28.12.08

Gone Baby Gone

Gone Baby Gone di Ben Affleck
(2007) USA

Come molti attori al loro esordio dietro la macchina da presa, anche Ben Affleck decide di raccontare una storia che ha le sue radici profondamente radicate nella città dove è cresciuto, tirando in ballo le origini e il proprio background. E per andare ancora di più sul sicuro sceglie il fratello come protagonista, anche lui bostoniano di prima scelta. E' la storia narrata, piuttosto, la vera sorpresa che è sì fortemente radicata sul territorio ma assume connotazioni facilmente universali, offrendo diversi spunti e non prendendo una direzione univoca. Il film pone al centro dell'attenzione i dilemmi morali che affliggono Casey Affleck e le verità che riesce a far emergere durante le sue indagini, verità che di volta in volta lo mettono davanti ad una scelta da compiere e ciascuna di queste gli costerà sempre un prezzo più o meno alto. Ciò che di sano sceglie di fare il regista alla sua prima prova è di non fornire tutte le risposte ad ogni domanda ma lascia che siano i personaggi con la loro dialettica e le loro azioni a mettere in campo tutte le possibili soluzioni, costringendo lo spettatore a spostare più di una volta le sue simpatie e mettendolo nella posizione non facile di vedere con i propri occhi come non sia tutto o bianco o nero nella vita. Forse il successo di Affleck è stato proprio questo: non scegliere una storia facile, non offrire subito un punto di vista forte e chiaro ma lasciare che ad emergere fossero tutti i suoi dubbi e le sue perplessità sul mondo. Salta all'occhio, comunque, che gran parte della riuscita del film è da addebitare all'ottima fotografia che restituisce vividamente i reali luoghi delle riprese e al prezioso contributo di ogni elemento del cast. Ma va dato atto a Ben Affleck di aver realizzato un'opera perfettamente incastrata in quell'ottica di cinema contemporaneo americano che sta dando le maggiori soddisfazioni, in un perfetto equilibrio fra classico e moderno, con un risultato apprezzabile e di tutto rispetto che avrà suscitato certamente l'invidia di numerosi colleghi.

27.12.08

Da oggi la lista dei film riportati sul blog è in ordine alfabetico. Avendo lasciato fare tutto al sistema automatizzato di blogger, articoli a precedere il titolo e quant'altro vengono calcolati ai fini dell'ordine alfabetico.

The Mist

The Mist di Frank Darabont
(2007) USA

In un episodio de I Griffin, Stephen King veniva rappresentato come uno scrittore talmente ripiegato su sé stesso da trasformare qualsiasi oggetto in una minaccia per l'uomo pur di continuare a scrivere. Ho pensato a questo quando ho letto la trama di The Mist: un gruppo di persone rimane bloccata all'interno di un supermercato mentre fuori una fitta nebbia avvolge e uccide tutto ciò che incontra. Tralasciando ogni giudizio sul racconto scritto visto che qui si sta parlando del film, la buonissima resa della pellicola è da attribuire tutta a Darabont che si è occupato anche della scenegiatura. Darabont, si sa, ha già tratto ottimi film da alcuni dei migliori romanzi di King (Il miglio verde, Le ali della libertà) ma sembrava tenersi lontano dalle venature più horror dello scrittore americano. Stavolta sceglie quella via e va fino in findo: The Mist è un concentrato di tensione come non se ne vedevano da tempo, un abilissimo esempio di regia che vuole tenerti incollato alla sedia e con il cuore in gola fino alla fine. A guardar bene il film, si intuisce che Darabont ha ottenuto tutto ciò concentrandosi soprattutto sul nutrito gruppo di protagonisti, sulle loro paranoie e le loro debolezze, mettendo in scena quello che un pò tutti sappiamo ma che quando vediamo ci fà rimanere scossi: gli uomini, quando vengono terrorizzati e piegati dalla paura, farebbero di tutto pur di salvarsi e si affiderebbero a chiunque se questi gli promette la salvezza. Ogni riferimento a persone ed eventi accaduti negli ultimi anni in America come nel resto del mondo è, credo, per nulla casuale. Ecco, allora, che la macchina da presa non si allontana mai dai protagonisti, gli si incolla addosso cercando di cogliere ogni loro dolore, ogni loro spavento e sposta la sua attenzione sui 'mostri' solo quando le esigenze della sceneggiatura lo richiedono, sfruttando al massimo lo spazio ristretto dove si concentra l'azione e riportando fedelmente sullo schermo dei caratteri così complessi ma intuitivamente così facili come solo King sa descrivere. Darabont, alla fine, vuole andare oltre a ciò che King ha scritto e mette in scena un epilogo di suo pugno davvero disturbante, un atto agghiacciante e disperato, un finale cupo e nero come in America spesso non osano. Nessuna concessione alla speranza.
Non c'è da stupirsi, allora, se ancora una volta sono le allegorie più spietate a far emergere gli errori della società contemporanea: già The Village si era imposto come una delle migliori esposizioni sull'America post-11 settembre e The Mist non fà eccezione. Mi sembra, questa, la grande differenza tra il cinema americano e quello europeo: i primi preferiscono girare intorno alle cose e metabolizzarle a suon di parabole, in Europa si preferisce mettere in scena ciò che si vuol dire. Non sto dicendo che un metodo sia migliore dell'altro ma determinare quale approccio utilizzano diverse culture mi sembra faccia emergere pregi e difetti di una e dell'altra. Magari di questo torneremo a parlare.

26.12.08

Birth - Io sono Sean

Birth di Jonathan Glazer
(2004) USA

Una sorpresa nel mare magnum delle produzioni cinematografiche USA, Birth è colpevolmente passato sotto silenzio probabilmente per il tema narrato ma soprattutto per l'approccio scelto dal regista, semplice ed impetuoso al tempo stesso, volontà di farsi sentire dietro ad ogni inquadratura, non per questo molesto ed invadente nei confronti dello spettatore. Glazer racconta una storia difficile e surreale che è riuscitissima innanzitutto grazie all'intenso lavoro degli attori (su tutti, si staglia manco a dirlo Nicole Kidman ma il regista è notevole anche nel dirigere il piccolo Bright) ma soprattutto per le scelte di direzione che non inquinano neanche per un attimo le difficoltà del racconto ma anzi lo arricchiscono di elementi essenziali, come ad esempio l'utilizzo del commento musicale o il coraggio di rimanere per più di due minuti sul primo piano fisso della protagonista in un momento cruciale del film. Birth ha un risultato finale dignitosissimo innanzitutto perché si lega fortemente ad un'idea di cinema contemporaneo che vuole concedere ben poco al classicismo e tenta non poche sperimentazioni. Mi ha sorpreso più che altro come il giovane Glazer ricordi in molti momenti un altro regista a lui contemporaneo (sì, sto pensando a Shyamalan) e come il lavoro di quest'ultimo stia già iniziando a fare proseliti. Anzi, mi ricordo un'intervista a Shyamalan in cui diceva: "vorrei fare un film su un elemento della mia cultura indiana, la reincarnazione, ma già immagino le sale cinematografiche deserte." Glazer, dal suo piccolo, ha avuto più coraggio senza ottenere un notevole successo. Gli va reso comunque l'onore di aver realizzato un prodotto non facile e il cui risultato finale non è per nulla scontato, dove riesce a tirare avanti anche un discorso sull'illusione di certi sentimenti e come questi riescano ad influenzare la nostra vita, nel bene e nel male. Non facendosi mancare l'idea di un finale teso che non spazza via tutti i punti interrogativi.

