27.2.09

Sex and the city - Il film

Sex and the city di Michael Patrick King
(USA) 2008

Quando portano un serial di successo al cinema c'è sempre il gusto di scoprire come l'avranno adattato, cosa avranno tenuto e cosa avranno buttato. Se sono riusciti, insomma, a trasformare la tv in cinema senza snaturare l'idea di partenza (l'ultimo buco nell'acqua, in questo senso, lo ha fatto X-Files - Voglio crederci). Ecco, si può tranquillamente dire che Sex and the city non ci è riuscito: non è propriamente un film quello che si vede, non è neanche televisione portata così com'è sul grande schermo ma è semplicemente un maxi-episodio della serie girato per il cinema. E sì che questo è già tanto, se si tiene conto che uno dei punti forti del serial era proprio quel ritmo fresco e mai stancante che caratterizzava gli episodi (che duravano, di solito, non più di 29 minuti). Il film, poi, è divertente quanto basta e mantiene inalterata quella capacità di saper raccontare le donne e le loro fragilità, le loro ossessioni, i loro difetti, senza mai scadere nell'eccesso di consacrazione ma neanche di commiserazione; mettendo, insomma, tutti sullo stesso livello: un uomo non è peggio di una donna e viceversa, ci sono semplicemente differenze sostanziali. Bella scoperta, verrà da dire, ma stiamo parlando pur sempre di una commedia senza tante pretese. Il serial ne aveva (la caratterizzazione di New York come fosse un personaggio vero e proprio, più che uno sfondo) e spesso le soddisfava pienamente. Il film vuole solo raccontare come sono proseguite le vite delle quattro protagoniste e nel farlo riesce perfino a costruire una storia che può coinvolgere anche quella fetta di pubblico che non ha mai guardato la serie in tv (e infatti vedi il grande successo di pubblico). 
C'è un grande fallimento: non c'è nessuna sperimentazione tra due mezzi ormai sempre più misti (tv e cinema), neanche un'ombra di auto ironia al riguardo. Ma non possiamo pretendere tutto.

26.2.09

Uno sguardo altrove: Lie to me

Il cinematografico Tim Roth è il protagonista di Lie to me, nuovaserie (diretta nemica degli ascolti per Lost) che pesca a piene mani dalle tendenze televisive di questi anni e ha molti debiti nei confronti soprattutto di Dr. House.
Il dottor Lightman (Roth) ha fondato un'agenzia di investigazione molto particolare: collabora con l'FBI ma non si occupa di spionaggio, ottiene incarichi dalla polizia ma non deve dare la caccia ai delinquenti. Il dottor Lightman ha fondato il suo successo sugli studi di una vita: l'analisi delle espressioni facciali e corporali, attraverso le quali sa comprendere quando un individuo sta mentendo. Grazie a questa stupefacente capacità, riesce ad indagare laddove le autorità falliscono (macchina della verità compresa, i cui limiti vengono anche spiegati nel corso degli episodi). Ovviamente, una qualità del genere finisce con l'influenzare anche la vita privata: Lightman non sopporta i bugiardi, capisce quando qualcuno mente ma deve anche moralmente decidere quando è il momento di intervenire.
La storia di per sé è avvincente e la frase d'apertura di ogni episodio (gli eventi narrati non corrispondo a fatti reali) ironicamente stride con i volti noti che spesso vengono mostrati come esempi di bugiardi (con particolare insistenza su Bill Clinton!). Tra i punti di forza della serie, oltre quel gran pezzo d'attore di protagonista che si diverte ad esagerare come non mai, c'è sicuramente un contorto discorso sul senso delle bugie e sulla necessità di mentire. "Tutti mentono" ripete in continuazione il Dr. House e da questa considerazione il medico più famoso di oggi tratta con il dovuto disprezzo ogni persona che ha davanti; il Dr. Lightman, invece, intrattiene rapporti più cordiali con gli altri essere umani, non impedendosi di giudicarli ogni qual volta sparano una balla, rendendo molto difficile la convivenza.
Nel meccanismo della serie, inoltre, si instaura un gioco all'apparenza stupido ma che stuzzica più di un corto circuito: quando un personaggio mente, il Dr. Lightman non manca di spiegarci da cosa lo ha capito (e molte di queste cose si ritrovano anche negli studi di psicologia moderni), mettendoci dinanzi al fatto che abbiamo davanti un attore che sta interpretando (e dunque mentendo) un individuo che mente. Riusciamo a smascherare, in qualche modo, il grande inganno della recitazione e possiamo anche intuire lo sforzo che questa richiede, in questo caso ancora di più. L'abilità del serial sta nel ricordarci che questo gioco di finzione tipico dell'attore è in realtà la maschera che ciascuno si porta dietro nella realtà. 
Prima serie in corso negli USA, sono previsti 12 episodi per ora. 

