25.5.08

Cannes 2008: gli italiani vincono

Grande soddisfazione italiana alla cerimonia di premiazione di Cannes. Entrambi i film italiani in concorso si aggiudicano due premi di grande valore: Premio della Giura a Il divo di Sorrentino e Gran Premio della Giuria a Gomorra di Garrone. Premi altamente simbolici che impongono un'attenzione internazione perun certo cinema italiano coraggioso e moderno, capace di superare i confini territoriali pur raccontando storie intrecciate fortemente al nostro territorio e avviando un'importante innovazione dello stile cinematografico italiano; premi che riportano con la memoria al 1972, allo storico ex-aequo tra Il caso Mattei di Francesco Rosi e La classe operaia va in paradiso di Elio Petri. . Entrambi gli autori sono più che soddisfatti, come lo è doppiamente Toni Servillo presente in entrambi i film. Palma d'Oro a Entre les murs del francese Cantet (storia corale sul disagio adolescenziale e il regista ritira il premio con tutto il numerosissimo cast alle sue spalle), miglior regia il turco Ceylan con Le tre scimmie. Benicio del Toro miglior attore nei panni del Che di Soderbergh, Sandra Corveloni miglior attrice in Linha de passe di Salles. I fratelli Dardenne si aggiudicano il premio per la miglior sceneggiatura con Le silence de Lorna, mentre l'inglese Hunger di McQueen spicca come miglior opera prima. Premio alla carriera per Catherine Deneuve e Clint Eastwood. Il grande favorito, il film Waltz with Bashir di Ari Folman che ha aperto il Festival tra grandi ovazioni, è rimasto completamente a boccia asciutta.

22.5.08

Surveillance a Cannes

Ieri è stato presentato a Cannes il secondo film di Jennifer Lynch, figlia di David, Surveillance. Ne avevamo già parlato qui e adesso abbiamo qualche informazione in più. La regista ha presentato così il suo lavoro: "Nella storia abbiamo una strada che va da un punto A ad un punto B. Tre gruppi differenti si trovano su quella strada e a ciascuno di loro capiterà qualcosa che li obbligherà a diventare testimoni di un avvenimento che dovranno a loro volta raccontare. Ciascuno di loro è un bugiardo e ciascuno di loro cela una verità." E' dunque un film sulla soggettività: "La conoscenza del punto di vista degli altri è la cosa che più mi affascina, perché ognuno di noi ha un proprio modo di vedere e decodificare i fatti reali. Per rendere le tre versioni differenti ho dovuto lavorare molto sulle diverse tonalità delle testimonianze: ciascun personaggio rivela la sua parte di verità, formando una sorta di balletto inquietante e complesso. Mi ha molto affascinato indagare sulle corde intriganti del genere umano e soprattutto sul voyeurismo che le persone conservano sempre dentro di loro. Ho voluto così dimostrare come basti a volte sbagliare strada solo una volta per cambiare completamente il corso della propria esistenza."
In rete è possibile reperire già qualche recensione. Tra queste, SentieriSelvaggi non ci va giù leggera e parla di occasione mancata (ma SentieriSelvaggi cita come esempio da seguire Jeepers Creepers che è uno dei film più ridicoli che io abbia mai visto, quindi...), ravvisando nella regia della donna l'incapacità di liberarsi dall'immaginario di suo padre. A tal proposito, riguardo David Lynch (produttore esecutivo di Surveillance), la figlia Jennifer ha raccontato: "Mi è piaciuto soprattutto inserire nel finale l'intreccio tra le tenebre e la luce. Ma se per me le tenebre non coincidono con il male, per mio padre sì. Lui era infatti molto preoccupato del finale e una volta mi telefonò nel cuore della notte per dirmi: 'No, non puoi far finire il film così'. Ma io non l'ho ascoltato e il mio finale ruota tutto attorno ad una sola domanda: dire la verità può davvero salvare la vita?". Un utente di Cinematical parla di una sequenza iniziale capace di far venire gli incubi e di un finale davvero sorprendente.
Si attendono ulteriori pareri.

21.5.08

C.R.A.Z.Y.