23.12.08

Caos Calmo

Caos calmo di Antonello Grimaldi
(2007) Ita\Uk

Ci sono emozioni nella vita forti a tal punto da lasciarti senza la minima reazione. O una minima idea di come dover reagire ad un forte dolore, a qualcosa che ti travolge e la insensata razionalità di lasciar tutto correre, di fermarsi un momento a pensare, di ricominciare a scoprire come si fa a vivere. Trovare un posto su di una panchina non è cosa da tutti, prendersi una pausa e dedicarsi completamente alla consolazione di qualcuno, tralasciando volutamente che in realtà si cerca consolazione per sé stessi. E tutt'intorno una sarabanda di personaggi, individui, uomini e donne, ciascuno con il proprio dolore e ognuno di loro in cerca di una risposta, che sia questa un sorriso, uno schiaffo o un abbraccio. Un uomo che perde una moglie, una figlia che perde una madre; tutt'intorno il mondo non si ferma, continua a girare perché "i topi non avevano nipoti" e c'è' sempre qualcuno convinto di star soffrendo più di te, come se il dolore avesse sfumature e distinzioni, come se esistesse un grado di separazione tra ciò che è sopportabile per qualcuno ed insostenibile per qualcun'altro. Come non ricordare Totò: "siamo tutti uguali davanti alla morte", che non significa solo che siamo tutti accumunati dal nostro essere mortali ma anche che siamo tutti minacciati nella nostra dignità davanti al dolore. L'unico modo che abbiamo per sopravvivere è non lasciarci sopraffare da ciò che non possiamo gestire, non lasciarsi terrorizzare da ciò che non possiamo evitare perché altrimenti si smette di condurre una vita per sé e per gli altri come è giusto che sia. C'è ben altro intorno a noi, c'è la necessità di ritrovarsi in un microcosmo che è il nostro mondo, c'è la carne a ricordarci che siamo vivi, c'è una panchina metafora della tana di cui tutti hanno bisogno, c'è una mattina di bianco innevata che è esplosione dei sensi e lacrime liberatorie. E' un caos che è calmo.

22.12.08

Sfida senza regole

Righteous Kill di Jon Avnet
(2008) USA

Nella incredibile quantità di letame che è stata tirata addosso a questo film ai tempi della sua uscita, ricordo di averne letta una in particolare: che il film non solo era brutto ma che era pure recitato male! Come se fosse possibile che De Niro e Pacino possano recitare male. E infatti non è vero e probabilmente chi lo ha scritto era talmente toccato dalla grande delusione di questo film da volerne scrivere tutto il male possibile. Il bello è che la presenza dei due giganti mi ha dato da pensare esattamente all'opposto e cioè che probabilmente il film non funziona perché è sbagliata proprio la scelta dei protagonisti: due mostri sacri del genere sono totalmente sprecati per un film dal ritmo talmente serrato da diventare stancante e con un plot narrativo di cui si intuisce la fine dopo dieci minuti dall'inizio. E anche se ci provano in tutti i modi a dare un certo spessore ai protagonisti ed alle loro motivazioni, probabilmente il loro tentativo viene affossato dalla regia superficiale di Jon Avnet, uno che di certo non ha un granchè di carriera di cui vantarsi e che trasferisce tutta la sua esperienza televisiva sul grande schermo così com'è, non tentando dunque una fusione tra le regole dei due mezzi.
Risultato: la coppia recitativa tanto attesa alza gli standard che ci si aspetta dal film, il regista non ha evidentemente una storia personale per reggere le aspettative. La catastrofe era dietro l'angolo, l'hanno evitata per un pelo ma giusto fermandosi nella mediocrità di certo cinema contemporaneo.
Nota a margine: l'attuale doppiatore di Robert De Niro è un cane sciolto, va riportato nei ranghi perché rende ancora più sopra le righe la recitazione dell'attore che già ci mette un bel pò di suo!

21.12.08

FWWM - Le scene eliminate

Se ricordate la notizia della pubblicazione dello script di Fuoco cammina con me, unica via per conoscere le scene eliminate del film e sapere con certezze se queste siano state o meno girate, sappiate che la terza parte è on-line.
Non appena la quarta parte sarà resa nota, ve ne darò notizia.

19.12.08

La bussola d'oro

The Golden Compass di Chris Weitz
(2007) Usa\Uk

La bussola d'oro si candida al ruolo di peggior riduzione cinematografica di un libro fantasy da un bel pò di tempo a questa parte. Certo, dopo Il Signore degli Anelli lo standard si è alzato e il genere è stato abusato (e segnato) ma rode parecchio vedere un bel romanzo non dico tagliuzzato di tante parti ma completamente svuotato del suo senso e delle tematiche che vuol trattare. Per fare un paragone moderno, immaginate che si prendano i protagonisti dalla serie Twilight per trasportarli sullo schermo come normali adolescenti senza le caratteristiche vampiresche (faccio questo esempio non a caso, visto che è stato fatto il nome di Weitz per il sequel dei vampiri). La bussola d'oro fa più o meno questo: ha preso il primo tomo della trilogia 'Queste oscure materie' ed ha completamente eliminato tutto il discorso "fede contro ragione, ateismo contro deismo" per narrare in maniera frettolosa e confusa la storia di una ragazzina che gira il mondo in 48 ore (o almeno questa è stata la percezione del tempo che mi ha consegnato il montaggio della pellicola). Via tutti i paralleli tra la chiesa e il suo desiderio di controllo e di censura, via il dramma di uomini di scienza privati della loro libertà e governati da una sottile teocrazia; solo azione ed avventura e personaggi tratteggiati con una superficialità tremenda, tra una Kidman che regge bene il gioco nel ruolo della perfida Mrs. Coulter e un Daniel Craig che appare per 5 minuti (il suo personaggio nel libro è il perno dell'intera storia, ma qui hanno completamente tagliato il finale nel quale era assoluto protagonista).
La trilogia 'Queste oscure materie' è un attacco ai dogmi delle istituzioni religiose e alla loro pericolosità. Il film è un intrattenimento per ragazzini riuscito pure male, adattato alla meno peggio e pessimamente rifinito. Peccato, è stata un'occasione sprecata.

17.12.08

Masters of Horror (5) McKee, Hooper

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sick Girl di Lucky McKee. L'episodio gioca in maniera esplicita con la doppia valenza delle storie horror fin dal titolo: l'etichetta di 'ragazza malata' è affibbiata alla protagonista a causa della sua insana passione per gli insetti che influenza perfino la sua vita sociale, ma lei è anche omosessuale e c'è chi la giudica 'malata' proprio per questo. Ecco allora che tutta la storia si muove su questi due binari, dove le venature horror si intrecciano continuamente con l'umiliazione e la redenzione delle protagoniste non facendosi mancare continue sfumature ironiche e anzi servendosi di queste per non appesantire l'intreccio. Il risultato è uno dei migliori episodi della serie, ottimamente recitato e costruito, che non propone solo domande ma nel finale esprime un giudizio ed una risposta ai temi di fondo.
Dance of the Dead di Tobe Hooper. Il navigato Hooper prende in giro lo spettatore per tutto il tempo facendogli credere che un 'anziano' regista come lui non può che implacabilmente condannare a morte la gioventù americana così sprezzante nei confronti dei valori di convivenza civile, salvo poi ribaltare completamente il punto di vista addossando alla vecchia generazione tutte le colpe di un presente devastato. Le atmosfere post III guerra mondiale e della battaglia batteriologica che l'ha caratterizzata sono affascinanti e ben costruite, fra l'altro con un occhio per nulla antico ma molto moderno. Co-protagonista speciale dell'episodio un Robert Englund gigione e disgustoso al punto giusto, ad esempio quando si fa praticare sesso orale da una non-morta!
*

6.12.08

Ve lo meritate Beppe Grillo!

Che Cineblog.it, piaccia o meno, è il blog di cinema più letto in Italia è un fatto. Che la stragrande maggioranza dei blogger italiani sono provinciali e invidiosi di questo primato è un fatto. Altrimenti non si spiegano i commenti alla recensione di Australia, carichi oltre misura di un certo livore che ben presto sfocia nella più becera stupidità ed insensatezza.

5.12.08

Stasera andiamo al cinema on demand?

Prima o poi doveva succedere pure in Italia (per fortuna) e non mi stupisce che sia la Fandango a proporsi come casa di produzione che precorre i tempi. Stiamo parlando del primo caso di cinema on demand in rete contemporaneamente alla sua uscita nelle sale: Fandango e Fastweb hanno rggiunto un accordo grazie al quale la prima offre alla seconda film che oltre ad essere in giro per i cinema italiani potranno anche essere visti direttamente in rete previo pagamento. Per la Fandango è un modo per dare maggiore spazio a film piccoli che soffrono di una distribuzione ridotta e di un battage pubblicitario marginale, per Fastweb è una possibilità di testare il primo grande esperimento di riduzione dell'intervallo tra uscita nei cinema e disponibilità a noleggio o in vendita.
Ovviamente che si punti su film di nicchia è anche sintomo di quanto timidamente non si vogliano sprecare film di grande richiamo per un mezzo come internet che fà ancora molta paura al mondo del cinema. Inutile anche avviare la solita analisi dell'avanzata di internet sugli altri media perché ormai sono cose note a tutti tranne ai professionisti del settore.
I film in questione, comunque, sono Diari di Attilio Azzola e Deep Water - La folle regata di Rothwell ed Osmond; gli utenti Fastweb possono vederlo sul computer o direttamente sul televisore attraverso il decoder a 4,99 euro.