24.2.09

Oscar 2009: yawn

Oscar all'insegna della banalità, con la prevedibile vittoria di The Millionaire (porta a casa 8 premi) e la delusione di Fincher e del suo Benjamin Button (3 in tutto, tutti tecnici). Confermato anche l'Oscar allo scomparso Heath Ledger per l'interpretazione del Joker in The Dark Knight. Sean Penn ha strappato la sua seconda statuetta lasciando a mani vuote Mickey Rourke (e riportandoci tutti, quindi, in una dimensione più realistica) per l'interpretazione stupefacente di Milk e ne approfitta per ricordare a tutti le battaglie che ci sono ancora da fare per i diritti civili e ringrazia pure Rourke per la sua parabola di vita. Sorpresa per la vittoria di Penelope Cruz, attesa e sbadigliata la certezza Wall-E
Ormai si riesce quasi sempre a confermare le tendenze, anche perché non si fugge mai dalla logica delle nomination a pioggia per quei due o tre film che si giocheranno la serata. 
Tutti i premi qui

12.2.09

Correndo con le forbici in mano

Running with scissors di Ryan Murphy
(2006) USA

L'esordio alla regia del creatore di Nip/Tuck è uno schizofrenico viaggio nel mondo di un gruppo di persone che per vie molto perverse forma una sorta di famiglia; tanto più si avvicina al concetto di famiglia se pensiamo che gli elementi di molte di queste si fanno più male che bene l'un con l'altro. La storia reale di Augesten Burroughs e del suo drammatico rapporto con una madre decisamente instabile è narrato nel pieno stile di American Beauty: quindi piuttosto che farci inorridire per l'incredibile quantità di idioti che popolano il mondo (l'America, in questo caso), il regista ci fa empatizzare con loro, proviamo pietà per loro e per le loro disgrazie che tutto sommato sembrano essere il risultato di un'intera società andata a male piuttosto che le conseguenze di scelte sbagliate; per esempio, il personaggio della bravissima Jill Clayburgh è inghiottita dall'orrendo cliché della casalinga americana che però è talmente frustrata da non riuscire neanche a tenere in ordine la casa. Ovviamente, tutta l'attenzione è per il protagonista alla soglia dei 15 anni e per il doloroso distacco da sua madre (Annette Bening che ruba la scena a tutti ogni volta che viene inquadrata), resosi necessario dall'evidenza che le sue nevrosi stavano finendo per divorare quel che di buono c'era nel ragazzo; insomma, Augesten non vuole fare la fine di suo padre o del dr. Finch che ha messo su una famiglia talmente psicoanalizzata da non avere più nessun freno inibitorio e nessuna regola. 
Quel che il film ha da offrire, insomma, non è nulla di nuovo. Questo perché Murphy dovrà perfezionare il suo stile che ha molto da offrire ma non sfugge a tutti i cliché del genere (la signora Burroughs che impazzisce di brutto e balla sotto una pioggia di neve nella sua camera da letto con un classico degli anni '70 sparato a tutto volume... è davvero troppo!) svalutando così l'esito complessivo dell'opera; raccontare una storia straordinara in modo del tutto ordinario non è davvero quello che mi aspettavo, visti i precedenti televisivi. E poi ancora non mi sono abituato ai film narrati in prima persona dove quindi si suppone che tutto sarà visto dall'ottica del protagonista e della sua esperienza diretta esclusiva, cosa che poi non avviene. E' il genere di cosa che mi fa un pò incazzare.

8.2.09

Ultimo atto

La quarta ed ultima parte sulle scene eliminate di Fuoco cammina con me a cura di Dugpa.com è stata pubblicata

