno si potrà parlare di prima e di dopo de Il divo, come fosse un anno zero, uno spartiacque tra quello che tradizionalmente chiamiamo cinema italiano e quello che verrà dopo quest'opera di Paolo Sorrentino. E che sia lui il regista di questo film non è un caso perché solo a lui poteva riuscire un'impresa del genere, solo il suo stile riconoscibilissimo poteva ideare un progetto così ambizioso e scaltro, solo il suo gusto surreale poteva mettere in scena determinate sequenze al limite del grottesco. Difficile, insomma, poter immaginare un altro regista dietro alla macchina da presa e questo credo sia il più grosso complimento che si possa fare ad un autore. A chi mi ha chiesto ingenuamente se Il divo sia migliore de Il caimano, rispondo che sono due film complementari ma diversi: Sorrentino va oltre le nobili pretese di Moretti di voler dipingere un'Italia devastata dall'ingresso sulla scena pubblica di un individuo che risponde al nome di Berlusconi; a Sorrentino non interessa tanto tirare le somme sugli effetti della politica di Andreotti ma gli interessa Andreotti stesso, la sua vita (pubblica e privata), la sua figura così enigmatica e complessa, a tratti spaventosa. Chi non ha mai visto un film di Sorrentino non può immaginare che razza di opera si troverà davanti: si parte con un monologo iniziale che mette in chiaro come verrà dipinto il protagonista, si prosegue con una sorta di incipit alla P.T. Anderson e si procede spediti attraverso salti temporali, rappresentazioni più o meno metaforiche dei fatti accaduti negli ultimi decenni italiani. Quel che viene a seguire è il personalissimo punto di vista del regista sulla 'spettacolare vita di Giulio Andreotti' e si badi a non cadere nel tranello: Sorrentino finge di voler restare imparziale ma ogni singolo momento è una netta presa di posizione non solo nei confronti dello scomodo protagonista ma di tutti coloro che lo hanno circondato, nel bene e nel male; il surreale rimane il tono di fondo: in una sorta di monologo che non esiste Andreotti si assume le colpe di tutti gli scandali italiani della storia recente, in un'altra scena ben più reale confessa al parroco di "aver commesso tanti errori nella vita ma la mafia mai". Sorrentino, infine, come sempre vuole far sentire la sua presenza e ci riesce senza mai urtare il pubblico ma anzi realizzando movimenti di macchina (alcuni dei veri e propri classici della sua cinematografia, come la mdp che dall'esterno di un mezzo di trasporto arriva all'interno come se ci passasse attraverso) pienamente funzionali alle atmosfere del film.
Un capolavoro italiano, di cui andare orgogliosi, nel quale spicca un immenso Toni Servillo (ma è tutto il cast ad essere eccezionale): si annulla completamente nel personaggio, lo caratterizza di sfumature, tic, modo di camminare che resteranno negli annali e riesce a pronunciare battute taglienti e sempre importanti con un tono che è l'essenza del personaggio stesso. Una menzione speciale al farsesco Pomicino di Buccirosso: "qua urge un concetto. Tu ce l'hai?"
Ad avercene di film così.

2.8.08

Il cavaliere oscuro

The Dark Knight di Christopher Nolan
(2008) USA

Qualche giorno fa ho visto un grandissimo film. E quel film era Il cavaliere oscuro, un'opera in cui il cinema soddisfa sé stesso da ogni punto di vista.
Nolan è il vero vincitore di questo grande successo, un regista giovane ma già con una bellissima carriera alle spalle e soprattutto con una visione personalissima del mezzo cinema che ne fanno uno dei massimi esponenti della settima arte americana contemporanea. Il lavoro di Nolan traspare prima dalla sceneggiatura (solida, complessa, tecnicamente perfetta) e poi dalla messa in scena: il film è una vera e propria orgia di scene madri, momenti che entreranno di diritto nella leggenda cult, una lunga serie di intuizioni linguistiche mai banali ma sempre perfettamente funzionali alle intenzioni della storia e alle psicologie dei personaggi. Perché Il cavaliere oscuro non nasce come un film su Batman ma è evidente che muove i primi passi da un'idea di contrapposizione fra bene e male, di rappresentazione di una società metropolitana allo sbando fatta di conflitti interiori, di riflessioni su quali metodi sia giusto adottare per combattere la criminalità e la violenza, di notevoli dilemmi morali. E riguardo l'ultimo punto, Nolan non solo propone domande ma fornisce anche risposte; discutibili, a dirla tutta, ma pur sempre espressione di un punto di vista personale espresso senza arroganza o prepotenza ma seguendo lo sviluppo della storia e le sue conclusioni. L'atmosfera che lega il tutto è decisamente cupa, dalle forti tinte d'angoscia e perfino nel finale non si riesce a vincere del tutto. Le musiche e gli effetti sonori giocano un ruolo fondamentale: ad esempio, ogni volta che il Joker entra in azione una nota prolungata e dissonante in crescendo inizia a farsi sentire, sicché ad un certo punto del film ascolteremo quella nota ma non vedremo il Joker, eppure sappiamo che è nascosto da qualche parte pronto ad entrare in azione. Ma basta il suono a creare il panico fra la gente.
Il cavaliere oscuro offre una carrellata di personaggi da antologia, su quali spicca su tutti il Joker di Heath Ledger, leggenda ancora prima di arrivare nelle sale e con ragione. Il lavoro compiuto dall'attore è sensazionale, anche se c'è da riflettere su quanto un personaggio del genere sia già in sé garanzia di successo. Ogni scontro, ogni dialogo fra lui e Batman, ogni momento in cui entra in scena, tutte queste cose saranno ricordate a lungo.
C'è un punto, poi, sul quale è importante riflettere: il film ha un fortissimo effetto di realismo, anche se ispirato da un fumetto e conservandone alcuni aspetti. Ovvero, seppur stiamo seguendo le gesta di Batman che si lancia dal tetto del mondo e cade sempre in piedi, il film conserva una sana dose di realtà che ci fa apparire tutto accettabile, sicuramente grazie anche alla lunga serie di elementi e stili adottati per narrare molti punti dell'intreccio.
Il cavaliere oscuro, insomma, è per me il film definitivo di Nolan e di questa stagione cinematografica, punto altissimo e strategico d'incontro fra cinema d'intrattenimento ed opera culturale, capace di proporre soluzioni visive nuovissime ed innovative (ogni inquadratura racchiude nel suo spazio tutto ciò di cui ha bisogno) destinate ad influenzare il genere. Un grandissimo film, dunque, sul quale sarà bene tornare a scrivere ancora.