2.12.08

David Lynch si dà da fare!

Periodo di grande operosità per David Lynch.
E' uscito già da qualche tempo in America l'attesissimo Lime Green Box, un cofanetto prodotto e curato dallo stesso David Lynch che riunisce in 10 dvd alcune pellicole e opere extracinematografiche del regista rimasterizzate per il formato digitale (Eraserhead, The Short Films of David Lynch, The Elephant Man, Velluto Blu, Cuore selvaggio, Dumbland, Industrial Symphony Vol. 1.); a queste si affiancano il disco con la colonna sonora rimasterizzata di Eraserhead con una bonus track e un disco di soli extra per The Elephant Man con contenuti inediti. La vera chicca di questa proposta è il disco numero 10, precedentemente annunciato come il 'Mistery Disc' poichè i contenuti sono stati secretati fino alla pubblicazione. Adesso sappiamo cosa contiene: una presentazione dello stesso Lynch al disco; ben 32 scene inedite eliminate da Cuore selvaggio (delusione per chi si aspettava la scena completa della cruenta e perversa uccisione di Stanton da parte della Zabriskie; evidentemente i famosi contenuti violenti della scena sono rimasti solo sulla carta e mai realmente girati); la serie di due episodi Out Yonder con Lynch protagonista insieme a suo figlio Austin; un nuovo montaggio in 4 episodi della serie Rabbits; una serie di esperimenti in cortometraggi del regista realizzati nell'arco della sua carriera e mai resi noti (Hollyshorts Greeting del 2008, 16mm girato tra il '67 e il '68, Absurd Encounter with Fear del 1967, Twin Peaks Festival Greeting che è una sorta di omaggio del regista al festival annuale dedicato alla serie ma che svela parecchie connessioni ad esempio tra il pavimento di Ereserhead e la Red Room di Twin Peaks, Fictitious Anacin Commercial che risalirebbe al periodo pre-Eraserhead, Scissors presentato per l'anniversario di Cannes, A real indication che è un videoclip girato con Angelo Badalamenti per l'omonima canzone). In tutto questo, anche un libretto con svariate foto inedite.
E' ragionevole pensare che il grande sforzo profuso per questo cofanetto autoprodotto dalla Absurda faccia da apri pista per ciò che i fan aspettano ormai da anni, ovvero le famose scene inedite di Fuoco cammina con me. A tal proposito, nuove dichiarazioni di David Lynch fanno ben sperare: "il film è di proprietà della MK2 in Francia. Ho parlato con loro diverse volte negli ultimi tempi. Credo che la pubblicazione di quelle scena avverrà ma non saprei dire quando, l'attuale crisi economica potrebbe incidere sui tempi. So per certo che ci dovrebbero essere almeno 17 scene inedite da editare." Si può sperare, insomma.
In tutto questo, il buon Lynch sta trovando il tempo di preparare un lavoro commissionato da Cartier (una sorta d'installazione per il Miami Art Basel), sta portando avanti il progetto di una web-serie per il suo sito ispirato al suo libro sulla Meditazione Trascendentale e infine ha deciso pure di sposarsi in febbraio. Per la quarta volta! La nuova fortunata è Emily Stofle. Se non ricordate chi è, potete dare un'occhiata a INLAND EMPIRE oppure pensare a dove l'avete già vista in compagnia di Lynch.

1.12.08

1 dicembre:giornata mondiale contro l'Aids

30.11.08

Masters of Horror (4) Gordon

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Il fatto che due degli episodi migliori visti fino ad ora siano entrambi diretti dalla stessa mano un pò mi sorprende. Il regista in questione è Stuart Gordon (quello di Edmond con William H. Macy) che in occasione dei Masters ha adattato due degli autori più famosi ed amati del genere horror.
H.P. Lovecraft's Dreams in the Witch-House di Stuart Gordon. In questa occasione, lo spunto è di trasportare una storia di Lovecraft nell'era moderna e la sfida è riuscitissima. L'episodio ha un ritmo serratissimo, tira in ballo parecchi dei personaggi stereotipi del genere ma senza trasformarli in macchiette, bensì sistemandoli ciascuno al loro posto (e ad un certo punto salta fuori pure il Necronomicon). Gordon, poi, gioca parecchio con il citazionismo e tira le fila dell'intera storia mantenendo alte le suggestioni e promettendo notevoli sobbalzi sulla sedia. Infatti si perdonano generosamente alcuni buchi di sceneggiatura.
The Black Cat di Stuart Gordon. Il regista aveva già mostrato interesse per Edgar Allan Poe nella sua carriera cinetamografica e coglie l'occasione per giocare con la figura dello scrittore e mettere in scena il classico gioco del famoso personaggio d'arte che trae ispirazione e salvezza dalle sue patologie. Ecco che l'alcolismo e i deliri allucinatori di Poe, allora, diventano la base delle sue storie; Gordon riesce a creare un'atmosfera bellissima e ricercata, nella quale spiccano un paio di sequenze davvero notevoli (la crisi artistica di Poe che lancia il paragone tra la peste bianca che sta uccidendo sua moglie e la peste bianca/blocco dello scrittore che sta uccidendo sé stesso, oppure il delirio che lo coglie durante il funerale) e dove dimostra tutta la sua eccellenza nel creare suggestioni che lasciano il segno. La storia non è il massimo dell'originalità ma il risultato finale è parecchio sopra la media dei Masters of Horror visti fino ad ora.
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26.11.08

All'arrembaggio!

La notizia potrebbe essere storica: per la prima volta nella vita di una grande etichetta discografica, le vendite in supporto digitale via internet hanno superato quelle dei supporti tradizionali come cd e dvd. La Atlantic Records del gruppo Time Warner ha infatti reso noto che il fatturato dell'ultimo anno è costituito dal 51% di vendite musicali attraverso supporti digitali comprati in rete. Una svolta che ai più potrebbe apparire come il definitivo sorpasso su supporti considerati ormai antichi, destinati a scomparire ben presto. Eppure i risultati complessivi della Atlantic non fanno ben sperare: è vero che le vendite digitali spopolano ma è vero altrettanto che se il ritmo di questo commercio si confermasse così com'è, il fatturato totale annuo del 2013 sarebbe comunque inferiore di circa un miliardo rispetto al 2008 (di ben cinque, invece, se viene considerato il 1999 come riferimento). E allora che fanno le etichette discografiche? Tagliano costi, soprattutto in materia di videoclip promozionali e campagne pubblicitarie a sostegno degli album in uscita.
La notizia è di interesse anche per il campo cinematografico, anche questo un commercio che cerca di fronteggiare la crisi provocata dalla pirateria in rete mettendo a disposizione cataloghi in formato digitale e scaricabili previo pagamento (c'è chi fa di più: il dvd doppio di The Dark Knight in uscita il 4 dicembre contiene anche una 'copia digitale' per vedere il film su pc o supporti alternativi). Ma se la tendenza analizzata dalla Atlantic dovesse confermarsi, significherebbe che la maggioranza degli acquirenti preferirebbe comprare su internet ma che i pirati del peer-to-peer continuerebbero per la loro strada non contenti di poter scaricare legalmente i film ad un prezzo ridotto. Sembra che i limiti al totale consolidamento della vendita digitale siano sempre gli stessi, fra i quali spicca l'impossibilità di disporre del file acquistato liberamente, per esempio per trasferirlo o copiarlo.

24.11.08

Frames: Twin Peaks

(Chi conosce la storia di questo fotogramma, conosce la storia di Twin Peaks)

23.11.08

Ipse dixit

"Coriacea e affusolata come un cipresso."
Mario Sesti su Angelina Jolie in Changeling, da FilmTv

"Massimo Boldi è meglio di Nanni Moretti, almeno il primo fa ridere!"
Mara Carfagna (Ministro per le pari opportunità) da Repubblica.it

22.11.08

Riusciranno i nostri eroi...?