31.1.09

Sette Anime

Seven pounds di Gabriele Muccino
(2008) USA

Non si può certo dire che Muccino sia l'ultimo dei fessi. Come regista ha dato ottima prova di sé con le prime opere, cominciando poi a disperdere il suo promettente talento e fossilizzandosi in uno stile che è diventato sempre più prevedibile. Dalla trasferta in America avrebbe dovuto trarre molto più giovamento e invece il (secondo) risultato è questo Seven pounds, probabilmente quello più diverso nella sua carriera rispetto al passato e quello dal quale ci si attendeva una marcia in più. Invece Muccino continua a fare alla grande quello che gli riesce meglio, cioè dirigere gli attori grazie ad una fase preparatoria che prevede una lettura della sceneggiatura così approfondita da durare settimane, e ad ostentare i difetti che s'è portato dietro dall'Italia: quindi abbiamo una prima ora di film dinamica ed avvincente, nella quale il personaggio principale compie azioni bizzarre senza che venga data spiegazione certa a noi spettatori; dopo quella prima ora comincia a calare un pò di noia che ben presto diventa pesantezza. Il ritmo del film ha continui rallentamenti che mortificano la storia e poi ci si trova ad augurarsi che finisca il prima possibile, anche perché c'è un momento in cui i protagonisti non fanno altro che piangere, qualsiasi cosa facciano! Ci sono scelte, poi, che appaiono francamente discutibili come la colonna sonora sempre certosina nell'evocare lo strazio degli avvenimenti; così come ci sarebbe da chiedersi perché costruire l'intera narrazione sul colpo di scena finale che svelerà tutto per poi andare in tour promozionale per il film e dichiarare in ogni intervista qual è lo svolgimento del film. 
Insomma, io non capisco. Dove vorrebbe andare il cinema di Muccino? Davvero dobbiamo valorizzare questo film solo perché contiene un'eccellente prova d'attore di Will Smith (e il resto del cast non è da meno, probabilmente grazie proprio a Muccino come già detto)? Anche L'ultimo bacio parlava di sentimenti ma lì la regia e le tempeste emozionali dei protagonisti erano tutt'uno, qui invece non c'è nulla di tutto ciò e l'amaro in bocca alla fine è tanto. Anche perché il regista cerca in tutti i modi di commuovere, in maniera così ostentata ed insistente che finisce con l'essere insopportabilmente ruffiano. Ecco la parola giusta: è un film ruffiano.

30.1.09

Lynch - McCartney

David Lynch ha reclutato niente di meno che Paul McCartney per la causa portava avanti dalla sua fondazione. Il musicista si esibirà in un concerto a sostegno della David Lynch Foundation insieme a tanti altri il 4 aprile 2009.
Due dei miei massimi miti che s'incontrano!

29.1.09

Milk

Milk di Gus Van Sant
(2008) USA

Ho troppo rispetto e ammirazione per Gus Van Sant per pensare che si sia semplicemente seduto dietro la macchina da presa e ha lasciato fare tutto agli attori. Perché la prima impressione è quella: è difficile riconoscere lo stile Van Sant durante il film e non mi riferisco ai suoi lavori sperimentali (il bellissimo Paranoid Park su tutti) ma anche a quel filone 'classico' a cui appartiene questo e che Van Sant non ha mai disdegnato (basti pensare a Will Hunting), film questi ultimi nei quali potevi comunque riconoscere un'impronta personalissima del regista nonostante la presunta ordinarietà dell'opera (ma questa è solo una schifosa etichetta per capirci meglio). Il fatto è che buona parte dell'ottima riuscita di Milk è da imputare innanzitutto al parco attori (fantastico Sean Penn in testa, in odor di Oscar lontano un miglio) che fanno un lavoro straordinario di caretterizzazione su personaggi tutti realmente esistiti ed ognuno con la sua piccola storia da raccontare, con i suoi sentimenti ed i suoi fantasmi. E' poi la grandezza della storia di Harvey Milk a fare la differenza, il suo esempio e l'energia che ci ha messo per spostare un pò più in là il progresso culturale dell'America anni '70, gli sforzi ed i sacrifici compiuti per garantire pari dignità a tutti, vivendo nell'ombra di essere ucciso da un fanatico di turno e scoprendo invece di avere l'assassino proprio nell'ufficio accanto. Fatto sta che per tutto il film Van Sant quasi non si sente, anche se alla fine capisci perché: l'intera regia è costruita per rendere gli ultimi 20 minuti indimenticabili, un vero e proprio accumulo di emozioni e tensione che esplodono alla fine negli occhi e nel cuore; la scena dell'assassinio, poi, quasi è un pugno nello stomaco anche perché il regista ci fa credere di non voler mostrare troppo nel dettaglio la morte del personaggio (l'uccisione del sindaco avviene solo accennata nel riflesso di uno specchio e poi completamente fuori campo), cosa che invece avviene nella piena consapevolezza dello spettatore e nel suo rendersi conto che per comprendere appieno l'importanza della parabola di Milk dobbiamo morire insieme a lui ed insieme a lui avvertire quel brivido di violenza omicida.
Ci si dovrebbe chiedere, più che altro, perché questo film e perché adesso. Ovviamente le risposte sono tante e la recente lotta contro i matrimoni omosessuali in America sembra la risposta più ovvia; altre teste hanno invece sottolineato come le prese di posizione di Obama in materia gay durante la campagna elettorale siano state sempre sfuggenti (questa sì una lettura interessante). Il film, inoltre, più che sui gay si concentra sulla necessità nella vita di assumere una posizione certa e forte in qualsiasi momento storico ed avere il coraggio di portarla fuori, allo scoperto, davanti a tutti perché se non ci metti la faccia hai rinunciato già a buona parte delle tue opinioni.

