La storia. Una donna in lacrime guarda in tv una bizzarra quanto inquietante sit-com interpretata da tre conigli antropomorfi. Altrove, una strana signora preannuncia (con frasi enigmatiche) ad un’attrice (eccola,
Laura Dern!) i rischi che corre ad essere scelta come protagonista di un film maledetto, la quale cosa avviene l’indomani con somma gioia della donna e pericolosa gelosia del marito. Sennonché non appena le riprese del film iniziano sotto lo sguardo dell’acuto regista
Jeremy Irons, l’attrice inizia a perdere contatto con la realtà: confonde se stessa con il personaggio, il tempo si smaterializza e i conigli sembrano uscire dalla tv. Tutto, sembra, sotto il sofferente sguardo della donna di cui all’inizio.
Il doppio. Si conferma il tema cardine della cinematografia di
Lynch. Ma se è la protagonista a confondere realtà e fantasia, il film fa molto più che mostrare due mondi.
IE è come un fiore che si schiude: più va avanti, più si moltiplicano mondi e personaggi. Il risultato è l’impressione di vedere non uno ma più film e qui si capisce il titolo tutto in maiuscolo che quando compare all’inizio sembra quasi straripare dallo schermo: è il film stesso che quasi rifiuta lo stretto spazio dello schermo e vuole andare oltre, uscire fuori. Qui, a mio parere, si inserisce la scelta di stile del regista, ovvero quella del digitale.
La regia e il digitale. Come qualcuno ha già scritto in precedenza, la scelta del digitale non è infelice: ci rimette (poco, a dire il vero, a patto che vediate il film in una sala moderna e adatta) la qualità dell’immagine ma la tecnica si rivela funzionale alla storia e all’idea lynchiana del cinema: con il digitale, Lynch sta addosso ai suoi attori e all’azione; deforma gli spazi e si incolla alla pelle, segue nei minimi dettagli movimenti ed espressioni, gioca con la luce e con le ombre di cui è fatto il suo cinema. Il digitale si fa strumento per risvegliare i sensi ormai assopiti dello spettatore al cinema canonico ed elimina tutti i limiti che rischiavano di ingabbiare la creatività del regista che grazie al digitale può dare libero sfogo, senza freni, a tutta la sua inventiva. Creando, così, tutti quei mondi di cui è sublime autore, va dritto a quella che è stata la definizione più abusata ma certamente più adatta per
IE: un’esperienza extra-sensoriale.
“Non guardate il film, lasciate che sia il film a guardare voi.” Il consiglio di
Justin Theroux, uno dei protagonisti, è sicuramente calzante per il decimo film di Lynch.
IE è un’orgia di sensazioni costruite con un delicato equilibrio che affascina, conquista e ci conduce nell’universo del regista che per quanto confuso ed angosciante, risulta sempre essere accogliente. La parabola di Laura Dern è coinvolgente non solo per la monumentale bravura dell’attrice, ma perché va a toccare corde e sensibilità comuni, come l’universo femminile, le incontrollabili attrazioni sessuali, il senso stesso del cinema e ciò che questo film dovrebbe essere. Ed è su quest’ultimo che vorrei azzardare una personalissima interpretazione.
