22.1.09

Oscar 2009: presenta Hugh Jackman

Ampiamente rispettate le previsioni per gli Oscar 2009, anche se certi equilibri si sono ribaltati. Miglior film: spicca la grande assenza de Il cavaliere oscuro, ai tempi dell'uscita nelle sale salutato come capolavoro contemporaneo, mentre confermati sono Il curioso caso di Benjamin Button, The Millionaire già vincitore ai Golden Globes, Frost/Nixon, la bella sorpresa Milk e The reader. Miglior regista: sono in lizza gli autori dei film appena elencati e dunque Fincher, Boyle, Howard, Van Sant e Daldry. Miglior attore: lanciatissimo Sean Penn che raccoglie consensi ovunque contro Brad Pitt, l'outsider Mickey Rourke che rivive una seconda giovinezza grazie a The Wrestler, a sorpresa saltano fuori Langella e Jenkins; ennesima grande assenza di Leonardo Di Caprio. Miglior attrice protagonista: l'immancabile Meryl Streep tallonata dalla giovane Anne Heathway, ma buone chance anche per la Jolie e per la Winslet (per The reader), la sorpresa è Melissa Leo. Miglior attore non protagonista: confermate le insistenti voci per la candidatura postuma di Heat Ledger (il Joker gli è valso già un Golden Globe postumo), Philip Seymour Hoffman, il mitico Robert Downey Jr. per Tropic Thunder, Brolin e Shannon. Lista completa qui.
Vi manca qualcosa? Sì, è la grande delusione di Australia (vorrei poter aggiungere qualcosa ma sto evitando questo film come la peste) mentre Il cavaliere oscuro si becca praticamente solo candidature tecniche. In tutto sono 13 candidature per il film di Fincher e 10 per The Millionaire. Milk e Il cavaliere oscuro se ne contendono 8: è curioso sottolineare come siano in ballo film molto diversi tra loro, una vasta gamma di cinematografia americana per tutti. Io, comunque, darei per scontato l'Oscar a Wall-E. 
Appuntamento il 22 febbraio.

20.1.09

Il mercato si piega ai pirati... o no?!

"Basta fare guerra a chi scarica la musica su Internet. Mandarli in galera
non ci farà guadagnare un solo dollaro in più. L'industria deve dare ai
consumatori quello che vogliono, in maniera legittima, assicurandosi che
gli artisti, i compositori e le case discografiche siano pagate".

L'associazione che mette insieme musicisti, discografici e produttori inglesi (ovvero il mercato musicale più florido dell'Europa) ha finalmente capito che a fare la guerra ai pirati della musica c'è poco da guadagnarci; meglio andare incontro alle nuove esigenze del mercato. E finalmente un'associazione così importante ha ammesso di non voler più perseguire la linea della repressione ma cominciare a cercare accordi, soprattutto con le compagnie telefoniche che forniscono la rete, per garantire a tutti la possiblità di scaricare musica senza limiti e al mercato di continuare comunque a guadagnarci. Uno dei massimi esperti del settore, Gerd Leonhard, ha suggerito:

"Se potessimo avere una licenza in grado di far pagare a chi si connette a
Internet un solo euro al mese per poter scaricare liberamente la musica,
l'industria potrebbe guadagnare 500 milioni di euro al mese, circa 26 miliardi
di euro l'anno".

Come cifre mi sembrano molto realistiche e difficilmente ci si potrebbe sottrarre ad un'offerta del genere. Io non ho mai creduto che i pirati del file-sharing fanno quello che fanno per il puro gusto di infrangere le regole ma per una vera e propria necessità economica e del resto un euro al mese per scaricare musica senza limiti potrebbe anche abbatere le ultime resistenze.
Scrivo tutto questo, ovviamente, perché gli stessi ragionamenti possono essere spostati sul piano cinematografico; l'industria del cinema sarà certamente la prossima a capitolare davanti all'impossibilità di attenuare il fenomeno pirata e inizierà ben presto a cercare soluzioni alternative (altro che cinema 3D). Sicuramente questa qui sarà la prima che prenderanno in considerazione.
(fonte: Repubblica.it)

16.1.09

Da oggi nelle sale: Appaloosa (anteprima RomeFilmFest2008)

Appaloosa di Ed Harris
(2008) USA

Forse non è un caso che durante l'incontro con la stampa Ed Harris ha fatto saltare ironicamente fuori il nome di Sarah Palin (all'epoca ancora in corsa) quando qualcuno ha messo in mezzo il termine "eroi". Perché il bellissimo Appaloosa sembra avere fra i tanti suoi punti di forza quello di ridare centralità ad un ruolo, quello maschile, che forse è stato fin troppo maltrattato nel recente cinema americano. E se al Festival di Roma sul versante Italia si puntava sulle lacrime virili di Favino, Ed Harris mette in scena invece un western tradizionale ed innovativo al tempo stesso (provare per credere) nel quale i personaggi maschili si prendono tutta la scena; un rapporto di amicizia virile destabilizzato solo dall'ingresso nella storia di una donna molto poco apprezzabile e responsabile di diverse nefandezze. Appaloosa è girato tutto sul rapporto tra i due protagonisti (lo stesso Harris e Viggo Mortensen, quest'ultimo in un'interpretazione bellissima in ogni sua componente: sguardi, voce, atteggiamenti) e sulla fine di un'era, quella del selvaggio west, che se da una parte mette via pistole e violenza, dall'altra concede l'ingresso in scena di una classe altrettanto selvaggia, quella capitalista (Appaloosa finisce laddove potrebbe iniziare Il petroliere di Anderson).
Lo sguardo di Harris regista è molto preciso: ricerca la fermezza della macchina da presa (le pochissime scene con macchina a mano, infatti, saltano subito all'occhio) pur avendo a che fare con una storia molto dinamica: ci sono i paesaggi da mostrare e la netta impressione è che non siano tanto gli uomini a cambiare quanto la terre intorno e di conseguenza le loro possibilità di scelta e di movimento (dove per movimenti non si intende andare dal punto A al punto B, ovviamente). C'è chi questo cambiamento lo assume pur non volendolo dare a vedere e chi invece ne prende atto ma preferisce sfuggirgli e portare avanti la propria esperienza su quegli stessi binari finchè dura.
Ecco allora che Appaloosa ritorna al presente pur sceneggiando un tempo e dei personaggi che non esistono più, volendo solo raccontare una storia dai ricchissimi momenti ironici fatta di personalità affascinanti e forti e tralasciando le implicazioni morali che per forza di cose saltano fuori; nel fare ciò Harris non riesce ad annoiare neanche un attimo stando ben attento a non far durare il film quella mezz'ora in più a cui un presunto autore di mestiere non avrebbe saputo rinunciare e mantenendo salda la regia anche nei momenti più statici.
*

14.1.09

Gomorra K.O.

La notizia dell'esclusione di Gomorra dai 9 film rimasti in lizza per approdare poi alla cinquina per la notte degli Oscar non mi ha sorpreso. Certo, avrei dovuto dirlo prima piuttosto che tirare a me la ragione adesso che il tutto è fatto, però le mie ragioni le avevo esposte in un articolo che ho ceduto ad una rivista e che non posso rendere noto qui finché non sarà pubblicato.
Ora come ora, però, mi va di dire che Gomorra non era film da proporre agli Oscar. Nel senso che se lo hanno proposto hanno certamente fatto leva su alcuni fattori che se da una parte rendono merito al film (vincitore a Cannes, ma anche Il Divo lo è stato) dall'altra scoprono logiche puramente commerciali; il motivo principe, sicuramente, è il libro di Roberto Saviano: best-seller tradotto in tutto il mondo, sicuramente un ottimo apripista al film che può farsi forza del "biglietto da visita" del libro. Ma nel concreto, cosa aveva Gomorra da offrire alla Academy Award? Io l'ho ritenuto un film bellissimo, poetico e coraggioso ma ho sempre detto che fra un'estetica alla Gomorra ed un'estetica alla Il Divo, avrei sicuramente spedito il secondo a concorrere per la statuetta (Il Divo sta ormai assumendo le forme dell'eterno secondo, anche se secondo me fra i due è sicuramente più bello il film di Sorrentino); non voglio neanche pensare che si sia voluto riportare ad Hollywood quel neorealismo che tante soddisfazioni ci ha portato ma che appartiene comunque al passato (fosse questo il motivo della scelta di Gomorra, significa che ci saremmo presentati per l'Oscar come nostalgici).
Inoltre, si dovrebbe andare a vedere se tutto questo entusiasmo che Gomorra ha suscitato nelle sale americane sia vero o sia stato gonfiato dalla stampa italiana. Ho letto che perfino Martin Scorsese ha organizzato proiezioni del film di Garrone per sostenerlo. Non abbastabza, evidentemente.