26.1.09

Quando volevano dare l'Oscar a Gollum...

... e invece daranno il Leone d'Oro alla Carriera ad un'intera casa di produzione, la Pixar. Ebbene sì, il direttore Muller ha annunciato che il premio alla carriera della prossima edizione del Festival di Venezia andrà a John Lassater, "protagonista dell'animazione occidentale contemporanea, da sempre alla ricerca del punto di fuga in cui l'avanguardia incontra il blockbuster." Ma pur essendo Lassater il guru della Pixar non può prendersi tutto il merito degli eclatanti successi (commerciali ed innovativi) di questi ultimi anni e così ad affiancarlo nel ritirare il premio ci saranno diversi registi che hanno firmato i film della casa di produzione: Brad Bird, Pete Docter, Andrew Stanton e Lee Unkrich. 
Il cinema d'animazione si becca la sua ennesima consacrazione. Mi toccherà farmi una cultura.

22.1.09

Oscar 2009: presenta Hugh Jackman

Ampiamente rispettate le previsioni per gli Oscar 2009, anche se certi equilibri si sono ribaltati. Miglior film: spicca la grande assenza de Il cavaliere oscuro, ai tempi dell'uscita nelle sale salutato come capolavoro contemporaneo, mentre confermati sono Il curioso caso di Benjamin Button, The Millionaire già vincitore ai Golden Globes, Frost/Nixon, la bella sorpresa Milk e The reader. Miglior regista: sono in lizza gli autori dei film appena elencati e dunque Fincher, Boyle, Howard, Van Sant e Daldry. Miglior attore: lanciatissimo Sean Penn che raccoglie consensi ovunque contro Brad Pitt, l'outsider Mickey Rourke che rivive una seconda giovinezza grazie a The Wrestler, a sorpresa saltano fuori Langella e Jenkins; ennesima grande assenza di Leonardo Di Caprio. Miglior attrice protagonista: l'immancabile Meryl Streep tallonata dalla giovane Anne Heathway, ma buone chance anche per la Jolie e per la Winslet (per The reader), la sorpresa è Melissa Leo. Miglior attore non protagonista: confermate le insistenti voci per la candidatura postuma di Heat Ledger (il Joker gli è valso già un Golden Globe postumo), Philip Seymour Hoffman, il mitico Robert Downey Jr. per Tropic Thunder, Brolin e Shannon. Lista completa qui.
Vi manca qualcosa? Sì, è la grande delusione di Australia (vorrei poter aggiungere qualcosa ma sto evitando questo film come la peste) mentre Il cavaliere oscuro si becca praticamente solo candidature tecniche. In tutto sono 13 candidature per il film di Fincher e 10 per The Millionaire. Milk e Il cavaliere oscuro se ne contendono 8: è curioso sottolineare come siano in ballo film molto diversi tra loro, una vasta gamma di cinematografia americana per tutti. Io, comunque, darei per scontato l'Oscar a Wall-E. 
Appuntamento il 22 febbraio.

20.1.09

Il mercato si piega ai pirati... o no?!

"Basta fare guerra a chi scarica la musica su Internet. Mandarli in galera
non ci farà guadagnare un solo dollaro in più. L'industria deve dare ai
consumatori quello che vogliono, in maniera legittima, assicurandosi che
gli artisti, i compositori e le case discografiche siano pagate".

L'associazione che mette insieme musicisti, discografici e produttori inglesi (ovvero il mercato musicale più florido dell'Europa) ha finalmente capito che a fare la guerra ai pirati della musica c'è poco da guadagnarci; meglio andare incontro alle nuove esigenze del mercato. E finalmente un'associazione così importante ha ammesso di non voler più perseguire la linea della repressione ma cominciare a cercare accordi, soprattutto con le compagnie telefoniche che forniscono la rete, per garantire a tutti la possiblità di scaricare musica senza limiti e al mercato di continuare comunque a guadagnarci. Uno dei massimi esperti del settore, Gerd Leonhard, ha suggerito:

"Se potessimo avere una licenza in grado di far pagare a chi si connette a
Internet un solo euro al mese per poter scaricare liberamente la musica,
l'industria potrebbe guadagnare 500 milioni di euro al mese, circa 26 miliardi
di euro l'anno".