C.R.A.Z.Y. di Jean-Marc Vallée
(2005) Canada

Sono pochi i film che fanno la storia del grande schermo. Ma ci sono quei film che pur non aggiungendo nulla di nuovo al discorso 'cinema', si conquistano un posto sicuro nel cuore dello spettatore. Sarà bene premettere che sarò molto poco obiettivo nel parlare di questo film, essenzialmente per una ragione che credo spieghi tutto: per la prima volta da molti anni a questa parte, mentre guardavo il film, mi ritrovavo più volte a sperare che non stesse per finire, che durasse ancora venti minuti in più, altri venti minuti in più e ancora. E il film dura 127 minuti!
C.R.A.Z.Y. ha innanzitutto una capacità di narrazione da far invidia: la sceneggiatura è un gioiello di stile e la direzione sta ben attenta a non aggiungere troppo e a non sottrarre nulla; raccorda i vari momenti della storia con ellissi molto funzionali; mai visto, negli ultimi tempi, utilizzo più efficace della voce fuori campo solo in pochi momenti della storia e c'è un rispetto e una sensibilità per il tema trattato (essere gay negli anni '70 in una famiglia dalla pesante matrice religiosa e patriarcale) non da poco. Detta così, sembrerebbe un film noioso, invece Jean-Marc Vallée non tedia nemmeno per un secondo grazie a due brillanti intuizioni: l'ironia che attraversa molti momenti della storia e l'ottima idea di non relegare sullo sfondo le epoche attraversate (si va dgli anni '70 agli anni '80) ma di renderle parte attiva nella storia mediante il look del protagonista e soprattutto mediante l'uso della splendida colonna sonora. Insomma, è questa una pellicola nata con tutti i crismi del film indie e sembra volersene fare fiero portatore; eppure non si ravvisa sterile compiacimento nell'opera ma anzi si respira una grandissima dose di sincerità. Inoltre, è tale la bravura del regista da farci affezionare a tutti i personaggi, compresi quelli negativi: si arriva alla fine del film ad odiare ed amare ad ugual modo il padre del protagonista come fosse nostro padre. Infine, è di estrema bravura anche l'ultimo tassello, il cast: a parte l'esordio di un bravissimo bambino dal viso terribilmente espressivo (Émile Vallée, figlio del regista), si conquista un posto nel cuore la sorprendente rivelazione Marc-André Grondin che dipinge sul suo corpo tutta la gioia di vivere e il tormento di chi non riesce ad accettare la propria identità rinnegata. Perché alla fine di questo si parla e si badi a non relegare tutta l'opera con l'etichetta 'tematica omosessuale'; qui si parla di riconoscere sé stessi, di accettarsi e vivere piuttosto che negarsi per non deludere gli altri e non ferirli.
Difficile che chi non abbia vissuto un'esperienza del genere riesca ad andare oltre i cliché di un certo genere di film; si fa presto a scambiarlo per volontà di compiacere lo spettatore, io invece ci vedo traboccare molta sincerità.

17.5.08

Hot Fuzz

Hot Fuzz di Edgar Writght
(2007) Uk\Fra

Hot Fuzz è uno di quei film che ti manda in corto circuito il cervello quando tenti di attaccargli un'etichetta. E' un film comico demenziale? Decisamente no, nulla a che vedere con quel genere che negli ultimi anni sta riscoprendo il successo degli esordi. E' una commedia? Beh, sì, ha moltissimo della commedia ma si può definirlo davvero tale? E' un film d'azione? Decisamente sì, il film ha molte scene dal ritmo serrato. Allora è un thriller? Anche, visto che la trama non è solo pretestuosa e funzionale alla risata ma anzi molto importante ai fini dell'opera, per non parlare dei momenti horror. Insomma, Hot Fuzz è un film da farti piegare in due dalle risate (c'è poco da fare, l'ironia inglese non lascia scampo) coltivando una trama apparentemente semplice che via via si complica (non tanto nei risvolti quanto nei dettagli: nulla di ciò che appare o viene detto è lasciato al caso ma s'incastra nel quadro generale del film anche moltissime scene dopo) e nell'ultima mezz'ora, seppur senza perdere la sua componente comica, diventa uno scatenatissimo film d'azione con tante di quelle esplosioni e sparatorie da far invidia ad Arma Letale. Hot Fuzz, inoltre, è ricco d'intuizioni narrative (sempre per la combinazione di commedia più tutti gli altri generi) per nulla da sottovalutare e che gettano nuove prospettive per questo genere di film: era dai tempi di Snatch di Guy Ritche che non si osava tanto a questi livelli.
Il film è, sostanzialmente, omaggio e parodia insieme alla Hollywood dei film d'azione ma anche satira sulla società inglese contemporanea; è soprattutto costruito su una sceneggiatura solidissima dove le psicologie dei personaggi e gli sviluppi della storia non sono certo lasciati a caso ma coltivati con grandissima cura. E la regia mantiene alto lo sforzo in tandem ad un montaggio serratissimo.
Hot Fuzz io lo consiglierei a tutti. E rigorosamente da vedere in gruppo.

15.5.08

Werner Herzog e David Lynch insieme

Ieri a Cannes è stata annunciata la produzione del film My son, my son che vede lavorare insieme Werner Herzog e David Lynch. La pellicola, sorta di horror che narra la storia vera di un omicido avvenuto a San Diego, sarà un prodotto a basso budget e avrà un regia decisamente sperimentale. Herzog (co-autore dello script insieme al suo storico aiuto-regista Herbert Golder) ne sarà il regista mentre Lynch figura come produttore esecutivo.
Era di questi giorni la notizia che Herzog avrebbe realizzato un remake de Il cattivo tenente avvalendosi di Nicolas Cage come protagonista ed ecco che spunta un altro progetto in collaborazione con David Lynch. Quest'ultimo, ricordiamo, è presente anche al Festival di Cannes in qualità di produttore del film Surveillance, firmato da sua figlia Jennifer Lynch.