11.1.09

11/I/1999 - 11/I/2009

"...per chi viaggia in destinazione ostinata e contraria..."
Dieci anni. E si sentono tutti.

9.1.09

Masters of Horror (6) Anderson

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sounds like di Brad Anderson. Tutta l'esperienza televisiva di Anderson fa ben comprendere perché Sounds like risulti essere uno dei migliori Masters of Horror visti fino ad ora: per il suo essere conciso ed efficace, per la profonda panoramica di personalità che viene presentata in un così breve spazio, per l'idea mai troppo scontata di voler raccontare il lento delirio nel quale scivola il protagonista; soprattutto, lo stile con il quale tutto ciò viene trattato. I primi dieci minuti sembrano un episodio di X-Files proprio per quella capacità di inserirsi lentamente in una storia e in un atmosfera dai sapori cinematografici. La sensazione al termine della visione è di grandissima soddisfazione. A freddo, poi, forse si realizza che quanto visto è stato sì di grande impatto ma profondamente manieristico, quasi una prova d'esame per un diplomando di accademia cinematografica. Poco male: rimane comunque uno dei migliori episodi della saga. E il protagonista è Chris Bauer, attore che mi inquietò non poco all'epoca in cui sbucò da dietro la maschera del feroce aguzzino di 8MM.
*

8.1.09

Dexter Morgan e Miguel Prado

Torniamo a parlare di Dexter, uno dei serial più innovativi e cult del momento che conferma la sua tendenza: temi e personaggi ambigui che vogliono suscitare nello spettatore altrettanta ambiguità e dilemmi morali di non poco conto. Se la sfida delle prime due stagioni era l'identificazione del pubblico con il protagonista (un serial killer sociopatico) e con il suo subdolo codice che rappresenta soltanto la copertura del suo bisogno malato di uccidere, la terza stagione propone un approfondimento di questo gioco introducendo un nuovo personaggio: il vice procuratore Miguel Prado (interpretato dal mitico Jimmy Smits) che viene suo malgrado a conoscenza di Dexter Morgan e delle sue abitudini assassine. Il bello è che il vice procuratore non rimane disgustato da Dexter ma anzi ne subisce il fascino finendo per apprezzare la bugia che copre le azioni del protagonista: la presunta sete di giustizia. Ma così come per Dexter quello è solo un alibi, anche il meccanismo che muove Miguel Prado è dapprima un giustizialismo perverso che finisce nello sfociare in pura violenza. Ad un certo punto della serie, allora, diventa chiaro che il personaggio di Smits rappresenta il pericolo stesso che il personaggio di Dexter e la sua personalità borderline possono esercitare sul pubblico che guarda il serial. Miguel Prado siamo noi, noi che abbiamo avuto il coraggio di identificarci in Dexter e arrivare a giustificare le sue azioni e addirittura a tifare per lui quando rischiava di essere scoperto (vedi la seconda stagione), sottolineando come ciascuno di noi può trasformarsi in un feroce assassino coltivando scuse ed alibi che non servono a giustificarci agli occhi degli altri ma più ad essere in pace con noi stessi e ponendo al centro di tutto il rischio che comporta "aprire certe porte che poi è difficile richiudere".
Il successo di Dexter, infondo, gioca proprio sul talento degli autori di aver messo in scena un personaggio che in fin dei conti è un uomo che si sente solo, tagliato fuori dal resto del mondo, alienato e costretto a nascondersi per paura che il suo vero essere non possa essere accettato dagli altri. Sentimenti di esclusione che un pò tutti hanno provato nella propria vita.

7.1.09

Cofanetto italiano per David Lynch

La Rarovideo ha annunciato la pubblicazione in data tutta da definire (probabilmente tra marzo e aprile) di un cofanetto dedicato a David Lynch il cui contenuto di punta sarà l'esordio alla regia del regista, Eraserhead, di fatto un film mai pubblicato in vhs o dvd in Italia. Ad affiancarlo, la raccolta I corti di David Lynch che attraversa trent'anni di produzione dagli esordi sperimentali di Six Figures Getting Sick del 1966 a Lumière et compagnie del 1996 (di alcuni di questi ho già scritto qui) ed infine la serie Dumbland, cartone animato in 8 episodi realizzato per il sito davidlynch.com. C'è da sperare che la versione di Eraserhead sia quella recentemente rimasterizzata dal regista stesso per essere inserita nella momumentale Lime Green Box. Per ora il sito della Rarovideo non si sbilancia sul prezzo del cofanetto; in altri siti la cifra oscilla intorno ai 45 euro.
La probabile copertina è qui.

31.12.08

2008, per favore vai via!

Il 2008 è stato un anno tutto sommatto positivo. C'è stato un momento, all'inizio dell'anno, che sembrava ci fosse l'imbarazzo della scelta dei film da andare a vedere al cinema perché tutti di notevole qualità. Un'impressione che non ha tenuto negli ultimi due mesi del 2008, c'è chi dice a causa dello sciopero degli sceneggiatori che comincia a farsi sentire; a mio parere, invece, i veri danni dello sciopero li sentiremo nel 2009 (anno sul quale incombe lo sciopero degli attori e anche il notevole rischio che salti la cerimonia degli Oscar). E' stato anche l'anno della presunta riscossa del cinema italiano, con il successo a Cannes, il miglior attore di Venezia e i tanti complimenti piovuti su Caos Calmo, per citarne alcuni.
Ma siamo qui per fare una scelta e per quanto mi riguarda sono felicissimo di poter tornare a scegliere un film italiano come quello che più mi ha colpito nel corso dell'anno. E si tratta de Il divo, il film che per me ha rappresentato un'innovazione sotto ogni punto di vista e che ha definitivamente consacrato un autore originale come Sorrentino che ha ancora molto da dire. Ribadisco quello che ho scritto ai tempi della visione: fra qualche anno si potrebbe tranquillamente parlare di un prima e di un dopo Il divo nel cinema italiano contemporaneo. E' un'affermazione forte che nulla toglie all'altro bellissimo e grande successo italiano della stagione, Gomorra, ma ho già avuto modo di spiegare che fra i due preferisco il primo e in un pezzo pronto già da un pò ma in attesa di essere pubblicato prima altrove e poi qui ho cercato anche di spiegare il perché.
Il 2008 è stato fortunato sotto molti altri fronti: mi vien da pensare all'auto-remake di Funny Games, al grandissimo risultato finale de Il cavaliere oscuro (quello che avrei fatto meglio a scegliere come film più atteso del 2008 al posto di quel disastro di Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo); non sono mancate le delusioni come il mezzo passo falso di Shyamalan con E venne il giorno o il tonfo di autorevolezza di Verdone con il suo ritorno al passato (senza parlare dei tonfi nel settore cinema in generale, come l'avvento di Rondi a Roma, o le tragedie come la morte del giovanissimo Heath Ledger). Il problema, però, è che l'anno nuovo non sembra promettere nulla di buono. E allora preferisco non sbilanciarmi e puntare come scelta per il titolo più atteso del 2009 su qualcosa di extracinematografico e la cui attesa mi sta ormai dando le convulsioni: sto parlando della quinta serie di Lost.
Ovviamente, se volete dirmi le vostre scelte nei commenti le ascolto volentieri.
*
A tutti voi auguro un felice anno nuovo nel quale realizzare ogni vostra ambizione. E serenità, soprattutto serenità. Rubando gli auguri di un caro amico, per quanto mi riguarda... se il 2009 deve andare peggio, stiamo bene con quello che è passato!