Come cifre mi sembrano molto realistiche e difficilmente ci si potrebbe sottrarre ad un'offerta del genere. Io non ho mai creduto che i pirati del file-sharing fanno quello che fanno per il puro gusto di infrangere le regole ma per una vera e propria necessità economica e del resto un euro al mese per scaricare musica senza limiti potrebbe anche abbatere le ultime resistenze.
Scrivo tutto questo, ovviamente, perché gli stessi ragionamenti possono essere spostati sul piano cinematografico; l'industria del cinema sarà certamente la prossima a capitolare davanti all'impossibilità di attenuare il fenomeno pirata e inizierà ben presto a cercare soluzioni alternative (altro che cinema 3D). Sicuramente questa qui sarà la prima che prenderanno in considerazione.
(fonte: Repubblica.it)

16.1.09

Da oggi nelle sale: Appaloosa (anteprima RomeFilmFest2008)

Appaloosa di Ed Harris
(2008) USA

Forse non è un caso che durante l'incontro con la stampa Ed Harris ha fatto saltare ironicamente fuori il nome di Sarah Palin (all'epoca ancora in corsa) quando qualcuno ha messo in mezzo il termine "eroi". Perché il bellissimo Appaloosa sembra avere fra i tanti suoi punti di forza quello di ridare centralità ad un ruolo, quello maschile, che forse è stato fin troppo maltrattato nel recente cinema americano. E se al Festival di Roma sul versante Italia si puntava sulle lacrime virili di Favino, Ed Harris mette in scena invece un western tradizionale ed innovativo al tempo stesso (provare per credere) nel quale i personaggi maschili si prendono tutta la scena; un rapporto di amicizia virile destabilizzato solo dall'ingresso nella storia di una donna molto poco apprezzabile e responsabile di diverse nefandezze. Appaloosa è girato tutto sul rapporto tra i due protagonisti (lo stesso Harris e Viggo Mortensen, quest'ultimo in un'interpretazione bellissima in ogni sua componente: sguardi, voce, atteggiamenti) e sulla fine di un'era, quella del selvaggio west, che se da una parte mette via pistole e violenza, dall'altra concede l'ingresso in scena di una classe altrettanto selvaggia, quella capitalista (Appaloosa finisce laddove potrebbe iniziare Il petroliere di Anderson).
Lo sguardo di Harris regista è molto preciso: ricerca la fermezza della macchina da presa (le pochissime scene con macchina a mano, infatti, saltano subito all'occhio) pur avendo a che fare con una storia molto dinamica: ci sono i paesaggi da mostrare e la netta impressione è che non siano tanto gli uomini a cambiare quanto la terre intorno e di conseguenza le loro possibilità di scelta e di movimento (dove per movimenti non si intende andare dal punto A al punto B, ovviamente). C'è chi questo cambiamento lo assume pur non volendolo dare a vedere e chi invece ne prende atto ma preferisce sfuggirgli e portare avanti la propria esperienza su quegli stessi binari finchè dura.
Ecco allora che Appaloosa ritorna al presente pur sceneggiando un tempo e dei personaggi che non esistono più, volendo solo raccontare una storia dai ricchissimi momenti ironici fatta di personalità affascinanti e forti e tralasciando le implicazioni morali che per forza di cose saltano fuori; nel fare ciò Harris non riesce ad annoiare neanche un attimo stando ben attento a non far durare il film quella mezz'ora in più a cui un presunto autore di mestiere non avrebbe saputo rinunciare e mantenendo salda la regia anche nei momenti più statici.
*

14.1.09

Gomorra K.O.