14.5.08

Team America

Team America: World Police di Trey Parker
(2004) Usa\Ger

Il ritorno al cinema degli autori di South Park è un tantino deludente ma giusto un pò. C'era da aspettarsi qualcosa in più, questo è vero, ma in sostanza Team America è una grande opera di satira che mette in gioco l'America e si diverte a sovvertire gli stereotipi degli ultimi anni, uno su tutti l'impegno politico di molte star di Hollywood (Sean Penn, Michael Moore, Tim Robbins e via all'infinito... e alcuni di questi si sono davvero incazzati all'uscita del film!) abituate a tal punto a demonizzare il governo americano da diventare ciechi di fronte ad una minaccia terroristica di enorme portata.
Parker e Stone mettono in scena tutto ciò non più con un cartone animato bidimensionale ma con marionette; in ogni caso, rifuggono ancora una volta ambientazioni reali ed attori in carne ed ossa, probabilmente perché sanno che in pochi accetterebbero di interpretare un testo così diretto e senza fronzoli ma anche perché dietro la maschera del 'finto' possono prendersi la libertà di fare quel che vogliono: la lunga scena di sesso con tutte le posizioni e perversioni possibili ed immaginabili chi l'avrebbe accettata? Ed è solo un esempio perché fondamentalmente non è ciò che i personaggi fanno ma cosa dicono. E' nei dialoghi che i due autori trovano maggior espressività. Si ride di gusto ma stavolta l'intento è molto più oscuro: fantastica la ghiotta occasione di far carne da macello sia della Hollywood impegnata che dell'irrefrenabile esportazione violenta della democrazia americana, ma il punto qual è?
Nonostante questo, il film è puro divertimento. Astenersi chi non ha capacità d'intendere la satira... e l'Italia pullula di tali individui.

13.5.08

Frames: Lo scafandro e la farfalla

"Tutto questo fa' un libro?"
*
Cercate di vedere questo film.

12.5.08

Dopo Dito Montiel e Alpha Dog

Considerazioni a margine di questi due film vesti uno di seguito all'altro (senza pausa fra i due). Seppur essendo due film diametralmente opposti per vari motivi (uno autobiografico, l'altro pure è una storia vera ma narrato come fatto di cronaca; uno ambientato negli anni '80, l'altro ai giorni nostri) mi hanno suscitato più di una cosiderazione complessiva.
Il cinema americano sta cercando in tutti i modi di liberarsi del passato. Non si spiegano altrimenti i numerosi conflitti padre\figlio messi in scena negli ultimi anni (e non sono certo conflitti familiari ma ben più simbolici) o lo sconfortante quadro generazionale che ne viene fuori: i vecchi hanno fallito la loro missione morale e i giovani non riescono a gestire le proprie vite in modo da fare a meno di un esempio. E' il rigurgito degli intellettuali americani nei confronti di una cultura piuttosto becera ma predominante nel panorama politico e sociale degli USA. Sono allo sbando e fa piacere che almeno i registi se ne siano accorti. Non sono certo solo Guida per riconoscere i tuoi santi e Alpha Dog a indicare questa direzione ma grossa parte della cinematografia americana contemporanea (anche Into the wild, Il petroliere oppure Onora il padre e la madre e sicuramente anche Non è un paese per vecchi). Nonostate la volontà di fondo, però, i registi americani si sentono incastrati: hanno inquadrato il problema ma non riescono a superarlo. Non che l'arte debba fornire soluzioni, caso mai domande, ma è triste che la società (americana e non) non affronti questa seria analisi per cominciare finalmente ad affrontare il problema.
Un'altra cosa: il più cane degli attori americani sta sempre sopra la media recitativa del mondo. Sia il film di Montiel che Alpha Dog offrono un parco attori giovane, molti esordienti o poca esperienza, eppure sono sempre convincenti, efficaci; non monumentali ma ad avercene così!

Guida per riconoscere i tuoi santi

(2006) USA

L'esordio alla regia del musicista e scrittore Dito Montiel non ha nulla di nuovo da dire: c'è un pò di narrazione alla Scorsese, un pò di Bronx alla De Niro (c'è pure Chazz Palminteri), un pò di quelle atmosfere che abbiamo imparato a conoscere. Eppure Guida per riconoscere i tuoi santi è un film terribilmente efficace, di una perfezione quasi geometrica in tutte le sue componenti e composto da un bellissimo equilibrio fra passato e presente, fra vita reale e finzione; soprattutto sono ricordi che emergono, che arrivano, colpiscono gli occhi e il cuore quando meno te lo aspetti e in questo Montiel è bravissimo quando separa il video e l'audio, quasi a voler mettere in scena la confusione con il quale molto spesso la mente umana ricorda le cose. La storia di Dito è una storia vera, è l'autobiografia del regista che prima ne scrisse un libro di successo, poi spronato da Robert Downey Jr. ne fece una sceneggiatura del quale s'è voluto riservare la regia. E' insomma un film sincero narrato dal protagonista reale della storia che finisce con il trasmettere al film tutta la sua malinconia, le sue disperazioni, le amicizie e i santi, per l'appunto, che hanno accompagnato la sua vita. E soprattutto il tormentato rapporto con il padre che sarà la chiave che lo spingerà a tornare sui tristi luoghi dell'infanzia, il Queens degli anni '80 dove violenza e degrado erano le uniche risposte che il lato oscuro dell'America riusciva a produrre, dove la sensiblità di un ragazzino rischiava di essere soffocata fino alle estreme conseguenze.
Guida per riconoscere i tuoi santi è un film bellissimo, pieno di suggestioni, di poesia, di dolcezza e di tragedia. Può risultare anche commovente per chi certe cose le ha vissute, le ha sfiorate e offre un cast di attori di vecchia e nuova generazione da far paura: Shia La Beouf mi ha definitivamente conquistato, Channing Tatum non è solo tutto muscoli e Robert Downey Jr. si conferma (almeno per me) uno degli attori più sottovalutati degli ultimi anni. Ne ho nominati tre a caso perché tutto il cast merita una menzione speciale.
Un piccolo film, successo di critica e al Sundance, che non dovreste perdere.