30.12.08

Cloverfield

Cloverfield di Matt Reeves
(2008) USA

Non c'è riuscito The Blair Witch Project a cambiare le regole del cinema e non ci riuscirà neanche Cloverfield. Tirare in ballo il primo film è doveroso nel parlare del secondo perché entrambi sfruttano il medesimo espediente narrativo: la memoria di una videocamera viene ritrovata, guardando ciò che contiene scopriremo cosa quella videocamera ha inquadrato e cosa dunque ha distrutto New York, il tutto come se lo stessimo vivendo in prima persona e azzerando i presupposti finzione. The Blair Witch Project ovviamente aveva mezzi più modesti e si faceva forte solo dell'idea, Cloverfield non può contare sulla novità e allora utilizza la stessa narrazione aggiungendogli però una mole stupefacente di effetti speciali. Così il film di dieci anni fa era molto più sconvolgente nell'avvicinarsi al pubblico; la pellicola moderna invece non fa altro che mettere in scena il trito e ritrito attacco del mostro alla grande metropoli cercando però l'identificazione con il vissuto dei protagonisti. Certo, le similitudini non finiscono qui se si ricorda che The Blair Witch Project rappresentò anche uno dei primi e più riusciti tentativi di viral marketing, avviando la pubblicizzazione del film (e soprattutto la sua proposizione come documento realistico) molto prima dell'uscita nelle sale, stessa cosa che ha fatto anche il team di Cloverfield (c'è J.J. Abrams nel mezzo) ma soltanto per far sì che se ne parlasse il più possibile e dunque non cercando le stesse pretese del suo antenato. Insomma, il gioco è collaudato per quanto rischioso.
Alla pellicola di Reeves però non si può obiettare nulla essendo puro intrattenimento e realizzata con notevole efficienza, non facendosi mancare quello che è il sottofondo di poche ma buone pellicole catastrofiche degli ultimi anni: non l'evento in sé ma la reazione degli individui che lo affrontano. Non stupitevi quindi se avrete un brivido non tanto alla visione del mostro ma all'immagine di diversi idioti che piuttosto che scappare fotografano con il celluare le macerie della statua della libertà. Allo stesso modo, l'idiota che sta riprendendo con la videocamera ci dà modo di scoprire che cosa è successo a Manhattan ed ecco allora che rivaluteremo il nostro giudizio frettoloso sull'ossessione di digitalizzare tutto anche nei momenti peggiori, estremo tentativo di scavalcare la nostra mortalità. Non poco per una pellicola d'intrattenimento.

Tropic Thunder

Tropic Thunder di Ben Stiller
(2008) Usa/Ger

Sono lontani i tempi del cult Zoolander e anche se il regista è lo stesso Tropic Thunder si propone come un ampliamento di prospettiva molto più ambizioso e certamente più curato, laddove il primo era satira e divertita messa in scena e il secondo è satira ma anche cinema d'alto livello. Questo film, infatti, si può descivere come una parodia girata in maniera dannatamente seria che non sfugge all'obbligo delle citazioni cinematografiche (il genere, ovviamente, è quello di guerra) ma parallelamente porta avanti un discorso di decomposizione del cinema americano, una critica arguta e divertita dei meccanismi che vi imperano all'insegna del politicamente scorretto. Memorabile il dialogo di Robert Downey Jr. nel quale egli spiega a Stiller che al cinema un ritardato completo non può avere successo, mentre un ritardato che ha un minimo di qualità si guadagna premi a pioggia ("Sean Penn in Mi chiamo Sam. E' rimasto a mani vuote!"), suscitando anche un pochino di vergogna in noi spettatori che probabilmente tale logica la avvalliamo al botteghino. Ma va bene perché un fondo di verità si palesa come scrupolo di coscienza ed è questo il meccanismo alla base della satira di Ben Stiller. La parodia non si ferma solo a questo e incide con chirurgica cattiveria sugli attori dello star system ribaltando continuamente il punto di vista (il vero nero che rimprovera il finto nero di essere una ridicola macchietta si lascerà sfuggire un "che cavolo stai dicendo" di arnoldiana memoria, diventando così clichè di sé stesso) e trascinando con sé anche chi ad Hollywood si siede dietro le scrivanie del potere, concedendo così a Tom Cruise la breve ma fantastica interpretazione di un produttore villano e disposto a tutto.
Ben Stiller riesce con genuina intelligenza dove in molti hanno fallito: massacra il cinema americano molto più di autori metacinematografici andando a colpire dritto al cuore e senza mai smettere di fare cinema. Poco importa la stucchevole redenzione finale.

P.S. Tra gli autori dello script e produttore compare il lynchiano Justin Theroux, questa sì una bella sorpresa!

29.12.08

Slipstream - Nella mente oscura di H.

Slipstream di Anthony Hopkins
(2007) USA

Uno sceneggiatore cinematografico vede materializzarsi nella realtà i personaggi del suo ultimo copione e nel contempo si ritrova a vivere nel copione stesso, cominciando a confondere realtà ed immaginazione fino alle estreme conseguenze. Tutta qui la trama del terzo film da regista di Hopkins; il problema è come questa trama viene narrata e sviluppata. Manco si fosse calato un intero carico di anfetamine, il signor Hopkins realizza una regia mostruosamente complessa ed esagerata, utilizzando tutti gli effetti possibili e compiendo soprattutto un lavoro di montaggio che continua a sovrapporre immagini e suoni. Molti critici hanno scomodato il nome di David Lynch: si tratta di capire se questi critici non hanno capito nulla di Lynch o del film di Hopkins. Fatto sta che l'unico elemento in comune tra i due è l'uso del digitale, per il resto l'attore qui in veste di regista si prende tutte le libertà che vuole, esagerando e non curandosene. Infatti il risultato finale è un pasticcio bello da vedere ma che non lascerà traccia alcuna né nella storia del cinema né nei progressi che riguardando l'uso del digitale sul grande schermo. L'unica nota rilevante è il pesante lavoro di fotografia che abbellisce di molto la storia psicopatica scritta dal regista stesso.
Ci si dovrebbe chiedere, più che altro, il perché di questo film, cosa ha spinto Hopkins a volerlo scrivere, dirigere, recitare e comporne le musiche. Un tale sforzo dovrebbe verificarsi solo quando si ha qualcosa di forte da dire o qualcosa di rivoluzionario da proporre sul metodo narrativo. Slipstream mi sembra che fallisca su entrambi i fonti, pur riconsocendo personalmente l'onore delle armi al grande Hopkins che alla sua età almeno dimostra di non volersi fossilizzare e ci mette sia la faccia che il nome. Magari ad una seconda visione mi ricrederò, per ora questo film non mi ha lasciato nulla di valido.

28.12.08

Gone Baby Gone

Gone Baby Gone di Ben Affleck
(2007) USA

Come molti attori al loro esordio dietro la macchina da presa, anche Ben Affleck decide di raccontare una storia che ha le sue radici profondamente radicate nella città dove è cresciuto, tirando in ballo le origini e il proprio background. E per andare ancora di più sul sicuro sceglie il fratello come protagonista, anche lui bostoniano di prima scelta. E' la storia narrata, piuttosto, la vera sorpresa che è sì fortemente radicata sul territorio ma assume connotazioni facilmente universali, offrendo diversi spunti e non prendendo una direzione univoca. Il film pone al centro dell'attenzione i dilemmi morali che affliggono Casey Affleck e le verità che riesce a far emergere durante le sue indagini, verità che di volta in volta lo mettono davanti ad una scelta da compiere e ciascuna di queste gli costerà sempre un prezzo più o meno alto. Ciò che di sano sceglie di fare il regista alla sua prima prova è di non fornire tutte le risposte ad ogni domanda ma lascia che siano i personaggi con la loro dialettica e le loro azioni a mettere in campo tutte le possibili soluzioni, costringendo lo spettatore a spostare più di una volta le sue simpatie e mettendolo nella posizione non facile di vedere con i propri occhi come non sia tutto o bianco o nero nella vita. Forse il successo di Affleck è stato proprio questo: non scegliere una storia facile, non offrire subito un punto di vista forte e chiaro ma lasciare che ad emergere fossero tutti i suoi dubbi e le sue perplessità sul mondo. Salta all'occhio, comunque, che gran parte della riuscita del film è da addebitare all'ottima fotografia che restituisce vividamente i reali luoghi delle riprese e al prezioso contributo di ogni elemento del cast. Ma va dato atto a Ben Affleck di aver realizzato un'opera perfettamente incastrata in quell'ottica di cinema contemporaneo americano che sta dando le maggiori soddisfazioni, in un perfetto equilibrio fra classico e moderno, con un risultato apprezzabile e di tutto rispetto che avrà suscitato certamente l'invidia di numerosi colleghi.