1.8.08

I Film del Mese: Agosto 2008

  • Ombre del passato di Msayuki Ochiai (8);
  • Le cronache di Narnia: il principe di Caspian di Andrew Adamson (14);
  • Lui, lei e Babydog di Marcel Sarmiento (14);
  • Io vi troverò di Pierre Morel (14);
  • Identikit di un delitto di Andrew Lau (15);
  • Non mi scaricare di Nicholas Stoller (22);
  • Piacere Dave di Brian Robbins (22);
  • Shrooms - Trip senza ritorno di Paddy Breathnach (22);
  • Animals in love di Laurent Charbonnier (22);
  • Denti di Mitchell Lichtenstein (22);
  • Kung fu panda di Mark Osborne (29);
  • Eldorado Road di Bouli Lanners (29);
  • Doomsday di Neil Marshall (29);
  • Presunta innocenza di Joby Harold (29);
  • Sex list - Omicidio a tre di Marcel Langenegger (29);
  • Animanera di Raffaele Verzillo (29).

Mese fiacco. Scegliete voi.

26.7.08

Funny Games U.S.

Funny Games U.S. di Michael Haneke
(2008) USA

Questo post si concentrerà sull'aspetto 'remake' dell'operazione. Per un giudizio sul film in sé, vi rimando al post del film originale perché, essendo questo un remake gemello, la sostanza non cambia poi molto.
In una recente intervista, Haneke ha dichiarato che il senso di questo remake sta nel pubblico che lo fruirà. Se l'originale austriaco non poteva contare su un vasto target a causa della lingua, questa copia americana vuol puntare dritto a quel pubblico che secondo Haneke detiene il linguaggio della violenza: non gli americani, bensì coloro che parlano l'inglese. L'effetto è più che mai originale: siamo davanti ad un remake inquadratura per inquadratura eppure ci sembra di star assistendo ad un nuovo film che di certo non ha la potenza e l'innovazione dell'originale di 10 anni fa ma che riesce comunque ad andare dritto al cuore delle questioni che vuol rappresentare. L'occasione che mi offre questo remake, poi, è quella di assistere alle reazioni delle persone che lo vedono. Reazioni sempre piuttosto inaspettate ma tutte già previste dal regista: il pubblico ride davanti certe scene sì surreali ma pur sempre violente, il pubblico esulta quando la protagonista riesce ad impossessarsi del fucile ed a sparare ma quando poco dopo quella scena verrà eliminata con il più subdolo strumento di tortura che si può utilizzare contro uno spettatore, solo allora il pubblico si accorgerà di aver inneggiato ad un brutale omicidio. La questione, insomma, è che Haneke o per meglio dire il suo cinema riesce perfettamente a manipolare il pubblico: lo tortura per un'ora e mezza (assodato che vittime e carnefici della violenza del film siamo noi e non i finti personaggi che vediamo sullo schermo) costringendolo a guardare, dimostrando che il pubblico potrebbe andare via o spegnere lo schermo quando vuole ma non lo fa (del resto, il rewind del famoso colpo di scena sta a significare anche quello: state guardando un film, nessuno vi costringe a restare eppure non vi schiodate dalla sedia); inoltre, guardando le reazioni dei miei compagni di visione, ho capito molte più cose della prima volta: per esempio, nel lunghissimo e agghiacciante interludio nel quale i due genitori cercano di liberarsi dopo aver visto morire il proprio figlio, nessuno del pubblico crede che i due psicopatici assassini se ne siano davvero andati. Non ci credono perché "mica possono far finire il film così", che equivale a dire in altro modo quello che uno dei due assassini risponde all'uomo che chiede perché non li uccidono e basta: "lei sottovaluta l'importanza dello spettacolo".
Funny Games U.S., insomma, è ancora più specchio di quanto lo fosse l'originale. Nell'ottica di farlo arrivare ad un pubblico più vasto è sicuramente un atto coraggioso e funzionale che prende in considerazione il background culturare di chi lo vede: per il pubblico austriaco poteva assumere un significato, per il popolo inglese (soprattutto gli americani post-11 settembre) ne assume un altro. Ancora una volta, dunque, Haneke trasforma il cinema in intrattenimento che riflette su sul suo stesso significato ed instaurando un profondo legame tra film e spettatori, sacrificando le certezze di questi ultimi andandoli a ferire nelle profondità dell'animo.
E' buffo che a fare tutto ciò siano due psicopatici borghesi. E' proprio un gioco buffo.

23.7.08

Wanted

Wanted di Timur Bekmambetov

(2008) USA

Questo è proprio un film fracassone ma nel senso letterale del termine! Bekmambetov sembra non poter rinunciare ad una fortissima ed opprimente presenza sonora in ogni scena d'azione e pure in qualcuna non d'azione. Detto ciò, il film è fracassone anche nel senso più ampio: esageratissime scene adrenaliniche con quel gusto un pò datato, cioè con quel pò di ironia alla Arma Letale che ha fatto scuola (fermo restando che sono pochissimi i dialoghi durante le scene d'azione e questo è un punto a favore del film). Le ambizioni del film deragliano proprio quando cercano di affrontare un discorso morale piuttosto trito e ritrito che francamente trovo molto discutibile: bisogna accettare il fato e ciò che ci ha destinato. Maddeché?!
Bekmambetov, insomma, cerca di far sentire la sua presenza ma se Wanted ha un minimo di digeribilità lo si deve ai tecnici che hanno curato gli effetti speciali, loro sì vero motore del film. L'anima, ovvero l'aspetto di cui avrebbe dovuto aver cura il regista, è piuttosto carente. L'unica scelta azzeccata che gli si può attribuire è quella del protagonista: James McAvoy è davvero promettente e riesce a dare un minimo di spessore ad un personaggio altrimenti troppo piatto e prevedibile.
Il film non mi ha suscitato riflessioni più profonde di quelle appena descritte.