11.5.08

Risultati sondaggio:Alemanno e il cinema

I 19 votanti del sondaggio "Alemanno vuole riformarela Festa del Cinema di Roma" hanno del tutto ignorato la risposta che rappresentava la via di mezzo (Effettivamente qualche ritocchino ci vuole ma senza renderla esclusiva al cinema italiano) e hanno preferito in 4 la tesi della rivalsa sulle precedenti amministrazioni (E' solo un moccioso che vuole demolire il lavoro del suo predecessore) e in 10 quello della dittatura soft (Da buon ex-fascista sa bene che il controllo della cultura è importante). Mentre 5 fessi (lo so, sono poco democratico!) hanno preferito sposare in toto la tesi di Alemanno preferendo una revisione completa di quel festival di merda.
Sarebbe carino, adesso, leggere anche le motivazioni che vi hanno portato a scegliere una qualsiasi di queste risposte.

Alpha Dog

Alpha Dog di Nick Cassavetes
(2006) USA

Alpha dog è il membro del gruppo che emerge, si impone d'autorità sugli altri e guida il branco. Seppur questa è una storia corale, è pur sempre l'alpha dog a muovere i comportamenti e le azioni degli elementi che compongono la sua gang e sarà lui (è il bravissimo Emile Hirsch di Into the wild) a dare inizio ad una violenta vicenda dal tristissimo epilogo.
L'unico motivo d'interesse per vedere questo film è che è la fedele trasposizione di fatti realmente accaduti e bisogna tenerlo bene a mente mentre lo si guarda, perché altrimenti il discreto sforzo che sta dietro alla lavorazione del film rischia di non trovare sbocco. La regia di Cassavetes è piuttosto fluida ma soffre di molti difetti, come l'eccesso di elementi del tutto trascurabili quali gli inserti da documentario con interviste ai protagonisti (interpretati però dagli attori), mentre risultano essere molto più efficaci di uno sterile annuncio alla 'la storia narrata si ispira a fatti realmente accaduti' le didascalie che compaiono durante il film e che tendono a ricordare la veridicità dei fatti riportati. Il resto lo fa l'impietosa messa in scena dei protagonisti: giovani sbandati dalla mente dirottata, che non hanno nessun aiuto dai genitori ma che anzi soffrono la loro mancanza d'autorità e di morale, abbagliati dalle luci del successo criminale e dei soldi facili, dalle droghe e dal sesso a portata di mano. Quel che resta è il fatto che un ragazzino innocente di 15 anni non uscirà sano da questa storia e risulterà l'unico a pagare veramente lo strazio di una certa cultura ben radicata in determinate zone dell'America. Il cast, poi, ce la mette tutta: nel primo tempo gioca ad accaparrarsi la simpatia del pubblico, nel secondo tempo fa vergognare quello stesso pubblico per aver pensato di poter empatizzare con loro. In questo molto efficaci anche gli adulti (Sharon Stone è ormai condannata a ruoli di donne sfregiate dai fatti della vita e comunque le riesce molto bene) che sembrano rimanere ai margini e invece hanno la loro bella dose di responsabilità.
C'era da aspettarsi molto peggio da questo film, invece riesce a centrare il punto nonostante gli evidenti limiti. Ah, sopresa delle sorprese: Justin Timberlake (al suo esordio cinematografico) dimostra di saper recitare. Ma più di tutti conquista il giovanissimo Anton Yelchin nel ruolo dell'adolescente sequestrato.

10.5.08

Consigli al nuovo governo

Due pescati a caso, altri li trovate qui.
Carlo Verdone: "Non penalizzare la cultura, non abbattere le cose buone che sono state fatte ad esempio a Roma, come la Festa del Cinema. Vogliono cambiare qualcosa e sono padronissimi di farlo ma non si possono penalizzare cose importanto come gli incontri con gli artisti stranieri. Non vorrei che non ci fosse più un incontro con David Lynch, Martin Scorsese, Tim Burton perché sono delle luci per noi, è insegnamento. Non solo per me ma anche per il pubblico che hanno la possibilità di conoscere personaggi universalmente riconosciuti come grandi talenti."
Paolo Virzì: "Un consiglio a Bondi: non ascoltare Brunetta che è l'autore di un indimenticabile inserto di Libero (ma lo hanno dimenticato tutti) che gettava palate di fango su tutto il patrimonio cinematografico italiano, da Rossellini fino al contemporaneo sulla base di un falso e livoroso luogo comune circa l'assistenzialismo o una specie di malafede sull'ispirazione culturale del nostro cinema."