Se qualcuno aveva ancora dubbi sul fatto che buona parte dell'industria cinematografica hollywoodiana mira solo alla soddisfazione dello spettatore e al suo totale intrattenimento, adesso può stare tranquillo. La notizia è che il prestigioso Mit, il famoso centro di ricerca situato nel Massachussetts, aprirà nel 2010 (ma i lavori di ricerca iniziano fin da adesso) un nuovo centro di studio sulla narrazione del futuro, battezzato Center for Future Storytelling. Finanziato da nomi importanti dell'industria cinematografica americana, l'obiettivo del centro sarà analizzare i metodi narrativi del futuro dando per scontato che quelli classici (inizio, sviluppo e conclusione) sono destinati a scomparire a causa della grande invasione di interrattività nel nostro quotidiano, invasione che scatenerà sempre di più la voglia dello spettatore ad interagire con la storia; uno studio, dunque, che coinvolge anche l'analisi delle più recenti tecnologie (non escluse quelle per scaricare dalla rete) per non lasciarsi travolgere dall'avanzare del futuro. Il sito del centro promette "applicazioni tecnologiche per rendere le storie sempre più aperte all'improvvisazione e sociali, ed i ricercatori punteranno a far diventare il pubblico maggiormente protagonista della narrazione". Al centro della questione "l'abitudine sempre più diffusa dell'utente ad interagire di persona nel processo narrativo, con contenuti autoprodotti" spiega Kirkpatrick, uno dei finanziatori.
Purtroppo l'industria del cinema è anche commercio e c'è posto per tutti, sia per l'intrattenimento che per gli autori, anche perché molto spesso sono i primi a permettere ai secondi di esistere. Ma questa deriva 'interattiva' ha un qualcosa d'inquietante che non rassicura non tanto sul futuro quanto sul presente.

19.11.08

Masters of Horror (3) Carpenter, Medak, Holland

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Pro-Life di John Carpenter. Il regista, come ha spesso fatto nella sua carriera, la butta in politica e imbastisce un episodio dal ritmo serrato e che, unico fra quelli visti fino ad ora, si sforza di seguire l'unità di luogo, azione e tempo (una regola che andrebbe sempre tenuta ben presente in televisione). La storia se la prende con il fanatismo religioso che spesso sfocia nella violenza e nel bagno di sangue (se a noi la storia ci pare estranea, in America le aggressioni ai medici abortisti sono tristemente frequenti) ma il risultato finale non mantiene le aspettative: dopo un pò la tensione splendidamente imbastita ad inizio episodio inizia a scemare e l'intelligenza della storia con lei.
The Washingtonians di Peter Medak. Oltre a Family, anche questo episodio diretto da Medak la butta sulla satira; ma se Landis andava molto più sul sottile per non forzare il gioco, la storia di Medak è molto meno velata e continuamente critica nei confronti dell'amministrazione Bush. Peccato che nel fare questo utilizzi una trama completamente sopra le righe, volutamente grottesca ma senza veri e propri spunti horror (se non i banchetti cannibali che però arrivano parecchio dopo i momenti farseschi, perdendo dunque tutta la loro capacità 'gore') e che cerca la risata a tutti i costi. Una ricerca di svolta satirica che non è certo estranea al genere horror ma che qui finisce con l'essere eccessiva ed infruttuosa. L'ultima scena (quella del presidente sulla bancanota) strappa la risata più bella di tutte, svelando così il vero tono dell'episodio.
We all scream for ice cream di Tom Holland. Un evidente omaggio al cinema horror anni '80, quello fatto di storie bizzarre che cercavano il mostro dietro le figure più paciose (qui hanno $unito clown più venditore di gelati), alla stregua della ricerca che c'è oggi di trovare il mostro dietro ogni apparecchiatura tecnologica. Ma anche se l'episodio non è certo un successo di regia e che lo spunto iniziale strappa più di una risata involontaria, siamo davanti a tutto un campionario di citazioni e strizzatine d'occhio a quel decennio in cui l'horror (tranne alcune eccezioni) divenne ferocemente pop. Non un grande periodo ma l'episodio è un omaggio sincero e smaliziato e quindi, dal mio punto di vista, riuscitissimo.

Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone - Tsuruta, Landis
Continua...

16.11.08

Il sostituto sarà un giovane virgulto...come Rondi!

Che il presidente della Provincia di Roma avesse polemizzato con Gian Luigi Rondi perché a fine festival ha ringraziato solo il sindaco Alemanno come sponsor politico (dimenticandosi degli altri partner, come Provincia e Regione...) lo sapevo. Quello che mi è sfuggito o è passato sotto silenzio, questo magari me lo direte voi, è che a fine festival si sono dimessi due direttori di sezione che erano nel comitato fin dalla nascita della manifestazione, Giorgio Gosetti e Teresa Cavina (responsabili della sezione Cinema 2008, cioè la più importante perché ufficiale ed in concorso) che "hanno denunciato uno snaturamento del progetto originale della festa". Per ora di più non mi è dato sapere ma se per snaturamento del progetto originale intendono l'evidente allontanamento del pubblico dalle iniziative che c'è stato quest'anno e che era il motivo principe della Festa del Cinema, allora hanno tutto il mio appoggio perché hanno ragione da vendere.

15.11.08

Masters of Horror (2) Tsuruta, Landis

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Dream cruise di Norio Tsuruta. Vuoto di ogni qualsivoglia logica narrativa, recitato male, diretto peggio, noiosissimo, l'episodio di Tsuruta è un insulto all'intelligenza dello spettatore. Banale oltre ogni immaginazione (dopo 5 minuti si è già capito dove si andrà a parare, finale compreso!) ha il suo culmine nella ridicola ricerca di atmosfere claustrofobiche. Imperdonabile.
Family di John Landis. Il migliore degli episodi visti fino ad ora, un piccolo gioiello di costruzione tecnica, lucidissimo nel raccontare la mente perversa di un serial killer e del suo perfetto inserimento nella brillante vita americana moderna (staccionata bianca e giardino non potevano mancare). Arricchito perfino da qualche sottotesto satirico, Family ha pure il pregio di condurre lo spettatore ad un punto prevedibile per poi sorprenderlo con un notevole colpo di scena che, più che destabilizzare, vuole giocare ancora una volta con l'ipocrisia della società contemporanea. A questo punto bisognerebbe riflettere sul fatto che uno dei migliori episodi è stato realizzato da un autore che non si può certo etichettare come regista horror; i suoi colleghi, forse, dovrebbero imparare come farsi ingabbiare in un genere non sia molto salutare. Mantenere la distanza è il miglior modo per osservare ed imparare.

Continua...
Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone

13.11.08

Le foto di Lynch a Roma

Luca mi segnala l'approdo di questa mostra ad Honk Kong. La sua mail mi fa tornare in mente che mi ero impegnato a vedere la mostra fotografica di David Lynch a Roma duranteil Festival. Ed effettivamente ci sono stato ma poi non c'ho scritto due righe. Perché? La mostra erano 30 fotografie sistemate 'alla meglio' in una stanza piuttosto abbandonata a se stessa e con un sottofondo sonoro non molto adeguato a Lynch. In più, le 30 foto mi hanno lasciato se non perplesso comunque indifferente: tutte in bianco e nero, tutti dettagli di corpi femminili nudi o fabbriche spesso abbandonate (a volte il dettaglio era così stretto da rendere di difficile comprensione la parte anatomica inquadrata). Sarà che non ho gli strumenti per capire una cosa del genere, le 30 foto non mi sono piaciute granchè e di certo non mi sentivo di consigliare la visione della mostra. Ben altra cosa mi sembrò l'allestimento The Air is On Fire nato in Francia e arrivato anche da noi un pò di tempo fa ma quello l'ho potuto ammirare solo da lontano.

11.11.08

The Nirvana Boy

La copertina di Nevermind dei Nirvana del 1991 è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo. Oggi 17enne il protagonista di quella foto, Spencer Elder, rende omaggio alla copertina che gli ha donato un discreto successo (stavolta, però, senza nudità). La storia la trovate nel link al termine del post.(da Corriere.it)

8.11.08

Dio, patria e famiglia

Stavo pensando di buttare giù due righe per riflettere sulla facilità con cui si era annunciato il grande ritorno del cinema italiano (?) grazie a due film come Gomorra e Il divo ma Nanni Moretti ha sintetizzato in una sola frase quello che avevo in mente: "chi dice che è il rinato cinema italiano, o quello d'impegno. In realtà sono film a coronamento di due autori". E la frase mi sembra così lampante che non mi sembra neanche il caso di approfondire. La dichiarazione è saltata fuori durante l'ennesima polemica nella quale Moretti è stato tirato e che la dice lunga sullo stato di salute del cinema italiano. Il regista de Il caimano, stavolta, è stato accusato di antipatriottismo e di eccessiva esterofilia (sic) perché nella sua seconda edizione del Festival di Torino non c'è manco un film italiano nelle sezioni principali: "abbiamo scelto semplicemente i film che ci piacevano di più. Ne abbiamo visto molti, ma non ci è sembrato di trovare quello adatto. L'anno scorso avevamo inventato la sezione Panorama italiano, quest'anno non c'è. È così, non so, magari l'anno prossimo..." La cosa che più mi ha sconcertato della vicenda è che a lamentarsi è stato il capogruppo An-Pdl in consiglio comunale a Torino Roberto Ravello, sostenendo di voler convocare Moretti in Commissione Cultura per ricordargli che il Festival di Torino è finanziato dalla regione e dal Comune di Torino: enti italiani, ci siamo capiti? Moretti, oltre a ricordare che al di fuori della rassegna ufficiale ci sono spazi nei quali il cinema italiano è ben rappresentato, si è sentito giustamente in dovere di ricordare che lui come direttore non ha alcun obbligo da chi sostiene il festival a ficcarci dentro pellicole italiane.
Ecco, per chi si stava ancora chiedendo qual è la situazione della cultura italiana, potrebbe aver trovato la sua risposta.