16.7.08

Be Kind Rewind

Be Kind Rewind di Michel Gondry
(2008) USA

Questo film è una grandissima idiozia. Nel senso che è una splendida genialata. Ha la capacità e il coraggio di mettere in scena una storia che è essenzialmente surreale e fuori da ogni schema ma facendolo con onestà e rispetto nei confronti del tema che vuol narrare. E' idiota come lo è il gioco di un bambino, per intenderci.
Be Kind Rewind, questo lo sanno tutti, è essenzialmente un enorme omaggio al cinema ma non al mezzo d'espressione in sè, piuttosto lo è a quel modo d'intendere cinema che è essenzialmente intrattenimento ma soprattutto sfida. La storia si cura ben poco di rendere credibili determinati passaggi o di approfondire il motivo di alcuni risvolti della trama, ciò a cui punta è la passione per la messa in scena e lo sforzo artigianale a cui si dedicano i protagonisti. Fra l'altro il film fa ridere molto meno di quanto prometteva sulla carta ma ben presto ci si rende conto che non è alla risata facile che punta. E' più un'operazione di nostalgia nei confronti di un certo cinema che sa essere fantastico senza mai disancorarsi dalla realtà. Gondry, poi, non vuole in alcun modo tradire la propria poetica e sa quando è il momento di osare o di giocare con il pubblico (quando Jack Black diventa una sorta di magnete vivente, passa davanti la macchina da presa e comincia a disturbare perfino l'immagine che noi stiamo guardando!) senza mai scivolare nel patetico o nella facile retorica. E' anche vero che c'è molto meno Gondry del solito in questo film, stabilendo quest'opera non come un ulteriore passo avanti nella sua filmografia ma come una semplice conferma delle sue doti. Ma probabilmente al regista non interessava dimostrare nulla se non il suo amore sconfinato per il cinema come macchina dei sogni, come illusione primitiva che però non basta a sconfiggere le storture della realtà (gli USA come terra di produzione del film si fanno sentire, se è vero che il finale della pellicola è molto meno amaro del solito Gondry). Vincente la scelta del cast.
E' puro divertimento intelligente, capace di approfondire un discorso sul cinema senza risultare pretenzioso.

15.7.08

Libertà non è star sopra un albero

L'attuale Governo, evidentemente spaventato dalla protesta annunciata dei diretti interessati, si rimangia la parola e reintroduce le tax credit.
Scongiurato il pericolo di assenza del cinema italiano dai principali festival nostrani (Venezia, Torino, Roma).

13.7.08

Dalla festa al festival: hanno la faccia come il culo

Gian Luigi Rondi ha presentato alcune delle 'sue' novità per la Festa del cinema di Roma III Edizione di cui è neo-presidente.
Gian Luigi Rondi ha deciso che non si chiamerà più Festa del cinema di Roma ma Festival Internazione del film di Roma. Geniale!
Gian Luigi Rondi ha riveduto i nomi delle varie sezioni per renderle più italiche: la Official Selection diventa Selezione ufficiale, la Premiere diventa Anteprima e Cinema 2008, Extra diventa l'Altro Cinema (esiste un altro cinema e nessuno mi ha avvertito?), Focus sarà L'occhio sul mondo, The Business Street (la zona dedicata all'acquisto delle pellicole) verrà ribattezzata Mercato del film, Alice nella città rimarrà Alice nella città perché non sono riusciti ad escogitare qualcosa di più italico, gli incontri con glia attori saranno Il lavoro dell'attore. Piera Detassis coordinerà fra loro le diverse sezioni. 15 milioni e mezzo di euro il budget per la manifestazione.
Gian Luigi Rondi ci ha tenuto a precisare che, nonostante l'estenuante sforzo profuso per italianizzare il festival, non verranno penalizzate le pellicole straniere o il glamour del red carpet.
Gian Luigi Rondi sostiene che non è bene anticipare i nomi dei film o degli ospiti e ha raffreddato l'entusiasmo sui rumors che volevano Robert De Niro ed Al Pacino sul red carpet romano a presentare il loro nuovo film insieme. Non è dato sapere neanche il nome per il premio alla carriera.
Gian Luigi Rondi, però, annuncia due importanti presente al Festival, due registi incontreranno il pubblico: David Cronenberg e Michael Cimino. Il primo presentà la mostra Chromosome, 50 inquadrature tratte dai suoi film; Cimino selezionerà quelle che sono a suo parere le più belle scene di ballo nella storia del cinema.
Gian Luigi Rondi ha annunciato che il Marc'Aurelio d'Oro per il Miglior Film sarà votato da tutti i partecipanti come spettatori al Festival mentre il Premio della Critica al Miglior Film sarà votato da una giuria internazionale. Dovrebbe essere confermata la presenza della giuria popolare di 50 elementi.
Gian Luigi Rondi, nostalgico di un certo cinema italiano, ha affermato che verranno realizzati omaggi ad Alida Valli, Nino Manfredi e Dino Risi.
Gian Luigi Rondi, il nuovo che avanza, ha precisato che saranno pochi i film fuori programma e che saranno tutti per lo più in concorso.
Non vedo l'ora!

11.7.08

Jennifer Lynch a Bollywood

Sull'onda dei crescenti investimenti hollywoodiani verso Bollywood (o sarebbe più giusto dire che il business indiano sta dando l'assalto all'America), Jennifer Lynch (figlia di David) ha ufficializzato che il suo terzo lavoro, dopo il recente ed ancora inedito Surveillance, sarà Nagin - The Snake Woman: un thriller con venature horror ispirato alle leggende orientali che narrano di donne serpente. Il film sarà bilingue (verrà girato sia in indiano che in inglese) e sarà girato completamente in India già a partire da questa estate. Nel cast figurano Mallika Sherawat ed Irfan Khan.