Leone alla carriera per Ermanno Olmi

Il Leone d'Oro di Venezia alla carriera quest'anno sarà assegnato ad Ermanno Olmi, che già solcò da vincente la passerella del Lido con La leggenda del santo bevitore. Un italiano dopo due americani di fila degli ultimi anni, Tim Burton e David Lynch.

9.5.08

Cous cous

La graine et le mulet di Abdel Kechiche
(2007) FRA

Allo scorso festival di Venezia questo è il film che fece furore e che per molti meritava il massimo riconoscimento molto più di Ang Lee. Ora, se questo era il meglio di Venezia alloraerano messi maluccio. O più semplicemente, i critici non si sono ancora tolti il vizietto di osannare tutto quello che dilata la sua durata con scene inutili e tempi morti.
Cous cous è un film decisamente riuscito a metà. La parte buona è il cast bravissimo ed affiatato, eccezionali nel riuscire a rappresentare davvero realisticamente un'enorme ed allargata famiglia. A Kechiche il merito di riuscire a gestire un film corale decisamente arduo. E poi c'è la storia, molto attuale nell'andare a toccare temi sociali come l'adattamento degli immigrati, le loro difficoltà lavorative e i loro sentimenti di rivalsa che talvolta eccedono in azioni infelici; tutto ciò, fra l'altro, è narrato quasi in silenzio, senza evidenza ma anzi con molto tatto. La metà cattiva, però, ce la mette tutta per offuscare quella buona: l'iper-realismo del regista finisce con l'irritare parecchio; nella prima ora del film non succede praticamente nulla e viene bruciata tutta solo per rappresentare i personaggi, così come l'opera è piena di momenti decisamente inutili, continui riassunti della storia mediante scene superflue o dialoghi stiracchiati il più possibile. Il film dura 151 minuti e si sentono tutti, fino all'ultimo, quando invece avrebbe potuto durare tranquillamente almeno un'ora di meno;evidentemente una delle tante lezioni dei Dardenne non è stata recepita. Poi come al solito tutto precipità nell'ultima mezz'ora di film ma le cose erano talmente prevedibili che era facile aspettarsi perfino il classico finale aperto da film d'autore.
Insomma, Cous cous non mi è piaciuto. Vuole essere un film onesto e sincero ma inciampa in una quantità di difetti che gli troncano la via quasi fin da subito. Peccato.

7.5.08

Into the wild

Into the wild di Sean Penn
(2007) USA

Ci sono film che t'arrivano dritto allo stomaco e al cuore. Rompono tutti i filtri che possono esistere tra te e il grande schermo (e questo è un film che va visto rigorosamente sul grande schermo). Alla stregua di INLAND EMPIRE, Into the wild è una pellicola che si prefigge lo scopo di costruire immagini e suoni, pensieri e parole che siano una vera e propria esperienza di percezione (extra)sensoriale; non c'è un film da guardare ma una vita da seguire, non c'è una trama da sviluppare ma l'urgenza di raccontare una storia, non c'è qualcosa di preciso da imparare ma molto da dedurre e farsi scivolare sotto la pelle. E' un'esperienza umana da raccogliere, emblema di quanto di pericoloso e corrotto c'è nella società di oggi, decalogo di tutto ciò di cui bisogna privarsi per poi poterlo riacquistare con la dovuta consapevolezza che nulla ci è dovuto ma ce lo dobbiamo guadagnare, attraverso l'intelletto e la morale. Senza rifuggire l'altro perché essenzialmente "happiness is real only when is shared".
Sean Penn è un regista mai banale che di certo non è perfetto. Il film ha qualche debolezza soprattutto nel primo tempo, laddove certi eccessi formali di regia potevano tranquillamente lasciar fare alla storia. E viceversa. Ma sono del tutto trascurabili davanti all'imponente impatto dell'opera nel suo insieme. Il protagonista Emile Hirsch è da applausi di furore ma lo sarebbe ancora di più il vero Christopher McCanldess, l'uomo che sacrificò la sua vita alla ricerca di sé stesso e del suo posto nel mondo.
A Sean Penn dobbiamo molto per questo film. Quanto meno un inchino.