3.11.08

Masters of Horror (1) Carpenter, Argento, Malone

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Cigarette Burns di John Carpenter. Il regista vola alto, tenta un'appassionata e ardita riflessione teorica e perché no filosofica sul cinema, salvo schiantarsi al suolo con un risultato finale al limite dell'imbarazzante. Decisamente un episodio che sfiora in parecchi momenti il ridicolo, con una sceneggiatura paurosamente debole ed inconsistente, malamente interpretato da quasi tutti i protagonisti ed inconsistente nella resa finale. Una sonora delusione.
Jennifer di Dario Argento. Il nostrano regista si butta in una storia complessa per certi aspetti che ricorda un pò Cronenberg per l'uso che fa dei corpi e delle loro pulsioni. Le citazioni si sprecano ma il tono rimane basso, non c'è volontà di stupire ma solo di arrivare alla fine (telefonatissima) salvando il salvabile. Mediocre come il cinema degli ultimi anni di Argento, regge solo l'interessante discorso sulla pochezza umana e la sua incapacità di saper combattere gli istinti più perversi.
The Fair Haired Child di William Malone. Il più compatto dei pochi episodi visti fino ad ora, ha una certa forza nel riproporre gli stereotipi classici del cinema horror inquadrati in una regia piuttosto moderna, che ha molti debiti nei confronti dei videogames horror stile Silent Hill. Un pò ingenuo nel proporre flashbacks come soluzione narrativa per chiarire i punti oscuri della trama, si riscatta nel proporre un mostro di turno decisamente inquietante e in un paio di sequenze che trasmettono qualche brivido: bellissima la scena di estrema violenza preceduta da un lungo momento di schermo nero. Da notare anche la grande attenzione dedicata agli effetti sonori.

Continua...

2.11.08

Cartoline da Roma - 2 e fine

  • I vincitori li trovate qui. Sono molto perplesso sui voti espressi dal pubblico, un sistema partito male e corretto in corsa come ammesso dagli stessi organizzatori.
  • E' partita una feroce guerra di cifre: chi parla di debacle, chi parla di successo. Quello che ho visto io: molta meno gente durante il giorno, solito casino alla sera. Il calo di presenze, secondo me, era visibile ad occhio nudo.
  • L'organizzazione quest'anno si è superata: file ai botteghini onnipresenti, biglietti per gli eventi perennemente terminati, una security ossessiva manco fossimo tutti obiettivi di Al Qaeda.
  • Il badge di quest'anno costava uguale all'anno scorso ma con molti privilegi in meno; ad esempio noi badge blu non potevamo più entrare liberamente alle conferenze stampa come l'anno scorso ma sorbirci le solite e stancanti (e ridicole) rush line. Non solo, qualche volta pretendevano pure di assegnarti il posto (in piccionaia, ovviamente). Le cose sono due: o si è voluto allontanare il pubblico da quegli eventi o la stampa si è lamentata di dovesi mischiare con la plebe. Delle due, quale secondo voi?
  • Anche quest'anno si sono spacciati come il festival che offre l'opportunità al pubblico di partecipare a quegli eventi che normalmente gli sono preclusi agli altri festival. Nei due anni precedenti ci erano riusciti, quest'anno hanno deluso alla grande, anche per i motivi appena descritti sopra.
  • I red carpet sembravano il deserto nel west. Ad eccezione di Al Pacino, c'era sempre poca gente e perfino i fotografi sbadigliavano non sapendo chi fotografare (ho evitato di inserire Twilight e High School Musical 3 perché hanno sì avuto il bagno di folla ma si tratta di ragazzini urlanti e deliranti, perciò...)
  • Il wi-fi all'auditorium è una chimera. Di quelle nere! A meno che non paghi! Il personale dislocato nei vari punti dell'auditorium non sa mai nulla di quello che gli chiedi: non ti sanno dire perché il wi-fi non funziona, anzi non sanno manco che c'è il wi-fi all'auditorium!
  • Ho incrociato la Detassis tutti i giorni. Volevo lamentarmi con lei per tutti i disservizi. Poi incontravo Maigrelli e volevo lamentarmi con lui. Poi incontravo Sesti e volevo lamentarmi con lui. Alla fine mi sono lamentato con il tizio che mi vendeva il giornale tutti i giorni.
  • Gli ultimi tre giorni sono stati funesti: nubifragi a non finire e proteste degli studenti che paralizzavano la città. A proposito, ho girato Roma in macchina per dieci giorni: il tom-tom è una macchina infernale e che istiga alla violenza!
  • Non so se voglio tornarci l'anno prossimo. Se questa era l'edizione nella quale Rondi non aveva messo mano, non oso immaginare quella dove lui ci mette la faccia!

Kill Gil 2 e 1/2 (Rome FilmFest 2008)

Kill Gil 2 e 1/2 di Gil Rossellini
Rome FilmFest 2008
L'ALTRO CINEMA/EXTRA

E' un documentario che non vuole aggiungere nulla al genere ma che pone al centro del tutto solo l'incredibile storia umana del suo protagonista. Gil Rossellini 4 anni fa si risveglia dal coma senza l'uso delle gambe: un devastante virus lo sta consumando dall'interno e da allora ingaggia una battaglia per combattere e sconfiggere il male e per riacquistare la vita che aveva sempre avuto. Pur di guarire e di porre un freno ai terribili dolori che lo attanagliano, si sottopone a 45 interventi chirurgici in 3 anni e mezzo. Riprende o fa riprendere tutto con una videocamera per terstimoniare il suo attaccamento alla vita, la sua voglia di non arrendersi e l'incredibile onda di amicizia ed affetto che lo hanno aiutato a sopravvivere ad una tragedia del genere. Questo è il terzo episodio del suo racconto, si chiama 2 e 1/2 perché doveva essere l'ultimo dedicato alla malattia: con il numero 3 voleva raccontare la guarigione. Ma non ce l'ha fatta: il 3 ottobre è stato sconfitto dal male ed è morto dopo aver dovuto subire anche l'amputazione di una gamba. Rossellini racconta tutto questo senza nessun pudore e con uno stoicismo invidiabile: la sua ironia e la sua forza d'animo fanno da contraltare alle crudissime immagini dei suoi interventi chirurgici (diverse persone in sala si sono allontanate perché non riuscivano a sostenere lo sguardo mentre un paio sono pure svenute causando l'interruzione della proiezione... se Rossellini fosse stato lì, si sarebbe spanciato dalle risate!) e al racconto delle mille difficoltà che un disabile deve affrontare nella vita di tutti i giorni.
Fatto sta che Kill Gil è un film importantissimo da vedere, che ha molto da insegnare e di cui non si deve sottovalutare il potenziale per così dire 'pedagogico': è necessario per ridimensionare le molte opinioni fallaci che si hanno della vita e della morte, sull'importanza delle opportunità che la propria storia umana offre e ancor di più della vitale capacità di saper costruire rapporti di amicizia e parentali capaci di sopravvivere ai più violenti ostacoli. Fra le tante, due sono le frasi memorabili pronunciate da Gil Rossellini: "ho perso le mie gambe ma ho trovato tanti amici e tutto sommato credo che sia stato un buon affare. E per onestà nei confronti dei miei amici e della mia famiglia non mi resta che fare il meglio che posso prendendo la vita un giorno alla volta" e poi "a chi mi chiede perché ho realizzato Kill Gil rispondo che non potevo esimermi dal raccontare la cosa più interessante che mi fosse mai capitata!"
Un documentario da diffondere con la stessa forza di cui Rossellini era capace. L'ultima immagine ce lo mostra con una gamba in meno eppur felicissimo di essere uscito dall'ospedale, all'aria aperta, sorridente e raggiante. C'è poco altro da aggiungere. E molto da ammirare.