7.7.08

Il documentario su Lynch in dvd

In attesa del probabilmente corposo volume Beautiful Dark, possiamo indagare a fondo su Lynch e il suo metodo con un'altra opera in arrivo e decisamente più che interessante. Si tratta di LYNCH(one), il documentario realizzato dall'anonimo blackANDwhite che ha seguito Lynch durante la lavorazione di INLAND EMPIRE, raccogliendo due anni di materiale video. Introvabile se non in giro per i festival, viene finalmente editato in dvd. Data di pubblicazione : 26 agosto 2008. Si parla ovviamente della pubblicazione americana e l'acquisto on-line significherebbe una notevole spesa per la spedizione.
In attesa che si possa realizzare il mitico trucchetto che ci ha permesso la spesa del dvd regione 1 di IE ad opera di Lynch, potete raccogliere informazioni su LYNCH(one) dai precedenti post di questo blog. E ricordate che mezz'ora del documentario è presentata in anteprima tra i contenuti speciali del dvd di IE regione 1.
(foto da Dugpa.com)

4.7.08

"Ve taglio 'a chepa"

Giovanni Venosa, l'uomo che in Gomorra interpretava il boss che mandava a morte due giovani delinquenti, è stato arrestato in quanto indagini della polizia lo hanno identificato come "delinquente abituale". Ai tempi della realizzazione del film, Venosa aveva già precedenti e numerosi contatti accertati con la camorra.
Siamo proprio sicuri di aver visto un film?

3.7.08

L'amore sospetto

La moustache di Emmanuel Carrère
(2005) FRA

Sorvoliamo sull'improbabile titolo italiano. La moustache è un film interessantissimo per un paio di motivi che idealmente possono dividere l'opera in due parti. Innanzitutto, tutta l'azione e tutti i risvolgi psicologici e comportamentali dei personaggi derivano da un unico gesto banalissimo e quotidiano: radersi. Il lento delirio nel quale scivola il protagonista è scatenato dall'idea di togliersi i baffi che porta da 15 anni. Solo che nessuno dei suoi amici e nemmeno la sua convivente sembrano essersi mai accorti di quei baffi e di conseguenza nessuno nota che li ha tagliati. E' dunque l'idea di circondare d'inquietudine ed incertezza un gesto normalissimo ad affascinare per tutta la prima parte del film. Ad un certo punto della pellicola, però, il regista sembra assumere tutta un'altra direzione: si disinteressa dello spunto da thriller psicologico lanciato e preferisce indagare l'immensa solitudine in cui il protagonista sprofonda, mandandolo in un necessario quanto improbabile viaggio ad Honk Kong. Qui la regia è intelligentissima: il film diventa quasi un'opera muta e sono le azioni del protagonista a dettarne lo scompiglio interiore, mentre a tutto il resto ci pensa la lucida direzione di Carrère e la fantastica interpretazione di Lindon.
Nonostante tutto questo, però, La moustache resta un film a metà e comunque piuttosto fine a sé stesso. Non è la mancanza di una vera e propria spiegazione dei fatti a deludere (certo cinema non ha bisogno di spiegazioni) nè il finale enigmatico quanto piuttosto l'impressione di una mancanza d'intenti complessiva che non dovrebbe mancare ad un film di tale portata e che vuole assumere determinati ed importanti argomenti. L'eccellente regia non basta a colmare certi vuoti narrativi, siano essi voluti o casuali. Il tema del deserto interno che può avere un uomo, l'ineluttabile distanza che ci separa da tutti gli altri esseri umani, siano essi vicini o lontani, meritava un approfondimento in più. Peccato, poteva davvero lasciare il segno questo film ma rimane comunque un'importante opera da dover guardare.

1.7.08

I Film del Mese: Luglio 2008

  • Wanted - Scegli il tuo destino di Timur Bekmambetov (2);
  • Il peso dell'aria di Stefano Calvagna (3);
  • Dr. Plonk di Rolf de Heer (4);
  • Lower City di Sérgio Machado (4);
  • Perfect Creature di Glenn Standring (4);
  • Signal di D. Bruckner, J. Gentry, D. Bush (4);
  • Boogeyman 2 di Jeff Betancourt (4);
  • Ken il guerriero - La leggenda di Hokuto di Takahiro Imamura (4);
  • Cambio di gioco di Andy Fickman (4);
  • Il diario di Jack di Mike Binder (4);
  • Agente Smart - Casino totale di Peter Segal (9);
  • Funny Games U.S.A. di Michael Haneke (11);
  • Che la fine abbia inizio di Nelson McCormick (11);
  • La canzone più triste del mondo di Guy Maddin (11);
  • Joshua di George Ratliff (11);
  • Reeker - Tra la vita e la morte di Dave Payne (11);
  • Hellboy 2 - The Golden Army di Guillermo Del Toro (16);
  • Le morti di Ian Stone di Dario Piana (18);
  • Rogue - Il solitario di Philip G. Atwell (18);
  • Il mio sogno più grande di Davis Guggenheim (18);
  • Denti di Mitchell Lichtenstein (18);
  • In viaggio per il college di Roger Kumble (18);
  • Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (23);
  • Dante 01 di Marc Caro (25);
  • Big City di Djamel Bensalah (25);
  • -2: Il livello del terrore di Franck Khalfoun (25);
  • Andersen - Una vita senza amore di Eldar Ryazanov (25).

Tante uscite nel caldo mese di luglio. Finalmente anche in Italia una stagione cinematografica estiva. Quali i vostri più attesi? Io metto in cima alla lista il (auto)remake di Funny Games e il nuovo Batman di Nolan.

27.6.08

Continua la rivolta del cinema italiano

Il gruppo dei Centoautori si è unito alla protesta di Anica, Agi e Api, invocando non solo il boicottagio dei Festival italiani ma anche le dimissioni del Ministro Bondi. (Ministro e Bondi... per quanto mi riguarda, due parole che non dovrebbero stare nella stessa frase!)
Il comunicato dei Centoautori esordisce così: "Dopo anni, il cinema italiano era riuscito a ottenere dal precedente governo due norme vitali per il suo sviluppo, tax credit e tax shelter, misure che lo mettevano alla pari con gli altri paesi e lasciavano sperare in un rilancio e in una crescita artistica e industriale. Ora invece siamo al paradosso: un governo liberista, che dice di voler aiutare l’imprenditoria del nostro paese, CANCELLA QUESTE NORME, lasciando solo quelle che aiutano il cinema USA e le ristrutturazioni delle sale cinematografiche. Visto che si produrranno sempre meno film italiani, ci chiediamo perché rinnovare le sale a spese dei contribuenti. Per migliorare ulteriormente la visibilità dei film hollywoodiani?" Il comunicato prosegue facendo svariati esempi di altre nazioni nelle quali sistemi d'incentivazione liberisti aiutano il mercato cinematografico, uno su tutti l'America nella quale sono attive 200 misure di incentivazione a livello nazionale e locale. Prosegue poi con un preciso attacco: "È proprio questa libertà che il governo Berlusconi, liberista a parole, vuole sopprimere. In campo culturale le misure liberiste preferisce applicarle solo ai film hollywoodiani. I “nostri” film è meglio non farli. Potrebbero, come hanno fatto anche recentemente con riconoscimenti internazionali e successo di pubblico, rappresentare un paese che la televisione ha smesso di raccontare. Meglio, molto meglio che tutti coloro che fanno il cinema, sempre più stretti tra duopolio Rai e Mediaset, monopolio Sky e le grandi distribuzioni americane, rimangano nella condizione di questuanti della politica." Il comunicato si conclude con la richiesta di dimissioni del Ministro Bondi e con l'invito ad autori, registi, produttori ed attori a non partecipare in nessun modo ad alcuna manifestazione nazionale.