27.12.08

Da oggi la lista dei film riportati sul blog è in ordine alfabetico. Avendo lasciato fare tutto al sistema automatizzato di blogger, articoli a precedere il titolo e quant'altro vengono calcolati ai fini dell'ordine alfabetico.

The Mist

The Mist di Frank Darabont
(2007) USA

In un episodio de I Griffin, Stephen King veniva rappresentato come uno scrittore talmente ripiegato su sé stesso da trasformare qualsiasi oggetto in una minaccia per l'uomo pur di continuare a scrivere. Ho pensato a questo quando ho letto la trama di The Mist: un gruppo di persone rimane bloccata all'interno di un supermercato mentre fuori una fitta nebbia avvolge e uccide tutto ciò che incontra. Tralasciando ogni giudizio sul racconto scritto visto che qui si sta parlando del film, la buonissima resa della pellicola è da attribuire tutta a Darabont che si è occupato anche della scenegiatura. Darabont, si sa, ha già tratto ottimi film da alcuni dei migliori romanzi di King (Il miglio verde, Le ali della libertà) ma sembrava tenersi lontano dalle venature più horror dello scrittore americano. Stavolta sceglie quella via e va fino in findo: The Mist è un concentrato di tensione come non se ne vedevano da tempo, un abilissimo esempio di regia che vuole tenerti incollato alla sedia e con il cuore in gola fino alla fine. A guardar bene il film, si intuisce che Darabont ha ottenuto tutto ciò concentrandosi soprattutto sul nutrito gruppo di protagonisti, sulle loro paranoie e le loro debolezze, mettendo in scena quello che un pò tutti sappiamo ma che quando vediamo ci fà rimanere scossi: gli uomini, quando vengono terrorizzati e piegati dalla paura, farebbero di tutto pur di salvarsi e si affiderebbero a chiunque se questi gli promette la salvezza. Ogni riferimento a persone ed eventi accaduti negli ultimi anni in America come nel resto del mondo è, credo, per nulla casuale. Ecco, allora, che la macchina da presa non si allontana mai dai protagonisti, gli si incolla addosso cercando di cogliere ogni loro dolore, ogni loro spavento e sposta la sua attenzione sui 'mostri' solo quando le esigenze della sceneggiatura lo richiedono, sfruttando al massimo lo spazio ristretto dove si concentra l'azione e riportando fedelmente sullo schermo dei caratteri così complessi ma intuitivamente così facili come solo King sa descrivere. Darabont, alla fine, vuole andare oltre a ciò che King ha scritto e mette in scena un epilogo di suo pugno davvero disturbante, un atto agghiacciante e disperato, un finale cupo e nero come in America spesso non osano. Nessuna concessione alla speranza.
Non c'è da stupirsi, allora, se ancora una volta sono le allegorie più spietate a far emergere gli errori della società contemporanea: già The Village si era imposto come una delle migliori esposizioni sull'America post-11 settembre e The Mist non fà eccezione. Mi sembra, questa, la grande differenza tra il cinema americano e quello europeo: i primi preferiscono girare intorno alle cose e metabolizzarle a suon di parabole, in Europa si preferisce mettere in scena ciò che si vuol dire. Non sto dicendo che un metodo sia migliore dell'altro ma determinare quale approccio utilizzano diverse culture mi sembra faccia emergere pregi e difetti di una e dell'altra. Magari di questo torneremo a parlare.

26.12.08

Birth - Io sono Sean

Birth di Jonathan Glazer
(2004) USA

Una sorpresa nel mare magnum delle produzioni cinematografiche USA, Birth è colpevolmente passato sotto silenzio probabilmente per il tema narrato ma soprattutto per l'approccio scelto dal regista, semplice ed impetuoso al tempo stesso, volontà di farsi sentire dietro ad ogni inquadratura, non per questo molesto ed invadente nei confronti dello spettatore. Glazer racconta una storia difficile e surreale che è riuscitissima innanzitutto grazie all'intenso lavoro degli attori (su tutti, si staglia manco a dirlo Nicole Kidman ma il regista è notevole anche nel dirigere il piccolo Bright) ma soprattutto per le scelte di direzione che non inquinano neanche per un attimo le difficoltà del racconto ma anzi lo arricchiscono di elementi essenziali, come ad esempio l'utilizzo del commento musicale o il coraggio di rimanere per più di due minuti sul primo piano fisso della protagonista in un momento cruciale del film. Birth ha un risultato finale dignitosissimo innanzitutto perché si lega fortemente ad un'idea di cinema contemporaneo che vuole concedere ben poco al classicismo e tenta non poche sperimentazioni. Mi ha sorpreso più che altro come il giovane Glazer ricordi in molti momenti un altro regista a lui contemporaneo (sì, sto pensando a Shyamalan) e come il lavoro di quest'ultimo stia già iniziando a fare proseliti. Anzi, mi ricordo un'intervista a Shyamalan in cui diceva: "vorrei fare un film su un elemento della mia cultura indiana, la reincarnazione, ma già immagino le sale cinematografiche deserte." Glazer, dal suo piccolo, ha avuto più coraggio senza ottenere un notevole successo. Gli va reso comunque l'onore di aver realizzato un prodotto non facile e il cui risultato finale non è per nulla scontato, dove riesce a tirare avanti anche un discorso sull'illusione di certi sentimenti e come questi riescano ad influenzare la nostra vita, nel bene e nel male. Non facendosi mancare l'idea di un finale teso che non spazza via tutti i punti interrogativi.

23.12.08

Caos Calmo

Caos calmo di Antonello Grimaldi
(2007) Ita\Uk

Ci sono emozioni nella vita forti a tal punto da lasciarti senza la minima reazione. O una minima idea di come dover reagire ad un forte dolore, a qualcosa che ti travolge e la insensata razionalità di lasciar tutto correre, di fermarsi un momento a pensare, di ricominciare a scoprire come si fa a vivere. Trovare un posto su di una panchina non è cosa da tutti, prendersi una pausa e dedicarsi completamente alla consolazione di qualcuno, tralasciando volutamente che in realtà si cerca consolazione per sé stessi. E tutt'intorno una sarabanda di personaggi, individui, uomini e donne, ciascuno con il proprio dolore e ognuno di loro in cerca di una risposta, che sia questa un sorriso, uno schiaffo o un abbraccio. Un uomo che perde una moglie, una figlia che perde una madre; tutt'intorno il mondo non si ferma, continua a girare perché "i topi non avevano nipoti" e c'è' sempre qualcuno convinto di star soffrendo più di te, come se il dolore avesse sfumature e distinzioni, come se esistesse un grado di separazione tra ciò che è sopportabile per qualcuno ed insostenibile per qualcun'altro. Come non ricordare Totò: "siamo tutti uguali davanti alla morte", che non significa solo che siamo tutti accumunati dal nostro essere mortali ma anche che siamo tutti minacciati nella nostra dignità davanti al dolore. L'unico modo che abbiamo per sopravvivere è non lasciarci sopraffare da ciò che non possiamo gestire, non lasciarsi terrorizzare da ciò che non possiamo evitare perché altrimenti si smette di condurre una vita per sé e per gli altri come è giusto che sia. C'è ben altro intorno a noi, c'è la necessità di ritrovarsi in un microcosmo che è il nostro mondo, c'è la carne a ricordarci che siamo vivi, c'è una panchina metafora della tana di cui tutti hanno bisogno, c'è una mattina di bianco innevata che è esplosione dei sensi e lacrime liberatorie. E' un caos che è calmo.