La notizia dell'esclusione di Gomorra dai 9 film rimasti in lizza per approdare poi alla cinquina per la notte degli Oscar non mi ha sorpreso. Certo, avrei dovuto dirlo prima piuttosto che tirare a me la ragione adesso che il tutto è fatto, però le mie ragioni le avevo esposte in un articolo che ho ceduto ad una rivista e che non posso rendere noto qui finché non sarà pubblicato.
Ora come ora, però, mi va di dire che Gomorra non era film da proporre agli Oscar. Nel senso che se lo hanno proposto hanno certamente fatto leva su alcuni fattori che se da una parte rendono merito al film (vincitore a Cannes, ma anche Il Divo lo è stato) dall'altra scoprono logiche puramente commerciali; il motivo principe, sicuramente, è il libro di Roberto Saviano: best-seller tradotto in tutto il mondo, sicuramente un ottimo apripista al film che può farsi forza del "biglietto da visita" del libro. Ma nel concreto, cosa aveva Gomorra da offrire alla Academy Award? Io l'ho ritenuto un film bellissimo, poetico e coraggioso ma ho sempre detto che fra un'estetica alla Gomorra ed un'estetica alla Il Divo, avrei sicuramente spedito il secondo a concorrere per la statuetta (Il Divo sta ormai assumendo le forme dell'eterno secondo, anche se secondo me fra i due è sicuramente più bello il film di Sorrentino); non voglio neanche pensare che si sia voluto riportare ad Hollywood quel neorealismo che tante soddisfazioni ci ha portato ma che appartiene comunque al passato (fosse questo il motivo della scelta di Gomorra, significa che ci saremmo presentati per l'Oscar come nostalgici).
Inoltre, si dovrebbe andare a vedere se tutto questo entusiasmo che Gomorra ha suscitato nelle sale americane sia vero o sia stato gonfiato dalla stampa italiana. Ho letto che perfino Martin Scorsese ha organizzato proiezioni del film di Garrone per sostenerlo. Non abbastabza, evidentemente.

11.1.09

11/I/1999 - 11/I/2009

"...per chi viaggia in destinazione ostinata e contraria..."
Dieci anni. E si sentono tutti.

9.1.09

Masters of Horror (6) Anderson

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sounds like di Brad Anderson. Tutta l'esperienza televisiva di Anderson fa ben comprendere perché Sounds like risulti essere uno dei migliori Masters of Horror visti fino ad ora: per il suo essere conciso ed efficace, per la profonda panoramica di personalità che viene presentata in un così breve spazio, per l'idea mai troppo scontata di voler raccontare il lento delirio nel quale scivola il protagonista; soprattutto, lo stile con il quale tutto ciò viene trattato. I primi dieci minuti sembrano un episodio di X-Files proprio per quella capacità di inserirsi lentamente in una storia e in un atmosfera dai sapori cinematografici. La sensazione al termine della visione è di grandissima soddisfazione. A freddo, poi, forse si realizza che quanto visto è stato sì di grande impatto ma profondamente manieristico, quasi una prova d'esame per un diplomando di accademia cinematografica. Poco male: rimane comunque uno dei migliori episodi della saga. E il protagonista è Chris Bauer, attore che mi inquietò non poco all'epoca in cui sbucò da dietro la maschera del feroce aguzzino di 8MM.
*

8.1.09

Dexter Morgan e Miguel Prado

Torniamo a parlare di Dexter, uno dei serial più innovativi e cult del momento che conferma la sua tendenza: temi e personaggi ambigui che vogliono suscitare nello spettatore altrettanta ambiguità e dilemmi morali di non poco conto. Se la sfida delle prime due stagioni era l'identificazione del pubblico con il protagonista (un serial killer sociopatico) e con il suo subdolo codice che rappresenta soltanto la copertura del suo bisogno malato di uccidere, la terza stagione propone un approfondimento di questo gioco introducendo un nuovo personaggio: il vice procuratore Miguel Prado (interpretato dal mitico Jimmy Smits) che viene suo malgrado a conoscenza di Dexter Morgan e delle sue abitudini assassine. Il bello è che il vice procuratore non rimane disgustato da Dexter ma anzi ne subisce il fascino finendo per apprezzare la bugia che copre le azioni del protagonista: la presunta sete di giustizia. Ma così come per Dexter quello è solo un alibi, anche il meccanismo che muove Miguel Prado è dapprima un giustizialismo perverso che finisce nello sfociare in pura violenza. Ad un certo punto della serie, allora, diventa chiaro che il personaggio di Smits rappresenta il pericolo stesso che il personaggio di Dexter e la sua personalità borderline possono esercitare sul pubblico che guarda il serial. Miguel Prado siamo noi, noi che abbiamo avuto il coraggio di identificarci in Dexter e arrivare a giustificare le sue azioni e addirittura a tifare per lui quando rischiava di essere scoperto (vedi la seconda stagione), sottolineando come ciascuno di noi può trasformarsi in un feroce assassino coltivando scuse ed alibi che non servono a giustificarci agli occhi degli altri ma più ad essere in pace con noi stessi e ponendo al centro di tutto il rischio che comporta "aprire certe porte che poi è difficile richiudere".
Il successo di Dexter, infondo, gioca proprio sul talento degli autori di aver messo in scena un personaggio che in fin dei conti è un uomo che si sente solo, tagliato fuori dal resto del mondo, alienato e costretto a nascondersi per paura che il suo vero essere non possa essere accettato dagli altri. Sentimenti di esclusione che un pò tutti hanno provato nella propria vita.