25.6.08

Il cinema italiano boicotta i Festival

Clamorosa azione di protesta delle associazioni industriali del cinema italiano: Anica, Agis e Api. Per protestare contro l'abolizione della tax credit per il settore voluta dall'attuale governo italiano, l'intero settore annuncia la volontà di voler boicottare i prossimi festival cinematografici italiani (Venezia, Roma e Torino). Le tre manifestazioni, dunque, rischierebbero di non avere nessun film italiano in cartellone. Nel comunicato che annuncia la decisione si può leggere: "Deve essere chiaro a tutti che il governo, venendo meno a impegni precisi, ha deciso di infliggere un colpo mortale al cinema italiano nel momento in cui dimostra appieno, anche a livello internazionale, la sua vitalità artistica e industriale. Ulteriori azioni saranno decise al più presto. Le rappresentanze dell'industria cinematografica italiana, Anica, Api, Agis sono unite nel manifestare lo sgomento per l'eliminazione delle misure di incentivo fiscale per il cinema decisa dal governo, in incomprensibile contraddizione con la dichiarata volontà di abbandonare le politiche assistenzialistiche del passato per dar vita a un circolo virtuoso di nuovi investimenti, nuova occupazione, nuovi film. Viene abrogata una legge decisiva per il futuro del nostro cinema. E' incredibile che tale abrogazione passi attraverso il divieto di presentazione di emendamenti di parlamentari della maggioranza stessa che, tra l'altro, avevano individuato con precisione l'adeguata copertura finanziaria. Tutto il cinema italiano è mobilitato contro questo atto devastante".
Si attende la risposta del governo.

22.6.08

David Lynch: Beautiful Dark

Interessantissima notizia da Dugpa.com. Il 28 settembre verrà dato alle stampe (edizione americana) quello che si presenta come uno studio definitivo e completo su David Lynch, il libro Beautiful Dark di Greg Olson. L'opera ricostruisce l'intera carriera di David Lynch in tutte le sue espressioni artistiche (dal cinema alla musica, non esclude nulla) e in parallelo con la sua biografia, nelle intenzioni di ricostruire tutte le influenze ricevute anche nella vita privata fin dall'infanzia. Inoltre l'autore ha raccolto numerose testimonianze di colleghi, tecnici che hanno collaborato con Lynch nonchè di amici e parenti. Un'attenta indagine per non tralasciare nulla. La punta di diamante è la collaborazione più importante: lo stesso Lynch si è prestato alle indagini ed alle domande di Olson per non far mancare davvero nulla al libro.

19.6.08

Divieto di riprese per Angeli e demoni

Nuova pubblicità gratis in arrivo per Angeli e demoni di Ron Howard, il film che segue il successo de Il codice Da Vinci. Come sanno ormai tutti, è da ormai molti giorni che il film è in corso di riprese nella città di Roma. Ebbene, proprio in questi giorni è arrivato il divieto assoluto per la trupe da parte del Vaticano di poter girare scene nelle chiese di Roma; a quanto pare, il Vaticano ritiene il film lesivo per la propria immagine (per chi non avesse letto il libro, la storia narra di un gigantesco complotto orchestrato dagli alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche per conquistarsi o rafforzare la fede del popolo) e non ha concesso i permessi per far entrare Howard, Tom Hanks e compagnia bella nelle chiese in cui si sarebbero dovute girare alcune delle scene fondamentali per la trama. La produzione ha dovuto ripiegare sulla Reggia di Caserta, dove verranno ricostruiti gli interni delle cappelle romane.

16.6.08

Festa del Cinema di Roma 2008

Quello che penso già lo sapete. Alla conferenza stampa di una settimana fa in cui Rondi è stato presentato, sono state dette un pò di cose.
Alemanno e Bettini sembra si siano punzecchiati con molta nonchalance. Incalzato dal presidente uscente, il sindaco di Roma ha rettificato le sue precedenti dichiarazioni: "Mai stato contrario al tapeto rosso, al glamour: ma a percorrerlo devono essere gli attori, le attrici, i registi, non i politici". Mah...
L'edizione del 2008 avrà ben poco di Gian Luigi Rondi. La Festa di quest'anno è già in fase di avviamento quindi il nuovo reggente avrà ben pochi spazi in cui agire. Appuntamento rinviato al 2009 quando, promette Rondi, ci sarà maggiore attenzione (ma non esclusiva) al cinema italiano (la frase "maggiore spazio al cinema italiano, che da sessant'anni è la mia ragione di vita" è tanto solenne quanto imbarazzante) e maggiore spazio al mercato (cioè alla vendita dei film in rassegna). Rondi vuole anche coinvolgere l'associazione Centoautori. Vuole smarcarsi dall'autoralità di Venezia e costruire una Festa che sia equilibrio tra glamour e cultura... niente di nuovo insomma!
Alemanno, dal canto suo, auspica una sinergia tra Festa e David di Donatello (ma il RomeFilmFest assegna già dei premi, quindi non si comprende il senso dell'idea) e si augura che i divi non spariscano ma che non ci sia omologazione a quelli di Hollywood. La fiera delle banalità insomma.
Nessuno dei presenti spreca due parole per Veltroni, vero padre fondatore della festa, fatta eccezione per un timido accenno da parte di Bettini.
Niente di nuovo all'orizzone.