22.12.08

Sfida senza regole

Righteous Kill di Jon Avnet
(2008) USA

Nella incredibile quantità di letame che è stata tirata addosso a questo film ai tempi della sua uscita, ricordo di averne letta una in particolare: che il film non solo era brutto ma che era pure recitato male! Come se fosse possibile che De Niro e Pacino possano recitare male. E infatti non è vero e probabilmente chi lo ha scritto era talmente toccato dalla grande delusione di questo film da volerne scrivere tutto il male possibile. Il bello è che la presenza dei due giganti mi ha dato da pensare esattamente all'opposto e cioè che probabilmente il film non funziona perché è sbagliata proprio la scelta dei protagonisti: due mostri sacri del genere sono totalmente sprecati per un film dal ritmo talmente serrato da diventare stancante e con un plot narrativo di cui si intuisce la fine dopo dieci minuti dall'inizio. E anche se ci provano in tutti i modi a dare un certo spessore ai protagonisti ed alle loro motivazioni, probabilmente il loro tentativo viene affossato dalla regia superficiale di Jon Avnet, uno che di certo non ha un granchè di carriera di cui vantarsi e che trasferisce tutta la sua esperienza televisiva sul grande schermo così com'è, non tentando dunque una fusione tra le regole dei due mezzi.
Risultato: la coppia recitativa tanto attesa alza gli standard che ci si aspetta dal film, il regista non ha evidentemente una storia personale per reggere le aspettative. La catastrofe era dietro l'angolo, l'hanno evitata per un pelo ma giusto fermandosi nella mediocrità di certo cinema contemporaneo.
Nota a margine: l'attuale doppiatore di Robert De Niro è un cane sciolto, va riportato nei ranghi perché rende ancora più sopra le righe la recitazione dell'attore che già ci mette un bel pò di suo!

21.12.08

FWWM - Le scene eliminate

Se ricordate la notizia della pubblicazione dello script di Fuoco cammina con me, unica via per conoscere le scene eliminate del film e sapere con certezze se queste siano state o meno girate, sappiate che la terza parte è on-line.
Non appena la quarta parte sarà resa nota, ve ne darò notizia.

19.12.08

La bussola d'oro

The Golden Compass di Chris Weitz
(2007) Usa\Uk

La bussola d'oro si candida al ruolo di peggior riduzione cinematografica di un libro fantasy da un bel pò di tempo a questa parte. Certo, dopo Il Signore degli Anelli lo standard si è alzato e il genere è stato abusato (e segnato) ma rode parecchio vedere un bel romanzo non dico tagliuzzato di tante parti ma completamente svuotato del suo senso e delle tematiche che vuol trattare. Per fare un paragone moderno, immaginate che si prendano i protagonisti dalla serie Twilight per trasportarli sullo schermo come normali adolescenti senza le caratteristiche vampiresche (faccio questo esempio non a caso, visto che è stato fatto il nome di Weitz per il sequel dei vampiri). La bussola d'oro fa più o meno questo: ha preso il primo tomo della trilogia 'Queste oscure materie' ed ha completamente eliminato tutto il discorso "fede contro ragione, ateismo contro deismo" per narrare in maniera frettolosa e confusa la storia di una ragazzina che gira il mondo in 48 ore (o almeno questa è stata la percezione del tempo che mi ha consegnato il montaggio della pellicola). Via tutti i paralleli tra la chiesa e il suo desiderio di controllo e di censura, via il dramma di uomini di scienza privati della loro libertà e governati da una sottile teocrazia; solo azione ed avventura e personaggi tratteggiati con una superficialità tremenda, tra una Kidman che regge bene il gioco nel ruolo della perfida Mrs. Coulter e un Daniel Craig che appare per 5 minuti (il suo personaggio nel libro è il perno dell'intera storia, ma qui hanno completamente tagliato il finale nel quale era assoluto protagonista).
La trilogia 'Queste oscure materie' è un attacco ai dogmi delle istituzioni religiose e alla loro pericolosità. Il film è un intrattenimento per ragazzini riuscito pure male, adattato alla meno peggio e pessimamente rifinito. Peccato, è stata un'occasione sprecata.

17.12.08

Masters of Horror (5) McKee, Hooper

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Sick Girl di Lucky McKee. L'episodio gioca in maniera esplicita con la doppia valenza delle storie horror fin dal titolo: l'etichetta di 'ragazza malata' è affibbiata alla protagonista a causa della sua insana passione per gli insetti che influenza perfino la sua vita sociale, ma lei è anche omosessuale e c'è chi la giudica 'malata' proprio per questo. Ecco allora che tutta la storia si muove su questi due binari, dove le venature horror si intrecciano continuamente con l'umiliazione e la redenzione delle protagoniste non facendosi mancare continue sfumature ironiche e anzi servendosi di queste per non appesantire l'intreccio. Il risultato è uno dei migliori episodi della serie, ottimamente recitato e costruito, che non propone solo domande ma nel finale esprime un giudizio ed una risposta ai temi di fondo.
Dance of the Dead di Tobe Hooper. Il navigato Hooper prende in giro lo spettatore per tutto il tempo facendogli credere che un 'anziano' regista come lui non può che implacabilmente condannare a morte la gioventù americana così sprezzante nei confronti dei valori di convivenza civile, salvo poi ribaltare completamente il punto di vista addossando alla vecchia generazione tutte le colpe di un presente devastato. Le atmosfere post III guerra mondiale e della battaglia batteriologica che l'ha caratterizzata sono affascinanti e ben costruite, fra l'altro con un occhio per nulla antico ma molto moderno. Co-protagonista speciale dell'episodio un Robert Englund gigione e disgustoso al punto giusto, ad esempio quando si fa praticare sesso orale da una non-morta!
*

6.12.08

Ve lo meritate Beppe Grillo!

Che Cineblog.it, piaccia o meno, è il blog di cinema più letto in Italia è un fatto. Che la stragrande maggioranza dei blogger italiani sono provinciali e invidiosi di questo primato è un fatto. Altrimenti non si spiegano i commenti alla recensione di Australia, carichi oltre misura di un certo livore che ben presto sfocia nella più becera stupidità ed insensatezza.

5.12.08

Stasera andiamo al cinema on demand?

Prima o poi doveva succedere pure in Italia (per fortuna) e non mi stupisce che sia la Fandango a proporsi come casa di produzione che precorre i tempi. Stiamo parlando del primo caso di cinema on demand in rete contemporaneamente alla sua uscita nelle sale: Fandango e Fastweb hanno rggiunto un accordo grazie al quale la prima offre alla seconda film che oltre ad essere in giro per i cinema italiani potranno anche essere visti direttamente in rete previo pagamento. Per la Fandango è un modo per dare maggiore spazio a film piccoli che soffrono di una distribuzione ridotta e di un battage pubblicitario marginale, per Fastweb è una possibilità di testare il primo grande esperimento di riduzione dell'intervallo tra uscita nei cinema e disponibilità a noleggio o in vendita.
Ovviamente che si punti su film di nicchia è anche sintomo di quanto timidamente non si vogliano sprecare film di grande richiamo per un mezzo come internet che fà ancora molta paura al mondo del cinema. Inutile anche avviare la solita analisi dell'avanzata di internet sugli altri media perché ormai sono cose note a tutti tranne ai professionisti del settore.
I film in questione, comunque, sono Diari di Attilio Azzola e Deep Water - La folle regata di Rothwell ed Osmond; gli utenti Fastweb possono vederlo sul computer o direttamente sul televisore attraverso il decoder a 4,99 euro.

2.12.08

David Lynch si dà da fare!