7.1.09

Cofanetto italiano per David Lynch

La Rarovideo ha annunciato la pubblicazione in data tutta da definire (probabilmente tra marzo e aprile) di un cofanetto dedicato a David Lynch il cui contenuto di punta sarà l'esordio alla regia del regista, Eraserhead, di fatto un film mai pubblicato in vhs o dvd in Italia. Ad affiancarlo, la raccolta I corti di David Lynch che attraversa trent'anni di produzione dagli esordi sperimentali di Six Figures Getting Sick del 1966 a Lumière et compagnie del 1996 (di alcuni di questi ho già scritto qui) ed infine la serie Dumbland, cartone animato in 8 episodi realizzato per il sito davidlynch.com. C'è da sperare che la versione di Eraserhead sia quella recentemente rimasterizzata dal regista stesso per essere inserita nella momumentale Lime Green Box. Per ora il sito della Rarovideo non si sbilancia sul prezzo del cofanetto; in altri siti la cifra oscilla intorno ai 45 euro.
La probabile copertina è qui.

31.12.08

2008, per favore vai via!

Il 2008 è stato un anno tutto sommatto positivo. C'è stato un momento, all'inizio dell'anno, che sembrava ci fosse l'imbarazzo della scelta dei film da andare a vedere al cinema perché tutti di notevole qualità. Un'impressione che non ha tenuto negli ultimi due mesi del 2008, c'è chi dice a causa dello sciopero degli sceneggiatori che comincia a farsi sentire; a mio parere, invece, i veri danni dello sciopero li sentiremo nel 2009 (anno sul quale incombe lo sciopero degli attori e anche il notevole rischio che salti la cerimonia degli Oscar). E' stato anche l'anno della presunta riscossa del cinema italiano, con il successo a Cannes, il miglior attore di Venezia e i tanti complimenti piovuti su Caos Calmo, per citarne alcuni.
Ma siamo qui per fare una scelta e per quanto mi riguarda sono felicissimo di poter tornare a scegliere un film italiano come quello che più mi ha colpito nel corso dell'anno. E si tratta de Il divo, il film che per me ha rappresentato un'innovazione sotto ogni punto di vista e che ha definitivamente consacrato un autore originale come Sorrentino che ha ancora molto da dire. Ribadisco quello che ho scritto ai tempi della visione: fra qualche anno si potrebbe tranquillamente parlare di un prima e di un dopo Il divo nel cinema italiano contemporaneo. E' un'affermazione forte che nulla toglie all'altro bellissimo e grande successo italiano della stagione, Gomorra, ma ho già avuto modo di spiegare che fra i due preferisco il primo e in un pezzo pronto già da un pò ma in attesa di essere pubblicato prima altrove e poi qui ho cercato anche di spiegare il perché.
Il 2008 è stato fortunato sotto molti altri fronti: mi vien da pensare all'auto-remake di Funny Games, al grandissimo risultato finale de Il cavaliere oscuro (quello che avrei fatto meglio a scegliere come film più atteso del 2008 al posto di quel disastro di Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo); non sono mancate le delusioni come il mezzo passo falso di Shyamalan con E venne il giorno o il tonfo di autorevolezza di Verdone con il suo ritorno al passato (senza parlare dei tonfi nel settore cinema in generale, come l'avvento di Rondi a Roma, o le tragedie come la morte del giovanissimo Heath Ledger). Il problema, però, è che l'anno nuovo non sembra promettere nulla di buono. E allora preferisco non sbilanciarmi e puntare come scelta per il titolo più atteso del 2009 su qualcosa di extracinematografico e la cui attesa mi sta ormai dando le convulsioni: sto parlando della quinta serie di Lost.
Ovviamente, se volete dirmi le vostre scelte nei commenti le ascolto volentieri.
*
A tutti voi auguro un felice anno nuovo nel quale realizzare ogni vostra ambizione. E serenità, soprattutto serenità. Rubando gli auguri di un caro amico, per quanto mi riguarda... se il 2009 deve andare peggio, stiamo bene con quello che è passato!