Chi è la donna in pericolo? Al termine del film, la sensazione che ne ho ricevuto io è che la vera donna in pericolo del film non è tanto Laura Dern quanto la “donna perduta” che apre e chiude il film e che sembra essere salvata dalla Dern stessa. Questa donna, reale o irreale che sia, sembra seguire tutto ciò che avviene nel film nell’angosciosa attesa che Nikki\Sue arrivi a salvarla travalicando tutti i confini fra mondo reale e sogno. Quasi metaforizzando il potere catartico dell’arte cinematografica, la “donna perduta” viene salvata dall’attrice. Sta in questo, a mio parere, uno dei sensi più prepotenti di
IE. Cerco di spiegarmi meglio: ciò che è imponente del cinema (e dell’arte in generale) è la forza che ha nel farci identificare con un personaggio di cui seguiamo le vicende; il nostro identificarci con un personaggio fittizio dimostra che ciò che stiamo guardando, per quanto falso, può diventare vero in quanto noi come pubblico siamo capaci di provare, tramite identificazione, tali sensazioni. Sta in questo la micidiale forza del film di Lynch: è un film nel film che disvela il potere extra-sensoriale che un film può ottenere arrivando al pubblico e non fermandosi alla sua sterile realizzazione. Infatti, l’attrice Nikki non arriva a liberare la “donna perduta” limitandosi ad interpretare il film ma anche e soprattutto vedendolo al cinema: siamo noi pubblico, dunque, a salvare la “donna perduta” utilizzando il nostro intuito, quell’intuito che proprio come ha detto Lynch
“servirà a ciascuno spettatore per dare risposta alle domande poste dal film. Basta uscire dai confini della logica e abbandonarsi.” In questo senso, ho percepito la scena finale della “donna perduta” come un vero e proprio colpo di scena, metodo quanto mai nuovonella carriera di Lynch.
“Ogni azione ha una conseguenza.” Mesi fa
scrivevo dei cortometraggi di Lynch e azzardavo che il corto
Darkened Room poteva essere l’ideale trailer di INLAND EMPIRE. Mai affermazione mia fu più azzeccata: Lynch, infatti, fa collimare in
IE tutti i mondi da lui creati negli ultimi 5 anni. La vestaglia di seta con la bruciatura di sigaretta arriva proprio da
Darkened Room (dove, fra l’altro, c’è una donna in pericolo chiusa in una stanza!); il giardino che viene invaso dagli artisti itineranti lo abbiamo già visto nel corto inserito in
Room to dream dove, fra l’altro, comparivano due delle molte personalità femminili che popolano
IE; infine, prorompente, compare anche il serial
Rabbits che diventa protagonista e terra di confine tra reale e irreale e acquista quel senso, in termini di trama, che ai tempi della sua realizzazione (nel 2002) era sfuggente e si limitava a puro esperimento sui tecnicismi cinematografici. Si può dire che Lynch, un po’ per gioco un po’ perché se lo può permettere, cita se stesso e perfino l’atmosfera alla
Twin Peaks, ammessa dallo stesso autore, si materializza nel taglialegna che compare nei titoli di coda.
La durata. Forse l’unico punto debole che offre il fianco ai critici più feroci. In realtà, la durata, almeno per me, è quella giusta: quasi 3 ore dove non c’è un minuto di noia o di stanca sono un miracolo! Non solo, ma Lynch usa tutto lo spazio a disposizione per riempire l’immagine e perfino i titoli di coda diventano strumento per lanciare indizi utili ad un’eventuale interpretazione della pellicola.
INLAND EMPIRE. Più che la vetta artistica di Lynch, è la vetta del pensiero Lynchiano cinematografico:
INLAND EMPIRE è un atto d’amore come lo era
Mulholland Drive, un omaggio al cinema e al potere che ha il cinema e dunque alle responsabilità artistiche a cui deve far riferimento ogni buon regista. Molti diranno che Lynch è un megalomane, che ci prende in giro, che
INLAND EMPIRE è un pasticcio. Io dirò che sono grato a Lynch perché appartiene a quella minuscola schiera di registi (sulla scena mondiale) che ancora credono che un film non è lanciare un messaggio ma comunicare sensazioni indelebili. E rischiare, rischiare soprattutto, affrontando tutte le critiche del caso. Non è facile avere un coraggio del genere ma quanto meno a Lynch si deve il rispetto che richiede la sua carriera: unica, inarrivabile, coraggiosa ed imperdibile. Tutti aggettivi che ben riassumono
INLAND EMPIRE.
P.S. Domani torno a vederlo. Ne scriverò ancora dopo la seconda visione. Intanto, discutiamone!