Periodo di grande operosità per David Lynch.
E' uscito già da qualche tempo in America l'attesissimo Lime Green Box, un cofanetto prodotto e curato dallo stesso David Lynch che riunisce in 10 dvd alcune pellicole e opere extracinematografiche del regista rimasterizzate per il formato digitale (Eraserhead, The Short Films of David Lynch, The Elephant Man, Velluto Blu, Cuore selvaggio, Dumbland, Industrial Symphony Vol. 1.); a queste si affiancano il disco con la colonna sonora rimasterizzata di Eraserhead con una bonus track e un disco di soli extra per The Elephant Man con contenuti inediti. La vera chicca di questa proposta è il disco numero 10, precedentemente annunciato come il 'Mistery Disc' poichè i contenuti sono stati secretati fino alla pubblicazione. Adesso sappiamo cosa contiene: una presentazione dello stesso Lynch al disco; ben 32 scene inedite eliminate da Cuore selvaggio (delusione per chi si aspettava la scena completa della cruenta e perversa uccisione di Stanton da parte della Zabriskie; evidentemente i famosi contenuti violenti della scena sono rimasti solo sulla carta e mai realmente girati); la serie di due episodi Out Yonder con Lynch protagonista insieme a suo figlio Austin; un nuovo montaggio in 4 episodi della serie Rabbits; una serie di esperimenti in cortometraggi del regista realizzati nell'arco della sua carriera e mai resi noti (Hollyshorts Greeting del 2008, 16mm girato tra il '67 e il '68, Absurd Encounter with Fear del 1967, Twin Peaks Festival Greeting che è una sorta di omaggio del regista al festival annuale dedicato alla serie ma che svela parecchie connessioni ad esempio tra il pavimento di Ereserhead e la Red Room di Twin Peaks, Fictitious Anacin Commercial che risalirebbe al periodo pre-Eraserhead, Scissors presentato per l'anniversario di Cannes, A real indication che è un videoclip girato con Angelo Badalamenti per l'omonima canzone). In tutto questo, anche un libretto con svariate foto inedite.
E' ragionevole pensare che il grande sforzo profuso per questo cofanetto autoprodotto dalla Absurda faccia da apri pista per ciò che i fan aspettano ormai da anni, ovvero le famose scene inedite di Fuoco cammina con me. A tal proposito, nuove dichiarazioni di David Lynch fanno ben sperare: "il film è di proprietà della MK2 in Francia. Ho parlato con loro diverse volte negli ultimi tempi. Credo che la pubblicazione di quelle scena avverrà ma non saprei dire quando, l'attuale crisi economica potrebbe incidere sui tempi. So per certo che ci dovrebbero essere almeno 17 scene inedite da editare." Si può sperare, insomma.
In tutto questo, il buon Lynch sta trovando il tempo di preparare un lavoro commissionato da Cartier (una sorta d'installazione per il Miami Art Basel), sta portando avanti il progetto di una web-serie per il suo sito ispirato al suo libro sulla Meditazione Trascendentale e infine ha deciso pure di sposarsi in febbraio. Per la quarta volta! La nuova fortunata è Emily Stofle. Se non ricordate chi è, potete dare un'occhiata a INLAND EMPIRE oppure pensare a dove l'avete già vista in compagnia di Lynch.

1.12.08

1 dicembre:giornata mondiale contro l'Aids

30.11.08

Masters of Horror (4) Gordon

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Il fatto che due degli episodi migliori visti fino ad ora siano entrambi diretti dalla stessa mano un pò mi sorprende. Il regista in questione è Stuart Gordon (quello di Edmond con William H. Macy) che in occasione dei Masters ha adattato due degli autori più famosi ed amati del genere horror.
H.P. Lovecraft's Dreams in the Witch-House di Stuart Gordon. In questa occasione, lo spunto è di trasportare una storia di Lovecraft nell'era moderna e la sfida è riuscitissima. L'episodio ha un ritmo serratissimo, tira in ballo parecchi dei personaggi stereotipi del genere ma senza trasformarli in macchiette, bensì sistemandoli ciascuno al loro posto (e ad un certo punto salta fuori pure il Necronomicon). Gordon, poi, gioca parecchio con il citazionismo e tira le fila dell'intera storia mantenendo alte le suggestioni e promettendo notevoli sobbalzi sulla sedia. Infatti si perdonano generosamente alcuni buchi di sceneggiatura.
The Black Cat di Stuart Gordon. Il regista aveva già mostrato interesse per Edgar Allan Poe nella sua carriera cinetamografica e coglie l'occasione per giocare con la figura dello scrittore e mettere in scena il classico gioco del famoso personaggio d'arte che trae ispirazione e salvezza dalle sue patologie. Ecco che l'alcolismo e i deliri allucinatori di Poe, allora, diventano la base delle sue storie; Gordon riesce a creare un'atmosfera bellissima e ricercata, nella quale spiccano un paio di sequenze davvero notevoli (la crisi artistica di Poe che lancia il paragone tra la peste bianca che sta uccidendo sua moglie e la peste bianca/blocco dello scrittore che sta uccidendo sé stesso, oppure il delirio che lo coglie durante il funerale) e dove dimostra tutta la sua eccellenza nel creare suggestioni che lasciano il segno. La storia non è il massimo dell'originalità ma il risultato finale è parecchio sopra la media dei Masters of Horror visti fino ad ora.
*

26.11.08

All'arrembaggio!

La notizia potrebbe essere storica: per la prima volta nella vita di una grande etichetta discografica, le vendite in supporto digitale via internet hanno superato quelle dei supporti tradizionali come cd e dvd. La Atlantic Records del gruppo Time Warner ha infatti reso noto che il fatturato dell'ultimo anno è costituito dal 51% di vendite musicali attraverso supporti digitali comprati in rete. Una svolta che ai più potrebbe apparire come il definitivo sorpasso su supporti considerati ormai antichi, destinati a scomparire ben presto. Eppure i risultati complessivi della Atlantic non fanno ben sperare: è vero che le vendite digitali spopolano ma è vero altrettanto che se il ritmo di questo commercio si confermasse così com'è, il fatturato totale annuo del 2013 sarebbe comunque inferiore di circa un miliardo rispetto al 2008 (di ben cinque, invece, se viene considerato il 1999 come riferimento). E allora che fanno le etichette discografiche? Tagliano costi, soprattutto in materia di videoclip promozionali e campagne pubblicitarie a sostegno degli album in uscita.
La notizia è di interesse anche per il campo cinematografico, anche questo un commercio che cerca di fronteggiare la crisi provocata dalla pirateria in rete mettendo a disposizione cataloghi in formato digitale e scaricabili previo pagamento (c'è chi fa di più: il dvd doppio di The Dark Knight in uscita il 4 dicembre contiene anche una 'copia digitale' per vedere il film su pc o supporti alternativi). Ma se la tendenza analizzata dalla Atlantic dovesse confermarsi, significherebbe che la maggioranza degli acquirenti preferirebbe comprare su internet ma che i pirati del peer-to-peer continuerebbero per la loro strada non contenti di poter scaricare legalmente i film ad un prezzo ridotto. Sembra che i limiti al totale consolidamento della vendita digitale siano sempre gli stessi, fra i quali spicca l'impossibilità di disporre del file acquistato liberamente, per esempio per trasferirlo o copiarlo.

24.11.08

Frames: Twin Peaks

(Chi conosce la storia di questo fotogramma, conosce la storia di Twin Peaks)

23.11.08

Ipse dixit

"Coriacea e affusolata come un cipresso."
Mario Sesti su Angelina Jolie in Changeling, da FilmTv

"Massimo Boldi è meglio di Nanni Moretti, almeno il primo fa ridere!"
Mara Carfagna (Ministro per le pari opportunità) da Repubblica.it

22.11.08

Riusciranno i nostri eroi...?

Se qualcuno aveva ancora dubbi sul fatto che buona parte dell'industria cinematografica hollywoodiana mira solo alla soddisfazione dello spettatore e al suo totale intrattenimento, adesso può stare tranquillo. La notizia è che il prestigioso Mit, il famoso centro di ricerca situato nel Massachussetts, aprirà nel 2010 (ma i lavori di ricerca iniziano fin da adesso) un nuovo centro di studio sulla narrazione del futuro, battezzato Center for Future Storytelling. Finanziato da nomi importanti dell'industria cinematografica americana, l'obiettivo del centro sarà analizzare i metodi narrativi del futuro dando per scontato che quelli classici (inizio, sviluppo e conclusione) sono destinati a scomparire a causa della grande invasione di interrattività nel nostro quotidiano, invasione che scatenerà sempre di più la voglia dello spettatore ad interagire con la storia; uno studio, dunque, che coinvolge anche l'analisi delle più recenti tecnologie (non escluse quelle per scaricare dalla rete) per non lasciarsi travolgere dall'avanzare del futuro. Il sito del centro promette "applicazioni tecnologiche per rendere le storie sempre più aperte all'improvvisazione e sociali, ed i ricercatori punteranno a far diventare il pubblico maggiormente protagonista della narrazione". Al centro della questione "l'abitudine sempre più diffusa dell'utente ad interagire di persona nel processo narrativo, con contenuti autoprodotti" spiega Kirkpatrick, uno dei finanziatori.
Purtroppo l'industria del cinema è anche commercio e c'è posto per tutti, sia per l'intrattenimento che per gli autori, anche perché molto spesso sono i primi a permettere ai secondi di esistere. Ma questa deriva 'interattiva' ha un qualcosa d'inquietante che non rassicura non tanto sul futuro quanto sul presente.