30.12.08

Cloverfield

Cloverfield di Matt Reeves
(2008) USA

Non c'è riuscito The Blair Witch Project a cambiare le regole del cinema e non ci riuscirà neanche Cloverfield. Tirare in ballo il primo film è doveroso nel parlare del secondo perché entrambi sfruttano il medesimo espediente narrativo: la memoria di una videocamera viene ritrovata, guardando ciò che contiene scopriremo cosa quella videocamera ha inquadrato e cosa dunque ha distrutto New York, il tutto come se lo stessimo vivendo in prima persona e azzerando i presupposti finzione. The Blair Witch Project ovviamente aveva mezzi più modesti e si faceva forte solo dell'idea, Cloverfield non può contare sulla novità e allora utilizza la stessa narrazione aggiungendogli però una mole stupefacente di effetti speciali. Così il film di dieci anni fa era molto più sconvolgente nell'avvicinarsi al pubblico; la pellicola moderna invece non fa altro che mettere in scena il trito e ritrito attacco del mostro alla grande metropoli cercando però l'identificazione con il vissuto dei protagonisti. Certo, le similitudini non finiscono qui se si ricorda che The Blair Witch Project rappresentò anche uno dei primi e più riusciti tentativi di viral marketing, avviando la pubblicizzazione del film (e soprattutto la sua proposizione come documento realistico) molto prima dell'uscita nelle sale, stessa cosa che ha fatto anche il team di Cloverfield (c'è J.J. Abrams nel mezzo) ma soltanto per far sì che se ne parlasse il più possibile e dunque non cercando le stesse pretese del suo antenato. Insomma, il gioco è collaudato per quanto rischioso.
Alla pellicola di Reeves però non si può obiettare nulla essendo puro intrattenimento e realizzata con notevole efficienza, non facendosi mancare quello che è il sottofondo di poche ma buone pellicole catastrofiche degli ultimi anni: non l'evento in sé ma la reazione degli individui che lo affrontano. Non stupitevi quindi se avrete un brivido non tanto alla visione del mostro ma all'immagine di diversi idioti che piuttosto che scappare fotografano con il celluare le macerie della statua della libertà. Allo stesso modo, l'idiota che sta riprendendo con la videocamera ci dà modo di scoprire che cosa è successo a Manhattan ed ecco allora che rivaluteremo il nostro giudizio frettoloso sull'ossessione di digitalizzare tutto anche nei momenti peggiori, estremo tentativo di scavalcare la nostra mortalità. Non poco per una pellicola d'intrattenimento.

Tropic Thunder

Tropic Thunder di Ben Stiller
(2008) Usa/Ger

Sono lontani i tempi del cult Zoolander e anche se il regista è lo stesso Tropic Thunder si propone come un ampliamento di prospettiva molto più ambizioso e certamente più curato, laddove il primo era satira e divertita messa in scena e il secondo è satira ma anche cinema d'alto livello. Questo film, infatti, si può descivere come una parodia girata in maniera dannatamente seria che non sfugge all'obbligo delle citazioni cinematografiche (il genere, ovviamente, è quello di guerra) ma parallelamente porta avanti un discorso di decomposizione del cinema americano, una critica arguta e divertita dei meccanismi che vi imperano all'insegna del politicamente scorretto. Memorabile il dialogo di Robert Downey Jr. nel quale egli spiega a Stiller che al cinema un ritardato completo non può avere successo, mentre un ritardato che ha un minimo di qualità si guadagna premi a pioggia ("Sean Penn in Mi chiamo Sam. E' rimasto a mani vuote!"), suscitando anche un pochino di vergogna in noi spettatori che probabilmente tale logica la avvalliamo al botteghino. Ma va bene perché un fondo di verità si palesa come scrupolo di coscienza ed è questo il meccanismo alla base della satira di Ben Stiller. La parodia non si ferma solo a questo e incide con chirurgica cattiveria sugli attori dello star system ribaltando continuamente il punto di vista (il vero nero che rimprovera il finto nero di essere una ridicola macchietta si lascerà sfuggire un "che cavolo stai dicendo" di arnoldiana memoria, diventando così clichè di sé stesso) e trascinando con sé anche chi ad Hollywood si siede dietro le scrivanie del potere, concedendo così a Tom Cruise la breve ma fantastica interpretazione di un produttore villano e disposto a tutto.
Ben Stiller riesce con genuina intelligenza dove in molti hanno fallito: massacra il cinema americano molto più di autori metacinematografici andando a colpire dritto al cuore e senza mai smettere di fare cinema. Poco importa la stucchevole redenzione finale.

P.S. Tra gli autori dello script e produttore compare il lynchiano Justin Theroux, questa sì una bella sorpresa!