13.6.08

E venne il giorno

The Happening di M. Night Shyamalan
(2008) Usa\India

Nella marea di detrattori di Shyamalan, io mi sono sempre proclamato suo fedele sostenitore fin da Il sesto senso arrivando sino alla sua opera più bella, The Village. Ho saputo riconoscere il mezzo passo falso compiuto con Lady in the water e adesso sono alle prese con questo E venne il giorno, su cui è davvero difficile fare un'analisi che non sfoci nell'invettiva.
Chiariamo fin da subito: il film non è da buttare, anzi. Ha quanto meno il pregio di tenersi a galla fra i suoi numerosi difetti senza mai annoiare (Indy IV, per esempio, mi ha annoiato molto di più). Ma c'è un problema di fondo: l'intero film è stato realizzato solo per mettere in scena i suicidi di massa. E quelle sono scene eccellenti, dove come al solito Shyamalan riesce a far sentire tutto il suo personalissimo stile nel creare tensione e disturbare lo spettatore. Ovviamente le citazioni si sprecano (come non pensare a Gli uccelli) ma il regista riesce sempre, come suo solito, ad inglobare la tradizione del cinema classico non per metterla semplicemente in scena oggi ma per proiettarla in una fortissima idea di cinematografia contemporanea. Ecco, questo ha di bello E venne il giorno. Per il resto c'è molto da ridire: già con Lady in the water l'autore aveva dimostrato di essersi arrugginito come sceneggiatore e difatti la qualità dei dialoghi e lo sviluppo della sceneggiatura qui vanno peggiorando; così come la direzione degli attori sembra essere molto più svogliata del solito. Insomma, la netta impressione è che ci sia stata una grande idea a cui non si è prestata sufficiente attenzione. Fra l'altro, ciò che più addolora è la latitanza di quella critica della società moderna su cui le opere di Shyamalan sono sempre cresciute. Mi preme sottolineare, invece, la durezza di alcuni contenuti del film, questi sì elementi nuovi nel cinema di Shyamalan: non mi riferisco solo alle mutilazioni o alle orrendi morti ma soprattutto ad un avvenimento del film preciso: INIZIO SPOILER -- l'assassinio piuttosto violento e mostrato di due adolescenti, un atto che in molti credo troveranno eccessivo e fin troppo cinico, mentre a me è sembrato coraggioso e orrendo al tempo stesso -- FINE SPOILER.
Un altro passo falso. Shyamalan ha bisogno di riflettere e deve farlo in fretta. Ha bisogno di rinnovarsi nelle tematiche e nello stile e anche se E venne il giorno è un film godibilissimo ed ha alcune scene di pregiatissima fattura, non lascerà una grande impronta nella memoria collettiva. Peccato.

12.6.08

Uno sguardo altrove: The Kingdom (Riget)

Lars von Trier si ama o si odia. Non ci sono vie di mezzo. Io sono uno di quelli che lo ama pur non condividendone le tematiche di fondo, una su tutte l'onnipresenza celata di spiritualità e di dio nelle sue opere. E The Kingdom, a tal proposito,non fa eccezione perché nella sua ricchezza di contenuti (satira, grottesco, critica sociale, horror...) narra pur sempre di vita dopo la morte, di lotta tra bene e male, di esistenza di un mondo altro che si traduce in fede.
The Kingdom è un serial fondamentale per la televisione ed importantissimo per la carriera di von Trier. Scritto e diretto in tandem con il socio Morten Arnfred, sancisce l'arrivo sugli schermi casalinghi di alcune caratteristiche del Dogma (la fotografia e la povertà dell'immagine) fuse ai più classici linguaggi hollywoodiani (qui von Trier non disdegna lunghi piani sequenza in steadycam o l'uso di effetti sonori e musiche per aumentare la tensione). Il serial sembra in principio essere un racconto horror ma ben presto si trasforma negli ormai celebri eccessi di von Trier di deformazione della realtà e al tempo stesso di sua rappresentazione genuina: la sua critica si rivolge ai sistemi sanitari e all'abisso che spesso divide il medico dal paziente ma ben presto ha il sopravvento il gusto del grottesco per cui non solo i medici fanno più male che bene ma lo fanno facendo ridere, suscitando risate nello spettatore, mettendo in secondo piano la pericolosa immoralità dei loro comportamenti. Nell'ospedale del Regno nessuno sembra sano di mente e basta poco per scatenare il peggio di ciascuno; ovviamente è anche colpa dell'influenza degli spiriti ma fin dall'introduzione che precede ogni episodio è chiara l'intenzione di von Trier: gli uomini di scienza hanno creduto di potere ogni cosa grazie ai loro strumenti e senza alcun barlume di spiritualità. Ecco, appunto: discutibile ma pur sempre una presa di posizione chiara.
Nell'arco di due stagioni di pochi episodi ciascuna assistiamo a tutto ciò in un contesto horror molto serio, di quelli davvero raccapriccianti e spaventosi come non se ne vedono da molto tempo: von Trier, come al solito, si dimostra abilissimo e a suo agio nell'esplorare i più disparati generi e anche qui ci infila aspetti personalissimi per fonderli con i più classici stilemi dell'orrore. La scena finale della prima stagione è impressionante (una donna partorisce un bambino dalle dimensioni di un uomo) mentre su tutta la seconda serie aleggia il personaggio tragico e disgustoso insieme di Fratellino, il bambino nato per essere sacrificato al bene nel modo più orribile. Ovviamente i riferimenti, più o meno celati, a Twin Peaks si sprecano o talvolta sono divertiti ribaltamenti (le introduzioni sibilline della signora del ceppo diventano le chiuse altrettanto bizzarre e non-sense di Lars ad ogni episodio), in ogni caso non sono vere e proprie citazioni ma un rimaneggiamento delle teorie televisive e cinematografiche americane.
Avrebbe dovuto esserci una terza serie ma buona parte del cast è nel frattempo defunta e von Trier ha venduto gli appunti del terzo ciclo a Stephen King in occasione del remake americano del serial (non perdete neanche cinque minuti a recuperarlo). Ma non sappiamo se quegli appunti siano mai stati utilizzati da King. Quello che sappiamo è che The Kingdom non lo vedrete mai in televisione (fatta eccezione per le rassegne di Ghezzi su Raitre a notte fonda) e che rappresenta un'eccellente biglietto da visita di von Trier per l'ormai prossimo Antichrist, il primo film horror del regista danese.