19.11.08

Masters of Horror (3) Carpenter, Medak, Holland

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Pro-Life di John Carpenter. Il regista, come ha spesso fatto nella sua carriera, la butta in politica e imbastisce un episodio dal ritmo serrato e che, unico fra quelli visti fino ad ora, si sforza di seguire l'unità di luogo, azione e tempo (una regola che andrebbe sempre tenuta ben presente in televisione). La storia se la prende con il fanatismo religioso che spesso sfocia nella violenza e nel bagno di sangue (se a noi la storia ci pare estranea, in America le aggressioni ai medici abortisti sono tristemente frequenti) ma il risultato finale non mantiene le aspettative: dopo un pò la tensione splendidamente imbastita ad inizio episodio inizia a scemare e l'intelligenza della storia con lei.
The Washingtonians di Peter Medak. Oltre a Family, anche questo episodio diretto da Medak la butta sulla satira; ma se Landis andava molto più sul sottile per non forzare il gioco, la storia di Medak è molto meno velata e continuamente critica nei confronti dell'amministrazione Bush. Peccato che nel fare questo utilizzi una trama completamente sopra le righe, volutamente grottesca ma senza veri e propri spunti horror (se non i banchetti cannibali che però arrivano parecchio dopo i momenti farseschi, perdendo dunque tutta la loro capacità 'gore') e che cerca la risata a tutti i costi. Una ricerca di svolta satirica che non è certo estranea al genere horror ma che qui finisce con l'essere eccessiva ed infruttuosa. L'ultima scena (quella del presidente sulla bancanota) strappa la risata più bella di tutte, svelando così il vero tono dell'episodio.
We all scream for ice cream di Tom Holland. Un evidente omaggio al cinema horror anni '80, quello fatto di storie bizzarre che cercavano il mostro dietro le figure più paciose (qui hanno $unito clown più venditore di gelati), alla stregua della ricerca che c'è oggi di trovare il mostro dietro ogni apparecchiatura tecnologica. Ma anche se l'episodio non è certo un successo di regia e che lo spunto iniziale strappa più di una risata involontaria, siamo davanti a tutto un campionario di citazioni e strizzatine d'occhio a quel decennio in cui l'horror (tranne alcune eccezioni) divenne ferocemente pop. Non un grande periodo ma l'episodio è un omaggio sincero e smaliziato e quindi, dal mio punto di vista, riuscitissimo.

Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone - Tsuruta, Landis
Continua...

16.11.08

Il sostituto sarà un giovane virgulto...come Rondi!

Che il presidente della Provincia di Roma avesse polemizzato con Gian Luigi Rondi perché a fine festival ha ringraziato solo il sindaco Alemanno come sponsor politico (dimenticandosi degli altri partner, come Provincia e Regione...) lo sapevo. Quello che mi è sfuggito o è passato sotto silenzio, questo magari me lo direte voi, è che a fine festival si sono dimessi due direttori di sezione che erano nel comitato fin dalla nascita della manifestazione, Giorgio Gosetti e Teresa Cavina (responsabili della sezione Cinema 2008, cioè la più importante perché ufficiale ed in concorso) che "hanno denunciato uno snaturamento del progetto originale della festa". Per ora di più non mi è dato sapere ma se per snaturamento del progetto originale intendono l'evidente allontanamento del pubblico dalle iniziative che c'è stato quest'anno e che era il motivo principe della Festa del Cinema, allora hanno tutto il mio appoggio perché hanno ragione da vendere.

15.11.08

Masters of Horror (2) Tsuruta, Landis

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Dream cruise di Norio Tsuruta. Vuoto di ogni qualsivoglia logica narrativa, recitato male, diretto peggio, noiosissimo, l'episodio di Tsuruta è un insulto all'intelligenza dello spettatore. Banale oltre ogni immaginazione (dopo 5 minuti si è già capito dove si andrà a parare, finale compreso!) ha il suo culmine nella ridicola ricerca di atmosfere claustrofobiche. Imperdonabile.
Family di John Landis. Il migliore degli episodi visti fino ad ora, un piccolo gioiello di costruzione tecnica, lucidissimo nel raccontare la mente perversa di un serial killer e del suo perfetto inserimento nella brillante vita americana moderna (staccionata bianca e giardino non potevano mancare). Arricchito perfino da qualche sottotesto satirico, Family ha pure il pregio di condurre lo spettatore ad un punto prevedibile per poi sorprenderlo con un notevole colpo di scena che, più che destabilizzare, vuole giocare ancora una volta con l'ipocrisia della società contemporanea. A questo punto bisognerebbe riflettere sul fatto che uno dei migliori episodi è stato realizzato da un autore che non si può certo etichettare come regista horror; i suoi colleghi, forse, dovrebbero imparare come farsi ingabbiare in un genere non sia molto salutare. Mantenere la distanza è il miglior modo per osservare ed imparare.

Continua...
Già visti gli episodi di: Carpenter, Argento, Malone

13.11.08

Le foto di Lynch a Roma

Luca mi segnala l'approdo di questa mostra ad Honk Kong. La sua mail mi fa tornare in mente che mi ero impegnato a vedere la mostra fotografica di David Lynch a Roma duranteil Festival. Ed effettivamente ci sono stato ma poi non c'ho scritto due righe. Perché? La mostra erano 30 fotografie sistemate 'alla meglio' in una stanza piuttosto abbandonata a se stessa e con un sottofondo sonoro non molto adeguato a Lynch. In più, le 30 foto mi hanno lasciato se non perplesso comunque indifferente: tutte in bianco e nero, tutti dettagli di corpi femminili nudi o fabbriche spesso abbandonate (a volte il dettaglio era così stretto da rendere di difficile comprensione la parte anatomica inquadrata). Sarà che non ho gli strumenti per capire una cosa del genere, le 30 foto non mi sono piaciute granchè e di certo non mi sentivo di consigliare la visione della mostra. Ben altra cosa mi sembrò l'allestimento The Air is On Fire nato in Francia e arrivato anche da noi un pò di tempo fa ma quello l'ho potuto ammirare solo da lontano.

11.11.08

The Nirvana Boy

La copertina di Nevermind dei Nirvana del 1991 è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo. Oggi 17enne il protagonista di quella foto, Spencer Elder, rende omaggio alla copertina che gli ha donato un discreto successo (stavolta, però, senza nudità). La storia la trovate nel link al termine del post.(da Corriere.it)

8.11.08

Dio, patria e famiglia

Stavo pensando di buttare giù due righe per riflettere sulla facilità con cui si era annunciato il grande ritorno del cinema italiano (?) grazie a due film come Gomorra e Il divo ma Nanni Moretti ha sintetizzato in una sola frase quello che avevo in mente: "chi dice che è il rinato cinema italiano, o quello d'impegno. In realtà sono film a coronamento di due autori". E la frase mi sembra così lampante che non mi sembra neanche il caso di approfondire. La dichiarazione è saltata fuori durante l'ennesima polemica nella quale Moretti è stato tirato e che la dice lunga sullo stato di salute del cinema italiano. Il regista de Il caimano, stavolta, è stato accusato di antipatriottismo e di eccessiva esterofilia (sic) perché nella sua seconda edizione del Festival di Torino non c'è manco un film italiano nelle sezioni principali: "abbiamo scelto semplicemente i film che ci piacevano di più. Ne abbiamo visto molti, ma non ci è sembrato di trovare quello adatto. L'anno scorso avevamo inventato la sezione Panorama italiano, quest'anno non c'è. È così, non so, magari l'anno prossimo..." La cosa che più mi ha sconcertato della vicenda è che a lamentarsi è stato il capogruppo An-Pdl in consiglio comunale a Torino Roberto Ravello, sostenendo di voler convocare Moretti in Commissione Cultura per ricordargli che il Festival di Torino è finanziato dalla regione e dal Comune di Torino: enti italiani, ci siamo capiti? Moretti, oltre a ricordare che al di fuori della rassegna ufficiale ci sono spazi nei quali il cinema italiano è ben rappresentato, si è sentito giustamente in dovere di ricordare che lui come direttore non ha alcun obbligo da chi sostiene il festival a ficcarci dentro pellicole italiane.
Ecco, per chi si stava ancora chiedendo qual è la situazione della cultura italiana, potrebbe aver trovato la sua risposta.