6.5.08

Alemanno, patria e Roma

La sera degli exit-poll per il sindaco di Roma ero in terrazza con alcuni amici e si commentava l'amaro risultato elettorale della capitale. Quando ormai era chiara la vittoria di Alemanno, ho detto: "tira brutta aria per la Festa del cinema. Non oso immaginare..." Ho centrato alla grande ma non mi aspettavo l'inizio delle danze già la mattina seguente.
Invece il buon Alemanno non ha saputo proprio resistere e nell'ottica provinciale tipica delle espressioni più grossolane d'Italia, il neo-sindaco ha già annunciato cambiamenti, rivoluzioni, patriottismo e apparentamenti con i David, accusando la Festa figlia di Veltroni di essere troppo modaiola, di andare troppo a ricercare star internazionali e film in anteprima mondiale, di dedicare troppa attenzione al tappeto rosso. Insomma, una serie di banalità degne di un post-fascista che gira con una croce celtica appesa al collo, quale è Alemanno! Fossero rimaste nel solito teatrino italiano, ce ne saremmo vergognati tra di noi e invece la cosa (giustamente!) ha superato i confini italici ed è giunta pure nella patria del cinema americano, dove si è sottolineata la lenta ma certosina pratica di demolizione di un evento giovane ma che in soli due anni ha raccolto tantissima attenzione, enormi investimenti, importanti ospiti ed anteprime mondiali e che soprattutto ha rappresentato la possibilità per molti (compreso il sottoscritto) di partecipare ad un evento che cercasse il contatto ravvicinato tra chi il cinema lo fa e chi il cinema lo guarda; una serie di elementi capaci di far tremare altri Festival (quelli sì bisognosi di restyling!) come quello di Venezia.
Le cretinate sparate da Alemanno sono notevoli. "La Mostra del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma devono diventare cose molto diverse;così come è stata concepita, la Festa del Cinema rischia di essere il doppione di Venezia". Lo sono già cose molto diverse, caro sindaco e basta informarsi per cogliere le differenze; è uno sforzo troppo grande da chiedere ad un politico, quello di conoscere l'argomento sul quale vuole mettere bocca? "L'evento romano va apparentato ai David di Donatello." E perché mai mettere insieme le mummie dei David con la freschezza e il dinamismo della Festa? "La festa del Cinema la faremo su film italiani, sulla produzione italiana più che su star di Hollywood, in maniera tale che si promuova la nostra cinematografia." Dio, patria e famiglia. Siamo alle solite: non siamo capaci di creare qualcosa di innovativo, di competitivo e allora è meglio escludere tutti gli altri così quel poco di buono che abbiamo apparirà eccellente.
La sensazione di fastidio che provo è notevole. Il rischio è serio: la cultura italiana e soprattutto capitolina deve stare in guardia. Far chiudere baracca di colpo darebbe troppo nell'occhio. Demolire dall'interno fino al fallimento è molto più proficuo e meno rischioso.

5.5.08

Nuovo film di David Lynch?

Tra le tante cose di cui si potrebbe parlare (a breve un parere sulla querelle 'Festa del cinema di Roma' o un post da dedicare ad Into the wild), la notizia del giorno per me diventa automaticamente l'annuncio del nuovo film in cantiere di David Lynch. Annuncio piuttosto sommario e misterioso a dirla tutta ma ce lo faremo bastare. Andiamo con ordine, però.
E' uscito poco tempo fa un libro dal titolo 'Catching the big fish', raccolta semi-seria di gustose citazioni proferite da Lynch stesso, attraverso le quali il testo cercava di ricostruire il pensiero dell'autore non solo riguardo il suo approccio al cinema ma anche alla vita attraverso la Meditazione Trascendentale di cui Lynch si è reso ambasciatore attraverso la sua fondazione. Arriviamo ad oggi. Ad Hollywood Today, nell'annunciare un piccolo tour internazionale per la presentazione del libro, Lynch ha dichiarato di essere concentrato sul suo nuovo progetto cinematografico: un documentario on the road che riprende e narra le discussioni di Lynch con gente incontrata per strada riguardo il senso della vita. Attraverso questo viaggio vedremo anche come Lynch va alla ricerca del suo prossimo film (ovvero la sua 'Caccia al grande pesce') usando come mezzo la Meditazione necessaria a fargli cogliere l'idea di cui innamorarsi e da trasformare in immagini e suoni. Non è chiaro a questo punto se nel documentario vedremo estratti dal ciclo di conferenze che ha portato Lynch in giro per il mondo (anche in Italia) per promuovere la Meditazione Trascendentale o se saranno incontri inediti davvero ripresi durante un viaggio sulle strade americane.
Prerogativa di Lynch sarebbe far capire a tutti che "la gente ha diritto ad essere felice ma non lo sanno. Molti artisti sono legati all'idea che per creare qualcosa bisogna soffrire e vivere nel dolore. Io stesso avevo un sacco di rabbia e di depressione ma quando hai una costante emicrania non puoi creare niente e la Meditazione Trascendentale mi ha davvero aiutato in questo. Quando la mia mente si schiarisce, sono capace di afferrare un'idea come fosse un grande pesce: posso beccarlo, posso cucinarlo, posso anche mangiarlo ma non puoi creare un pesce, devi solo sapere afferrarlo." Ancora Lynch: "Quando faccio un film, mi innamoro di un'idea e godo nel farlo e quando è tutto corretto, lascio andare il risultato nel mondo. A quel punto perdo il controllo della mia idea e posso solo sperare che quell'idea arrivi alla gente."
Ovviamente così come non ci sono idee chiare sul nuovo progetto (che dovrebbe chiamarsi proprio Catching the big fish), non ci sono neanche date precise o quant'altro. Si può solo osservare come sia avvenuto ciò che era forse facile prevedere: INLAND EMPIRE è stato un punto di svolta per Lynch, zona d'incontro di tutto il suo passato e trampolino per tutto il suo futuro. A questo punto c'era solo da andare accapo e ricominciare da zero, con la consapevolezza che certi film di Lynch (pensate a capolavori come Velluto Blu) non sarà più possibile rivederli proprio perché il regista stesso è andato oltre e non può più tornare indietro. L'annuncio stesso di un documentario è quanto di più inaspettato ci si poteva attendere adesso da Lynch. E per me questa è una cosa grandiosa! Per voi?