10.6.08

Le ragioni dell'aragosta

Le ragioni dell'aragosta di Sabina Guzzanti
(2007) ITA

Che piacevole sorpresa questo film! Dopo il botto documentaristico ed essenziale di Viva Zapatero!, la Guzzanti torna dietro la macchina da presa per un film per nulla da trascurare che ha come maggior pregio quello di indagare un linguaggio cinematografico non del tutto nuovo (Moretti insegna) ma mai approfonditamente esplorato. Sabina Guzzanti sembra avere gli strumenti giusti per farlo e anche se fra gli attori del film è quella che sembra più inadeguata di tutte, si deve certamente a lei la perfetta riuscita della pellicola.
L'idea che sta alla base è di raccogliere il parco attori dello storico programma tv Avanzi in occasione di un evento per sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo il problema della pesca delle aragoste in Sardegna. Ma stavolta la satira sociale rimane quasi sullo sfondo, anche se pur sempre fondamentale per l'intreccio in quanto stavolta la Guzzanti non si chiede se in Italia sia ancora possibile fare una satira libera ma preferisce spiare quegli uomini e quelle donne che dovrebbero farla; come sono oggi? Come sono cambiati negli ultimi 15 anni con il terremoto politico e culturale a cui siamo sottoposti? Che drammi hanno vissuto? (e qui la storia di Cinzia Leone è la più tragica e toccante di tutte) Ecco che compaiono in scena nevrosi e preoccupazioni di attori che interpretano sé stessi, di realtà fagocitata dalla fantasia, di vera e propria psico-analisi di gruppo che diventa arte e cinema. Le ragioni dell'aragosta vuol narrare di un paese cambiato, mutato, soprattutto del gap culturale che ci separa dal resto del mondo e da qualche decennio dall'Italia che fu. E dell'importanza di coltivare la cultura e il sentimento più decoroso che essa richiede: il coraggio.
Il piccolo colpo di scena finale, se davvero così si può chiamare e che rimette in discussione tutto quanto si è visto, aiuta un'ulteriore riflessione sul mezzo cinema stesso. Sabina Guzzanti è solo alla sua seconda opera ma ha confermato il suo talento da regista e non gli si può augurare che una crescita costante. L'Italia ha bisogno di personaggi così. Altro che Beppe Grillo!

7.6.08

Mi assumo le responsabilità di quanto sto per scrivere

La notizia non è ancora ufficiale ma già lunedì verrà presentata alla stampa. Goffredo Bettini, presidente della Festa del Cinema di Roma, ha rinunciato ai prossimi due anni di presidenza della Fondazione Cinema per Roma che gli spettavano per contratto. E' stato praticamente costretto alle dimissioni dalla nuova amministrazione capitolina di cui è a capo Alemanno, l'uomo dalle idee charissime sul futuro della manifestazione fortemente voluta da Veltroni. Ovviamente, su Bettini era stato posto un veto da Alemanno e soci solo in quanto braccio destro di Veltroni (perché se il metro di misura doveva essere il successo della manifestazione, allora non avrebbero saputo dove appigliarsi). L'aspetto più squallido di tutta la vicenda è però un altro, che è la vera e propria ciliegina sulla torta: il nuovo presidente è quella mummia di Gian Luigi Rondi! Hanno nominato un 86enne alla guida di un Festival che ha solo due anni e che si è presentato agli occhi di tutto il mondo come qualcosa di fresco e dinamico! Per me Rondi rappresenta il peggio della critica cinematografica italiana e il rispetto che gli mostrano molti colleghi un semplice atto di cortesia nei confronti di un anziano.
La fase 'distruggere dall'interno' è iniziata. Per quanto mi riguarda se questa è la linea che seguirà, la Festa del Cinema di Roma è spacciata. Sarò pronto a ricrederemi quando verranno presentati i programmi e quando si svolgerà la terza edizione, ma lo scrivo a imperitura memoria: o dovrò pentirmi e scusarmi o dovrò sancire lo sfascio di una bella manifestazione.

6.6.08

Lost e i tempi che cambiano

Un segno dei tempi che cambiano.
Tanti anni fa. Quando David Lynch inscenò La stanza rossa di Twin Peaks nella quale i personaggi parlano al contrario, si costrinse a sottotitolare le scene seppur la maggior parte dei dialoghi erano comprensibili.
Oggi. Gran finale della quarta stagione di Lost (tranquilli, non vi rivelerò nulla e nella maniera più assoluta non vi dirò chi giace nella bara!). Il personaggio di Kate si sveglia nel cuore della notte e riceve una telefonata: una voce sembra dirle qualcosa di incomprensibile. Grazie alle tecnologie presenti su qualsiasi computer casalingo, gli autori di Lost non si sono minimamente scomodati ad inserire un sottotitolo o quant'altro fosse d'aiuto alla comprensione della frase. Chiunque ha visto quella scena, già sapeva di dover registrare l'audio e poi riprodurlo al contrario con un qualsiasi software audio ('registratore di suoni' di Windows in primis). Risultato: una voce che dice "the island needs you. You have to go back before it's too late".
Le tecnologie sono cambiate. Il pubblico è cambiato. I media (oppure il marketing) si adeguano.