31.10.08

Effedia - Sulla mia cattiva strada

Effedia - Sulla mia cattiva strada di Teresa Marchesi
Rome FilmFest 2008
L'ALTRO CINEMA/EXTRA

Fabrizio De Andrè l'ho scoperto tardi, che se ne era già andato. Anzi, è stato proprio il grande clamore intorno alla sua morte a farmelo conoscere. Da quel giorno di gennaio di dieci anni fa l'ho trovato e non l'ho più abbandonato o forse è lui a non avermi più abbandonato. Il fatto è che mi manca, mi manca proprio come potrebbe mancare un vecchio amico o un buon padre. Per questo mi risulta difficile essere pragmatico ed imparziale sul documentario di Teresa Marchesi presentato al festival.

Documentario che ha fra i suoi punti di forza quello di essere il primo autorizzato e prodotto da Dori Ghezzi e ciò significa garanzia di verità sulla figura complessa che era Fabrizio. Non è certo un documentario originalissimo: diviso in capitoli, si sforza di commuovere a tutti i costi (e vedere Franco Battiato che scoppia a piangere mentre si esibisce è davvero un colpo al cuore!) mentre è molto più apprezzabile la totale assenza di una voce fuori campo narrante: alla fine il vero colpo di genio è far parlare solo Fabrizio De Andrè attraveso interviste note ed inedite o attraverso la sua musica. Ecco allora che emerge il carattere 'eroico' del film che non vuole scavare morbosamente nella vita dell'artista (il documentario rimane abbastanza pudico anche sui quattro mesi di sequestro che il cantante e sua moglie hanno subito) ma lascia che sia l'artista stesso a parlare come in una lunga confessione che non dice tutto ma di certo esprime molto.

Sforzo apprezzabilissimo ed importante, Effedia fa breccia nel cuore non come documentario ma per il suo protagonista unico e graffiante.

30.10.08

El Artista (Rome FilmFest 2008)

El artista di M. Cohn e G. Duprat
Rome FilmFest 2008
CONCORSO
Sono entrato in sala convinto di andare a vedere un thriller psicologico e mi sono ritrovato davanti un film che è una spietata ma composta satira dell'arte contemporanea (che riguardi solo la pittura o coinvolga tutta l'arte, cinema compreso, fate un pò voi). C'è di buono che il film pur volendo fare satira adotta uno stile decisamente bizzarro, fatto di molti silenzi, base sonora ambigua e inquadrature strette e clatustrofobiche.
Il protagonista è un personaggio che sembra vivere come un parassita: non ha nulla da dire, è completamente vuoto dentro e il suo unico modo di presentarsi al mondo sembra aggrapparsi a qualcuno e vivere in funzione di quella persona. C'è a tal proposito una spiegazione in immagini sublime: il film si apre con Jorge, il protagonista, che fissa la sedia lasciata vuota dalla madre appena defunta. Quando molto più tardi quella sedia verrà abbandonata anche dal nuovo individuo che gli offre un'altra occasione di vita parassitaria, solo allora capiremo il significato di quelle immagini e l'inizio oscuro del film. El artista, insomma, è quell'esempio di cinema che si esprime totalmente in immagini, molto più che attraverso le parole o i risvolti di trama; immagini che riescono a chiarire perfino le psicologie dei personaggi. In tutto questo c'è la pesante ironia dedicata all'arte contemporanea, personaggi che sono caricature di sé stessi, critici ed esperti totalmente innamorati di un artista che non solo è completamente vuoto dentro ma non è neanche il vero autore delle opere per cui tutti sono impazziti. Opere che non vediamo mai poichè ogni volta che una di queste viene fissata da qualcuno nel film, noi guardiamo la scena attraverso la soggettiva del disegno stesso: l'opera che guarda l'uomo e non viceversa; in questo caso, poi, è l'opera che si prende gioco dello spettatore, è l'opera disegnata da un uomo in stato quasi catatonico che accumula mille spiegazioni ed altrettante critiche. Il gioco del film è forte e chiaro, gioca a dissacrare un mondo fatto di eccessiva teoria e poca pratica. I due registi, in tutto questo, piazzano un protagonista eccezionale che dice molto di sé senza quasi mai parlare (basta guardare, mi hanno fatto notare, il modo in cui cammina: da buon parassita, quasi si trascina!) e sul quale non si riesce ad assumere una posizione precisa, se odiarlo o compatirlo.
Un film argentino che è una vera sorpresa e che rappresenta un guizzo d'arte, forse l'unica opera vista fino ad ora che esprime un punto di vista fortissimo sul mezzo cinema e che lo esplicita attraverso una storia che è metafora e deformazione al tempo stesso.

When a man comes home (Rome FilmFest 2008)

En mand kommer hjem di Thomas Vinterberg
Rome FilmFesto 2008
L'ALTRO CINEMA/EXTRA

Finalmente Vinterberg ritrova la freschezza e l'originalità di un tempo, quelle doti che lo avevano portato a realizzare il film che spesso viene ricordato come il primo realizzato secondo le regole del Dogma95 e invece andrebbe citato per le sue ottime doti di piccolo, grande cult. QuestoWhen a man comes home, fra l'altro, ha molto in comune con Festen: l'ambientazione piuttosto ristretta, la tragedia familiare, l'ironia satirica (quando si dice del cuoco "andate a prenderlo, ha fatto 3000 miglia di strada per venire fin qui, è un artista, lui non prende l'aereo. Non lo prende, è un vero artista", impossibile non volare con il pensiero ad un certo socio di Vinterberg). Ma se in Festen l'ombra della pedofilia incestuosa raccontava un'intera famiglia e rendeva l'evoluzione del narrato estremamente drammatica, in quest'ultima opera l'attenzione è tutta dedicata al protagonista Peter (il bravissimo Oliver Møller-Knauer) ed alla mancanza di una figura paterna che gli ha causato non pochi problemi nella vita. Stavolta niente regia sporca: il buon Vinterberg adotta uno stile prettamente poetico, fatto di giochi di luce e riprese curate nei minimi dettagli, non curandosi di riempire ogni angolo della sceneggiatura di inutili particolari ma preferendo dedicarsi completamente all'immagine, facendo un uso delle musiche (e che musiche!) derivato dalla tradizione americana del cinema indipendente.
Nel risultato finale appare chiaro che Vinterberg non voleva dir nulla con questo film se non raccontare una storia emotivamente forte e glorificare il mezzo cinema stesso. L'abbondanza di quegli elementi tipici del cinema danese (le tragedie familiari quasi da soap-opera solo molto più credibili, la costante deformazione del reale mediante il grottesco e l'ironia, la capacità di sorridere anche nei momenti più tesi) si concretizzano in una serie di intuizioni visive intelligenti e nella scena d'amore, a mio parere, più dolce degli ultimi tempi... seppur abbastanza breve.

28.10.08

Collin Farrel e Gavin O' Connor in conferenza stampa

La battaglia della migliore conferenza stampa la vincono Colin Farrell e Gavin O' Connor per Pride and Glory: affabili, disponibili e per nulla annoiati, i due rispondono come fiumi in piena alle domande dei giornalisti. Al termine Farrell concede molti autografi mentre Gavin O' Connor continua a riprendere tutto con la sua telecamera e scambia quattro chiacchiere con chi gli fa ancora qualche domanda da sotto il palco (ad una ragazza che vuole mandargli soggetti gli dà un indirizzo e-mail).
Molta dell'attenzione è puntata su Colin Farrell (e del resto c'è Masenza a fare da moderatore che è un grande ammiratore dell'attore) e si lascia andare a molte dichiarazioni. "Pride and Glory esplora quelle zone d'ombra che spessio si formano ai margini del bene e del male, per questo interpreto un personaggio difficile da giudicare. Ho interpretato molti ruoli da poliziotto, da magistrato, insomma figure istituzionali che fanno rispettare la legge; in realtà cerco di non ripetermi mai perché mi annoierebbe. Il segreto di questo mestiere è mantenere una grande curiosità nei risvolti che ti offre: Jon Voight, mio suocero nel film, dopo 40 anni di carriera è ancora molto curioso così come Al Pacino che voi avete festeggiato proprio qui a Roma e con cui io ho avuto la fortuna di lavorare. L'onore è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti: non è necessario avere un codice, per lo meno io non ne ho uno ben preciso, cerco solo di tenere a mente una semplice regola e cioè di trattare gli altri come vorrei essere trattato io stesso. E' tutta una questione di rispetto, insomma."
Gavin O' Connor tiene l'attenzione sul film: "è stato scritto nel 1999 ma dopo la tragedia delle torri gemelle non me la sono sentita di realizzarlo; ho perso molti amici in quella tragedia e in quel momento la polizia di New York era su tutti i giornali, non era il momento adatto insomma. Dopo qualche tempo abbiamo ricominciato a lavorarci e si è materializzato questo cast fantastico con cui facevamo lunghe riunioni durante le quali non per forza parlavamo dei temi del film ma davvero di tutto. Così si è formato un feeling molto importante tra di me e gli attori che ci ha permesso di lavorare con molta serenità e tenendo a mente gli obiettivi del film." E' vero che Norton è difficile da gestire? "Edward è un grande professionista e spesso nella ricerca delle perfezione può diventare eccessivo, qualche volta sul set lo avrei strozzato. Ma in realtà è una gran brava persona, soprattutto generoso: mi è capitato di chiamarlo la domenica sera (quando non si lavora) e chiedergli una mano per una scena dell'indomani che non mi convinceva e lui subito si precipitava da me. Questo non è da tutti." Sullo stile del film: "i piani sequenza, le soggettive, le macchine da presa a mano sono tutte scelte ben precise per dare allo spettatore l'impressione di essere nella storia e di non stare semplicemente seduto a guardare un film. Abbiamo cercato il realismo: mio padre stesso era un poliziotto di New York quindi sappiamo bene quello che abbiamo messo in scena." E gli amici poliziotti come l'hanno presa? "Hanno apprezzato molto il film."