3.11.08

Masters of Horror (1) Carpenter, Argento, Malone

Masters of Horror si compone di due stagioni durante le quali nomi accreditati del cinema internazionale hanno dato libero sfogo alla propria vena horror.

Cigarette Burns di John Carpenter. Il regista vola alto, tenta un'appassionata e ardita riflessione teorica e perché no filosofica sul cinema, salvo schiantarsi al suolo con un risultato finale al limite dell'imbarazzante. Decisamente un episodio che sfiora in parecchi momenti il ridicolo, con una sceneggiatura paurosamente debole ed inconsistente, malamente interpretato da quasi tutti i protagonisti ed inconsistente nella resa finale. Una sonora delusione.
Jennifer di Dario Argento. Il nostrano regista si butta in una storia complessa per certi aspetti che ricorda un pò Cronenberg per l'uso che fa dei corpi e delle loro pulsioni. Le citazioni si sprecano ma il tono rimane basso, non c'è volontà di stupire ma solo di arrivare alla fine (telefonatissima) salvando il salvabile. Mediocre come il cinema degli ultimi anni di Argento, regge solo l'interessante discorso sulla pochezza umana e la sua incapacità di saper combattere gli istinti più perversi.
The Fair Haired Child di William Malone. Il più compatto dei pochi episodi visti fino ad ora, ha una certa forza nel riproporre gli stereotipi classici del cinema horror inquadrati in una regia piuttosto moderna, che ha molti debiti nei confronti dei videogames horror stile Silent Hill. Un pò ingenuo nel proporre flashbacks come soluzione narrativa per chiarire i punti oscuri della trama, si riscatta nel proporre un mostro di turno decisamente inquietante e in un paio di sequenze che trasmettono qualche brivido: bellissima la scena di estrema violenza preceduta da un lungo momento di schermo nero. Da notare anche la grande attenzione dedicata agli effetti sonori.

Continua...

2.11.08

Cartoline da Roma - 2 e fine

  • I vincitori li trovate qui. Sono molto perplesso sui voti espressi dal pubblico, un sistema partito male e corretto in corsa come ammesso dagli stessi organizzatori.
  • E' partita una feroce guerra di cifre: chi parla di debacle, chi parla di successo. Quello che ho visto io: molta meno gente durante il giorno, solito casino alla sera. Il calo di presenze, secondo me, era visibile ad occhio nudo.
  • L'organizzazione quest'anno si è superata: file ai botteghini onnipresenti, biglietti per gli eventi perennemente terminati, una security ossessiva manco fossimo tutti obiettivi di Al Qaeda.
  • Il badge di quest'anno costava uguale all'anno scorso ma con molti privilegi in meno; ad esempio noi badge blu non potevamo più entrare liberamente alle conferenze stampa come l'anno scorso ma sorbirci le solite e stancanti (e ridicole) rush line. Non solo, qualche volta pretendevano pure di assegnarti il posto (in piccionaia, ovviamente). Le cose sono due: o si è voluto allontanare il pubblico da quegli eventi o la stampa si è lamentata di dovesi mischiare con la plebe. Delle due, quale secondo voi?
  • Anche quest'anno si sono spacciati come il festival che offre l'opportunità al pubblico di partecipare a quegli eventi che normalmente gli sono preclusi agli altri festival. Nei due anni precedenti ci erano riusciti, quest'anno hanno deluso alla grande, anche per i motivi appena descritti sopra.
  • I red carpet sembravano il deserto nel west. Ad eccezione di Al Pacino, c'era sempre poca gente e perfino i fotografi sbadigliavano non sapendo chi fotografare (ho evitato di inserire Twilight e High School Musical 3 perché hanno sì avuto il bagno di folla ma si tratta di ragazzini urlanti e deliranti, perciò...)
  • Il wi-fi all'auditorium è una chimera. Di quelle nere! A meno che non paghi! Il personale dislocato nei vari punti dell'auditorium non sa mai nulla di quello che gli chiedi: non ti sanno dire perché il wi-fi non funziona, anzi non sanno manco che c'è il wi-fi all'auditorium!
  • Ho incrociato la Detassis tutti i giorni. Volevo lamentarmi con lei per tutti i disservizi. Poi incontravo Maigrelli e volevo lamentarmi con lui. Poi incontravo Sesti e volevo lamentarmi con lui. Alla fine mi sono lamentato con il tizio che mi vendeva il giornale tutti i giorni.
  • Gli ultimi tre giorni sono stati funesti: nubifragi a non finire e proteste degli studenti che paralizzavano la città. A proposito, ho girato Roma in macchina per dieci giorni: il tom-tom è una macchina infernale e che istiga alla violenza!
  • Non so se voglio tornarci l'anno prossimo. Se questa era l'edizione nella quale Rondi non aveva messo mano, non oso immaginare quella dove lui ci mette la faccia!

Kill Gil 2 e 1/2 (Rome FilmFest 2008)

Kill Gil 2 e 1/2 di Gil Rossellini
Rome FilmFest 2008
L'ALTRO CINEMA/EXTRA

E' un documentario che non vuole aggiungere nulla al genere ma che pone al centro del tutto solo l'incredibile storia umana del suo protagonista. Gil Rossellini 4 anni fa si risveglia dal coma senza l'uso delle gambe: un devastante virus lo sta consumando dall'interno e da allora ingaggia una battaglia per combattere e sconfiggere il male e per riacquistare la vita che aveva sempre avuto. Pur di guarire e di porre un freno ai terribili dolori che lo attanagliano, si sottopone a 45 interventi chirurgici in 3 anni e mezzo. Riprende o fa riprendere tutto con una videocamera per terstimoniare il suo attaccamento alla vita, la sua voglia di non arrendersi e l'incredibile onda di amicizia ed affetto che lo hanno aiutato a sopravvivere ad una tragedia del genere. Questo è il terzo episodio del suo racconto, si chiama 2 e 1/2 perché doveva essere l'ultimo dedicato alla malattia: con il numero 3 voleva raccontare la guarigione. Ma non ce l'ha fatta: il 3 ottobre è stato sconfitto dal male ed è morto dopo aver dovuto subire anche l'amputazione di una gamba. Rossellini racconta tutto questo senza nessun pudore e con uno stoicismo invidiabile: la sua ironia e la sua forza d'animo fanno da contraltare alle crudissime immagini dei suoi interventi chirurgici (diverse persone in sala si sono allontanate perché non riuscivano a sostenere lo sguardo mentre un paio sono pure svenute causando l'interruzione della proiezione... se Rossellini fosse stato lì, si sarebbe spanciato dalle risate!) e al racconto delle mille difficoltà che un disabile deve affrontare nella vita di tutti i giorni.
Fatto sta che Kill Gil è un film importantissimo da vedere, che ha molto da insegnare e di cui non si deve sottovalutare il potenziale per così dire 'pedagogico': è necessario per ridimensionare le molte opinioni fallaci che si hanno della vita e della morte, sull'importanza delle opportunità che la propria storia umana offre e ancor di più della vitale capacità di saper costruire rapporti di amicizia e parentali capaci di sopravvivere ai più violenti ostacoli. Fra le tante, due sono le frasi memorabili pronunciate da Gil Rossellini: "ho perso le mie gambe ma ho trovato tanti amici e tutto sommato credo che sia stato un buon affare. E per onestà nei confronti dei miei amici e della mia famiglia non mi resta che fare il meglio che posso prendendo la vita un giorno alla volta" e poi "a chi mi chiede perché ho realizzato Kill Gil rispondo che non potevo esimermi dal raccontare la cosa più interessante che mi fosse mai capitata!"
Un documentario da diffondere con la stessa forza di cui Rossellini era capace. L'ultima immagine ce lo mostra con una gamba in meno eppur felicissimo di essere uscito dall'ospedale, all'aria aperta, sorridente e raggiante. C'è poco altro da aggiungere. E molto da ammirare.