4.5.08

I Film del Mese: Maggio 2008

  • Speed racer di Wachowski Bros. (9);
  • Cargo 200 di Aleksej Balabanov (9);
  • Chi nasce tondo di Alessandro Valori (9);
  • Sleapstream di Anthony Hopkins (9);
  • Solo un bacio per favore di Emmanuel Mouret (9;
  • Caccia spietata di David Von Ancken (9;
  • Notte brava a Las Vegas di Tom Vaughan (9;
  • Carnera - The Walking Mountain di Renzo Martinelli (9);
  • Chiamami Salomè di Claudio Sestieri (9);
  • Sfiorarsi di Angelo Orlando (9);
  • Mongol di Sergej Bodrov (9);
  • Una ballata bianca di Stefano Odoardi (9);
  • Gomorra di Matteo Garrone (16);
  • In Bruges di Martin McDonagh (16);
  • Alla scoperta di Charlie di Mike Cahill (16);
  • Ultimi della classe di Luca Biglione (16);
  • Superhero Movie di Craig Mazin (16);
  • Certamente, forse di Adam Brooks (16);
  • Underdog di Frederik Du Chau (16);
  • Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo di Steven Spielberg (23);
  • Be Kind Rewind di Michel Gondry (23);
  • Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana (23);
  • La setta delle tenebre di Sebastian Gutierrez (23);
  • Il divo di Paolo Sorrentino (28);
  • The Hitcher di Dave Meyers (30);
  • Sex and the city di Michael Patrick King (30);
  • Wild Child di Nick Moore (30).

Mese ricchissimo, per quanto mi riguarda. Direttamente da Cannes: il mitico Indy, Gomorra, Il divo e Sanguepazzo (cinema italiano battagliero a maggio e non è detto che sia un bene). E poi quello che attendo spasmodicamente da un bel pò: Be Kind Rewind di Gondry. Ho escluso da questa lista i film già nelle sale al momento di questa pubblicazione.

28.4.08

Lo hobbit: c'è il regista

Finalmente c'è un contratto per la lavorazione del prequel de Il signore degli Anelli tratto dall'omonimo romanzo di Talkien, Lo hobbit. E c'è anche il nome del regista su quel contratto: Guillermo del Toro, già vicino al fantasy come nell'ottimo Il labirinto del fauno. Peter Jackson rimarrà dietro le quinte (come annunciato) e la sua Weta si occuperà degli effetti speciali. Il regista del Toro ha già dichiarato di aver avviato i contatti con gli attori che hanno preso parte a Il signore degli Anelli e che compaiono anche nel libro Lo hobbit, uno su tutti il Gandalf di Ian McKellen, per rimanere fedele all'immaginario cinematografico creato da Jackson.
Come molti già sapranno, il libro narra le vicende che hanno condotto Bilbo Baggins all'incontro con Gollum e al ritrovamento dell'Anello, durante una spedizione condotta da Gandalf. Sembra che il contratto firmato da Guillermo del Toro preveda ben due film: non si sa se Lo hobbit sarà spezzato in due o se verrà realizzato quel fantomatico film che sta tra Lo hobbit e Il signore degli Anelli di cui si era già parlato.

27.4.08

Se mi lasci ti cancello

(2004) USA

Grande, grandissimo Michel Gondry: la sua poetica originalità si sposa con il talento narrativo visionario di Charlie Kaufman per produrre un'opera in bilico tra sogno e realtà dal profondo significato. La storia di due innamorati che si odiano a tal punto da volersi cancellare l'uno dalla mente dell'altra è solo l'incipit di una storia complessa e delicata, dove i sentimenti umani abbracciano la fantasia dell'intelletto, dove la memoria e il ricordo sono il perno di un universo composto da anime sensibili che si sfiorano, si attraggono, si seducono, si abbandonano per non fare più ritorno. Come approcciarsi al dolore? Come comprendere che anche dalla più feroce delle ferite può nascere una cicatrice che sarà lì per sempre a farci rivivere certi dolori ma con una sana e consapevole nostalgia? L'esperienza non è mai un male e in pochi a questo mondo ne comprendono il catartico potere. Saper afferrare questa intuizione significa intascarsi le chiavi per godere al meglio di tutta la poesia che la vita ha da offrire, cancellando dal vocabolario una delle parole più viscide e subdole: rimpianto.
Michel Gondry destreggia tutto ciò con una dualità fatta di mestiere artigianale e sfrenata fantasia; accusa un pò di lentezza nel non poter esattamente tirare fuori dalla testa tutto ciò che desidera, dovendo confrontarsi con Kaufman alla sceneggiatura che di certo può causare molti grattacapi anche al più esperto dei registi (L'arte del sogno, in questo, sarà molto più efficace perché sarà l'esplosione pura e totale di Gondry); ma passa tutto in secondo piano in un susseguirsi di avvenimenti difficili da separare l'uno dall'altro, infatti si ha la netta sensazione di non guardare scene ciascuna fine a sé stessa ma componenti un tutt'uno di grande impatto. E il regista gestisce al meglio un cast solo apparentemente mal assortito e inadeguato.
Un film che è una grande lezione di cinema e di vita.