Pride and Glory (Rome FilmFest 2008)

Pride and Glory di Gavin O' Connor
Rome FilmFest
CONCORSO

Per nulla scontato e contro ogni previsione legata al genere, Pride and Glory si rivela essere un ottimo prodotto non certo memorabile ma che si fa notare.
La complessa trama che costruisce l'opera si rivela essere un ottimo pretesto per andare a toccare temi piuttosto sentiti in America e molto meno sensibili in Europa. La corruzione nel corpo della polizia (quella di New York, in questo caso) è lo sfondo per descrivere una società drasticamente allo sbando capace di mettere a dura prova non solo la propria integrità ma anche la sacralità del nucleo familiare, incarnato da un cast notevole e di grande richiamo. Quello che sceglie di fare O' Connor però è non sciorinare momenti d'azione uno dietro l'altro per trascinarsi fino alla fine ma mettere in piedi una storia dalle diverse sfaccettature, che tocca il poliziesco ma anche la tragedia (con notevoli punte di violenza, non ultima l'impressionante scena che vede un neonato minacciato di essere ustionato da un ferro da stiro bollente), tant'è che lo snodo principale della storia si esaurisce una buona mezz'ora prima del finale ed è a quel punto che diventa evidente quale siano gli scopi della regia. Da apprezzare tantissimo, inoltre, il grande rispetto dello stile del film per l'intelligenza dello spettatore al quale non viene spiegato tutto passo passo ma gli si richiede una grande attenzione e la capacità di rimettere insieme ciò che avviene con le psicologie dei personaggi e le loro azioni. E' per questo che l'insistito uso della macchina da presa non mi ha restituito una esasperata messa in scena da film d'azione quanto piuttosto il desiderio di stare addosso ai personaggi, un vero e proprio occhio privato sulle circostanze di ogni protagonista. E non è superficiale sottolineare le grandi interpretazioni che propone Pride and Glory (nessuno escluso) perché proprio su queste il film si gioca gran parte della sua riuscita.
E' un film che non tratta certo nulla di nuovo ma che si distingue per lo stile che adotta e soprattutto per i risvolti che propone. Un The Departed agli antipodi ma altrettanto efficace a suo modo.

26.10.08

La duchessa (Rome FilmFest 2008)

The Duchess di Saul Dibb
Rome FilmFest 2008
PREMIERE

Superate le mie personali resistenze che non mi rendono simpatici i film in costume (un limite che mi ha fatto rimandare continuamente la visione di un capolavoro come Barry Lindon), questo The Duchess presentato al Roma FilmFest si inserisce in quel filone di film che negli ultimi anni ha ritrovato nuove energie. Contro ogni aspettativa, è una pellicola questa che non cade nei facili tranelli insidiosi del genere stesso ma che anzi cerca di rimanere quanto più possibile sulla storia che vuol raccontare attraverso un narrato estremamente lineare. L'attenzione è tutta per la duchessa del titolo (grande merito va dato a Saul Dibb di aver resto credibile e niente male l'interpretazione di Keira Knightley) e i drammi che hanno sfregiato la sua vita ma la vera sorpresa dell'opera è l'approccio di Ralph Fiennes al suo personaggio: sgradevole oltre ogni modo, odioso e insensibile, cattura tutta l'attenzione ogni volta che è in scena diventando quel tipo di 'cattivo' che il pubblico ama odiare, ricco di sfaccettature e per nulla scontato.
Per il resto, nulla di originale o che impressioni particolarmente. Il primo tempo tiene il ritmo molto bene, si iniziano a sentire segni di stanchezza nella seconda parte: il finale pare fin troppo stiracchiato e insistito anche se la morale della donna sconfitta che non riesce o non può ribellarsi ai suoi tempi lascia parecchia amarezza.
Eccessivi gli applausi in sala, forse per compiacere il cast presente.

25.10.08

Ed Harris e Viggo Mortensen per Appaloosa

“E’ un film che non vuole essere a tutti i costi moderno, un vero e proprio omaggio ai western di un tempo e soprattutto ai personaggi che lo popolavano.” Così Ed Harris presenta la sua creatura, Appaloosa, accolta da un entusiasta applauso alla proiezione riservata per la stampa. Affiancato da Viggo Mortensen, i due vanno orgogliosi del film realizzato e dalla resa dei loro personaggi sul grande schermo.
Le domande dei giornalisti vertono su due elementi preponderanti nel film, l’ironia e l’importanza del ruolo maschile a scapito di quello femminile. “L’ironia è assolutamente voluta ed è un merito del romanzo dal quale è tratto il film: l’85% dei dialoghi sono stati tratti dalle pagine scritte così come erano” sottolinea Harris. “La mia preoccupazione come regista era di riprendere soprattutto i paesaggi. Non mi sono sentito sotto pressione durante la lavorazione se non nelle decisioni di budget: è sempre una responsabilità utilizzare soldi che qualcuno ti ha affidato per girare il film.” Interviene Mortensen: “guardando il film si ha l’impressione di avere avanti un’opera molto costosa, invece è un film costato relativamente poco, quasi un budget da pellicola indipendente.” Un progetto nel quale l’attore ha molto creduto: “un film che vuole solo raccontare una storia e non assumere chissà che posizioni morali. Certe espressioni usate dai protagonisti o certi loro atteggiamenti possono risultare molto poco condivisibili, ma il film è ambientato in un’epoca e in un luogo dove la legge spesso bisognava farla giorno per giorno.”
Un film di eroi. E quando qualcuno chiede ad Harris se ci siano ancora di questi eroi in America, la risposta dell’attore e regista è secca: “Abbiamo la Palin, no?”

Appaloosa (Rome FilmFest 2008)

Appaloosa di Ed Harris
Rome FilmFest 2008
PREMIERE

Forse non è un caso che durante l'incontro con la stampa Ed Harris fa saltare ironicamente fuori il nome di Sarah Palin quando si parla di eroi. Perché il bellissimo Appaloosa sembra avere fra i tanti suoi punti di forza quello di ridare centralità ad un ruolo, quello maschile, che forse è stato fin troppo maltrattato nel recente cinema americano. E se in Italia si punta sulle lacrime virili di Favino, Ed Harris mette in scena un wester tradizionale ed innovativo al tempo stesso (provare per credere) nel quale i personaggi maschili si prendono tutta la scena; un rapporto di amicizia virile destabilizzato solo dall'ingresso nella storia di una donna molto poco apprezzabile e responsabile di diverse nefandezze. Appaloosa è girato tutto sul rapporto tra i due protagonisti (lo stesso Harris e Viggo Mortensen, quest'ultimo in un'interpretazione bellissima in ogni sua componente: sguardi, voce, atteggiamenti) e sulla fine di un'era, quella del selvaggio west, che se da una parte mette via pistole e violenza, dall'altra concede l'ingresso in scena di una classe altrettanto selvaggia, quella capitalista (Appaloosa finisce laddove potrebbe iniziare Il petroliere di Anderson).
Lo sguardo di Harris regista è molto preciso: ricerca la fermezza della macchina da presa (le pochissime scene con macchina a mano, infatti, saltano subito all'occhio) pur avendo a che fare con una storia molto dinamica: ci sono i paesaggi da mostrare e la netta impressione è che non siano tanto gli uomini a cambiare quanto la terre intorno e di conseguenza le loro possibilità di scelta e di movimento (dove per movimenti non si intende andare dal punto A al punto B, ovviamente). C'è chi questo cambiamento lo assume pur non volendolo dare a vedere e chi invece ne prende atto ma preferisce sfuggirgli e portare avanti la propria esperienza su quegli stessi binari finchè dura.
Ecco allora che Appaloosa ritorna al presente pur sceneggiando un tempo e dei personaggi che non esistono più, volendo solo raccontare una storia dai ricchissimi momenti ironici fatta di personalità affascinanti e forti e tralasciando le implicazioni morali che per forza di cose saltano fuori; nel fare ciò Harris non riesce ad annoiare neanche un attimo stando ben attento a non far durare il film quella mezz'ora in più a cui un presunto autore di mestiere non avrebbe saputo rinunciare e mantenendo salda la regia anche nei momenti più statici.