4.6.08

Gomorra

Gomorra di Matteo Garrone
(2008) ITA

Cosa scrivere di questo film che non sia già stato detto? Arrivo tardi rispetto agli altri, ne ho letto ogni bene e mi ha entusiasmato il premio a Cannes. Vorrei essere la voce fuori dal coro che ne parla male ma non potrei mai dopo questa visione. In che modo approcciarmi a Gomorra? Forse potrei farlo da napoletano.
Non c'è pregiudizio che tenga, non c'è cliché che possa reggere. Quello che mette in scena Garrone è di una verità a tal punto disarmante che a un certo punto ci si chiede se ciò che si sta guardando sia cinema o realtà nuda e cruda rinchiusa nei quattro angoli di uno schermo. E c'è la scelta precisa di escludere dal racconto tutto ciò che può rappresentare forma di riscatto o di redenzione per il popolo napoletano, fatta eccezione per l'unico personaggio (Roberto) che ha un conato di vomito nei confronti di ciò che vede e non riesce a farlo collimare con la sua vita onesta e piuttosto semplice. Tolto ciò, il resto è tutto ombra proprio come le ombre che Garrone infila in molte scene. C'è un popolo, quello napoletano, che sembra non avere più scampo perché ormai inghiottito dalla violenza della più terrificante e sanguinaria organizzazione criminale che l'uomo abbia conosciuto. Scegliere di narrare ciò significa compiere un atto di estremo coraggio e dolorosa sincerità. Le terre campane sono solo l'atto iniziale, il cancro principale dal quale poi le metastasi si allargano al resto del paese prima e del mondo a seguire. Ignorare le diramazioni della camorra significa fare un torto a Napoli e dintorni, significa imputare alle miserie di una certa fetta di popolazione tutta la colpa; ma non si può dimenticare di chi se ne è approfittato, di chi sullo squallore e la difficoltà di vivere ci ha marciato per edificare un potere enorme e sanguinario, a scapito di ogni disperato che pur di sfamare la famiglia scende a patti con il diavolo. L'ultima scena del film rappresenta insieme tutta l'idea e la irragionevole realtà del narrato: questi uomini che si proclamano dei, questi carnivori che si arrogano il diritto di scegliere della vita e della morte altrui, sono esseri normalissimi e privi di dignità; hanno pance enormi, calpestano i morti indossando squallidi sandali da mare, commettono crimini in canottiera e pantaloncino e maneggiano le armi come prolungamenti del proprio organo genitale.
Fanno schifo perché sono veri. E non sembra di star guardando un film ma di star spiando le loro schifosissime vite. In questo Garrone ha stravinto e ha inglobato tutta la tradizione classica del cinema italiano per sancirne finalmente il superamento. Senza volontà di far omaggio a Napoli perché ciò che c'è di buono nella città partenopea lo sappiamo e solo gli stupidi e gli arrivisti lo ignorano; senza necessità di una complessa struttura narrativa ma solo con il dialetto e il sapore di marcio che ti rimane in bocca; senza voglia di proporre risposte ma solo di raccontare ciò che per troppo tempo è stato colpevolmente ignorato.
Io, che in quelle terre ci sono nato e cresciuto ma ben lontano dalle vele di Scampia, sono spaventato da tutto questo. E sono spaventato dalla mancanza di alternative.
Solo due categorie non possono non avere a cuore la questione Napoli: i coglioni e i camorristi.

3.6.08

La pianista

La pianiste di Michael Haneke
(2001) Ger\Pol\Fra\Aus

Ogni volta che vedo un film di Haneke rimango stupefatto. Dall'incredibile equilibrio che compone la sua geometria cinematografica: c'è un tema narrativo fortissimo che accompagna una dura critica astiosa nei confronti della borghesia moderna che non viene mai esplicitata ma sempre simbolicamente e perfettamente rappresentata, c'è una serie di personaggi che non vengono mai giudicati ma solo rappresentati per quel che sono e infine c'è un complesso discorso metacinematografico che trapela da ogni inquadratura, da ogni scena, senza che questo urti o compia attrito con lo svolgimento dell'opera. Haneke sperimenta, osa, straccia tutti quei veli e barriere che dividono noi spettatori e i protagonisti del film: quando la storia inizia, siamo letteralmente disgustati, disturbati da ciò che vediamo, fatichiamo quasi a comprenderlo; poi si insinua il dubbio, la voglia di capire, il bisogno di vedere e avviene lo scontro tra ciò che ci è lontano, ciò che ci appare perverso e il calduccio confortante del nostro salotto. Verso la fine saremo distrutti: un formicolio allo stomaco ci avvertirà che abbiamo capito e che non c'era niente da capire; nella fragilità dei nostri tempi moderni c'è un qualcosa in noi che è perennemente sopito e che aspetta solo un'occasione disperata di rivelarsi. E ci ritroveremo con una colpevole empatia nei confronti di quel personaggio che eravamo riusciti solo a disprezzare.
Gli artifici o l'assenza di essi sono il marchio di fabbrica di Haneke: nessuna colonna sonora in un film dove la musica rappresenta un fattore fondamentale, macchina da presa per la maggior parte del tempo fissa (il regista ha un'idea fortissima di cinema e lo vuole dimostrare, riuscendo nel contempo a non escludere mai nulla di importante allo sguardo dello spettatore) alternata a piani sequenza di notevole complessità che richiedono un grosso sforzo recitativo, una geografia del set che rimanda al rapporto psicologico tra personaggio e ambiente di Strade Perdute.
La pianista è un bellissimo film nonché strumento di riflessione per il cinema stesso. Per me la massima vetta di Haneke rimarrà sempre Niente da nascondere ma ciò che importa è che il suo cinema, e La pianista non fa eccezione, non è mai da sottovalutare.

1.6.08

I Film del Mese: Giugno 2008

  • Chiamata senza risposta di Eric Valette (4);
  • L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza di Cao Hamburger (6);
  • Tropa de Elite di José Padilha (6);
  • Bratz di Sean McNamara (6);
  • Savage Grace di Tom Kalin (6);
  • Quando tutto cambia di Helen Hunt (6);
  • Corazones de mujer di Sordella e Benedetti (6);
  • Il resto della notte di Francesco Munzi (11);
  • E venne il giorno di M. Night Shyamalan (12);
  • Un amore di testimone di Paul Weiland (13);
  • Talk to me di Kasi Lemmons (13);
  • Feel the noise di Alejandro Chomski (13);
  • 14 anni vergine di Christian Charles (13);
  • Lower city di Sergio Machado (13);
  • Postal di Uwe Boll (13);
  • Noi due scononosciuti di Susanne Bier (13);
  • L'incredibile Hulk di Louis Leterrier (18);
  • Gardener of Eden di Kevin Connolly (20);
  • Identità sospette di Simon Brand (20);
  • Go go tales di Abel Ferrara (20);
  • Man about town di Mike Binder (20);
  • Hanna Montana & Miley Cyrus di Bruce Hendricks (20);
  • The ruins di Carter Smith (27);
  • 12 di Nikita Mikhalkov (27);
  • La notte non aspetta di David Ayer (27);
  • Dante 01 di Marc Caro (27);
  • Un'estate al mare di Carlo Vanzina (27);
  • Gucha di Dusan Milic (27).

Le vostre scelte? Io ho grandi aspettative per il nuovo Shyamalan.