24.10.08

8 registi contro la povertà

L'immancabile film di impegno civile di ogni buon festival è qui a Roma nelle vesti di 8, film corale con otto registi diversi: a ciascuno il suo segmento dedicato ad uno degli otto obiettivi mondiali per ridurre la preoccupante povertà che afflige il nostro pianeta. Alla conferenza stampa di presentazione si sente la mancanza di Gus Van Sant (e forse è un bene visto che il segmento più disprezzato sembra essere stato proprio il suo) mentre i registi presenti non si sottragono alle domande e all'importante causa civile che li ha portati verso questo progetto.
"Progetto che inizialmente doveva avere la benedizione dell'ONU" confessano i produttori ed ideatori di 8 "ma dopo che l'ONU ha visto l'episodio di Mira Nair, non solo ha ritirato il suo nome dal film ma anche osteggiato in tutti i modi la sua circolazione nei festival e nei cinema." - "Sembra che la mia storia, la storia di una donna araba che abbandona suo marito per diventare la seconda moglie di un uomo poligamo, offenda gli arabi e la loro religione" dice Mira Nair "eppure per affrontare il mio episodio, quello della liberazione culturale delle donne, non potevo immaginare storia più adatta." Il giovanissimo Bernal sembra sparire fra i grandi che lo circondano; sprofondato nel suo divano senza l'ausilio del traduttore ("mi sto esercitando con l'italianio") si dichiara molto orgoglioso e fortunato ad aver partecipato ad 8: "non solo per l'onore che si ha ad avere il proprio nome accanto a dei mostri sacri della cinematografia mondiale, ma anche per l'importanza di questo progetto e dei suoi scopi. E' un film che andrebbe fatto girare il più possibile."
"Questo film non cambierà nulla" gela gli entusiasmi Wim Wnders "se a vederlo sarà soltanto la gente. Purtroppo il popolo non può fare niente, il potere decisionale che può cambiare qualcosa è dei governanti: a loro andrebbe fatto vedere il film, su di loro andrebbero fatte pressioni affinchè qualcosa cambi."

David Cronenberg - Mutazione regista/fotografo

David Cronenberg arriva in notevole ritardo ma si fa perdonare: le sue risposte sono ricche, ben articolate ed approfondite (e comunque nessuno osa sollevare obiezione alcuna al ritardo). E' al Festival di Roma per incontrare il pubblico e presentare una mostra fotografica particolare: 50 immagini tratte dai suoi film digitalmente rielaborate dallo stesso regista (con l'aiuto del figlio Brandon) per trasformarle in nuove opere d'arte, non fotogrammi ma immagini che hanno un'indipendente vita dal film che le ha generate.
Gli argomenti sono vari ma il sottofondo è sempre uno: la trasformazione, la mutazione che da sempre ossessiona i suoi film; la risposta del regista è ad effetto: "noi umani non siamo altro che animali che si sforzano in ogni modo di trasformarsi in qualcos'altro che sia distinto dall'animale. Ma ci vorrebbe un bel pò per affrontare questo tema ricorrente dei miei film..." Qualcuno ben pensa di tirare in ballo una vecchia dichiarazione di Cronenberg sull'ultimo film di Kubrick: "è vero, ai tempi ho detto che se Kubrick era morto senza lavorare al missaggio del film, allora quell'ultimo film è da ritenersi incompleto. Il regista si occupa di questi particolari che sono ciò che fanno la differenza; il sonoro, poi, è di una importanza capitale: se provate a vedere un film dove non c'è alcun effetto audio, vi accorgerete di avere davanti qualcosa di anormale, di anomalo. Ecco allora che la cura di queste cose è il mestiere del regista, anche perché anche il più piccolo particolare audio può fare la differenza. Dunque, se Kubrick non si è occupato del missaggio, allora Eyes Wide Shut è da ritenersi incompiuto." E del suo ormai prossimo esordio come autore letterario? "Tempo fa qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere un libro. Il che è curioso perché io sto qui nelle vesti di regista quando invece avrei voluto fare lo scrittore. Allora adesso ho scritto finalmente un libro che vedrà la luce ormai prossimamente in diversi paesi. Il problema è che fino ad ora ho scritto solo 60 pagine e comunque non parlo volentieri dell'argomento. Di certo non sarà un libro alla Stephen King!" In sala si respira aria di fanatismo, i presenti ridono di gusto alle battute di Cronenberg (soprattutto Anselma Dell'Oglio!). Qualcuno chiede a Cronenberg se ritiene idonea la distinzione tra cinema di nicchia e popolare: "non amo quei termini e non capisco la distinzione. Il compito di un regista è mirare ad un pubblico il più vasto possibile perché si suppone che si abbia un messaggio da veicolare, qualcosa da dire. Non ha senso indirizzarsi solo ad una nicchia" e in questi Cronenberg gioca in casa visto che i suoi film pur avendo una forte componente cerebrale, risultano essere comunque molto popolari. "Una volta Oliver Stone mi ha chiesto cosa si prova ad essere così marginali!"

L'incontro dura poco visto il ritardo accumulato ed i registi di 8 che aspettano dietro le quinte per il loro turno. Cronenberg si intrattiene a lungo a firmare autografi ma viene portato via per il red carpet e per l'incontro con il pubblico che lo aspetta, nel quale presenterà la sua mostra e commenterà alcune scene dei suoi film. Non sono un grande fan di Cronenberg ma gli riconosco un approccio al cinema originale nonchè una notevole onestà intellettuale.

23.10.08

Incontro stampa L'uomo che ama: Maria Sole Tognazzi, Favino, Bellucci, Rappaport, Carmen Consoli

L'uomo che ama è il film di apertura di questa terza edizione di Roma. Alla regia c'è Maria Sole Tognazzi che dice di voler "mettere in scena qualcosa di inusuale nella narrativa: la sofferenza per amore dell'uomo. Perché gli uomini che soffrono esistono, solo che non si fanno vedere o non vengono raccontati." Favino, protagonista della pellicola, conferma le intenzioni e gli obiettivi della Tognazzi: "è vero. Anche io ho sofferto, sono stato lasciato oppure ho lasciato, ho sofferto oppure ho fatto soffrire. E' una realtà che è stata raccontata già altre volte: la differenza la fa il modo in cui viene raccontata. Credo che Maria Sole abbia utilizzato un approccio inedito." Ksenia Rappaport, suggerita da un giornalista, tira in ballo nomi importanti come Checov ma la Tognazzi subito si schernisce. Gran parte dell'attenzione è per Monica Bellucci (e per gran parte dell'attenzione si intende le domande più sceme che un giornalista cinematografico possa fare) ma l'attrice ce la mette tutta per schivare certe idiozie facili da dire e cerca di spostare l'attenzione sul film: "è un film importante anche dal punto di vista femminile; mette in scena non solo la sofferenza di Favino ma anche quella femminile, in questo caso del mio personaggio nel quale ho riconosciuto molte delle mie fragilità. Maria Sole è una mia amica e credo che abbia inserito parte di me nella donna che interpreto." Presente in sala anche Carmen Consoli che firma la colonna sonora del film: "è la mia prima volta e abbiamo adottato un metodo un pò inusuale. Alcune canzoni erano pronte ancora a riprese in corso" e infatti, dice la Tognazzi, gli attori ascoltavano i brani come fase preparatoria all'interpretazione. "Sta di fatto che sono stata molto coinvolta da ciò che viene narrato" continua la Consoli "e mi sono ritrovata ad amare l'uomo che ama. L'ho sentito diventare una parte di me."