23.4.08

Cannes 2008: il programma

Ufficializzate la partecipazioni al 61.mo Festival di Cannes. Parliamo del fronte nostrano: due film in gara, Il divo di Paolo Sorrentino (sulla figura di Andreotti) e Gomorra (sulla camorra che deturpa il napoletano) di Matteo Garrone, due film quindi fortemente ancorati alla realtà, diretti da due autori abbastanza giovani e che hanno raccolto molti consensi negli ultimi anni e infine due film che vedono entrambi la presenza di Toni Servillo (ne Il divo è protagonista, Gomorra è film corale e quindi la sua partecipazione è minore) che si consacra così uno dei più grandi attori italiani contemporanei. Fuori concorso il nuovo film di Marco Tullio Giordana, Sangue pazzo, mentre un altro italiano sarà presente come giurato: Sergio Castellitto, presieduto da Sean Penn. Tra gli altri film in gara, c'è anche Palermo Shooting di Wim Wenders ambientato nella città siciliana. Poca rappresentanza americana quest'anno: Changeling di Clint Eastwood, Che (film su Che Guevara) di Steven Soderbergh e l'atteso esordio alla regia di Charlie Kaufman, Synecdoche, New York con Philip Seymour Hoffman.
Il programma promette proprio bene e per quanto mi riguarda attendo con grandi speranze il nuovo lavoro dei fratelli Dardenne, Le silence de Lorna. Confermate, invece, le anteprime mondiali del nuovo Woody Allen (Vicky Cristina Barcelona) e l'attesissimo Steven Spielberg (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull). Nelle proiezioni di mezzanotte sarà presente anche il film di Jennifer Lynch (prodotto dal padre David e non è da escludere una sua presenza) Surveillance, mentre altrove spunta anche il nuovo Wong Kar Wai (Ashes of time redux).
Presentazione completa e ufficiale qui.

Lynch ispira Cannes

E' stato presentato ufficialmente il poster della 61.ma edizione del Festival di Cannes realizzato da Pierre Collier. L'autore ha dichiarato di essersi chiaramente ispirato al talento di David Lynch, al quale il poster è un omaggio. L'immagine stessa dovrebbe fornire il tono dell'ormai prossimo festival, il cui programma verrà presentato oggi in una conferenza stampa.

22.4.08

La famiglia Savage

The Savages di Tamara Jenkins
(2007) USA

La famiglia Savage è un'opera piuttosto tradizionale: vuole prendere un paio di personaggi dalla vita in frantumi (un fratello e una sorella ciascuno a fare i conti con i fallimenti della propria vita e con il fantasma di un'infanzia violenta e difficile) e un dramma familiare al quale sono costretti a dedicarsi (un anziano padre ormai sempre più malato e al termine della vita). E Tamara Jenkins sa fare bene il suo lavoro, specie per quanto riguarda la scrittura di una solida sceneggiatura che ha due punti forti: un incipit efficace che con l'espediente di una lettera scritta con voce fuori campo introduce in pochi secondi tutti i personaggi della storia e il loro passato; un lavoro accurato sulle azioni dei personaggi grazie al quale allo spettatore non viene imboccato tutto e i sentimenti dei protagonisti non emergono da verbosi dialoghi ma soprattutto da ciò che fanno e come lo fanno. Il film, poi, ha una fortissima dose di malinconia, i temi trattati sono particolarmente toccanti ma pur sempre affrontati con il massimo tatto e con quella leggerezza da commedia che non è offensiva e né sminuisce i problemi. Ma il film rimane nella media: si sorride, si riflette ma probabilmente non rimarrà molto nella memoria a lungo termine degli spettatori; forse perché per tutto il tempo la regia sembra dover compier quel guizzo necessario ad ergersi sopra la media ma ciò non avviene ed è un gran peccato. In compenso, le interpretazioni di Laura Linney e Philip Seymour Hoffman (in lingua originale) sono fantastiche e valgono da sole l'intero film.

21.4.08

La ragazza del lago

La ragazza del lago di Andrea Molaioli
(2007) ITA

Sembra di vedere la storia di Laura Palmer all'italiana: le similitudini ci sono e d'altronde subiamo da troppo tempo l'immaginario americano per non lasciarlo filtrare nelle nostre storie. Ma la cronaca italiana, soprattutto per quanto riguarda il nord dell'Italia, ha sempre dimostrato di non avere nulla da invidiare al resto del mondo e La ragazza del lago è un film che prende spunto da un assassinio per raccontare un'Italia che è un pò quello che è. Il protagonista è un monumentale Toni Servillo che dà anima e corpo ad uno dei più affascinanti personaggi degli ultimi anni di cinema italiano, un rude commissario che porta scolpite sul viso le rughe di vent'anni di lavoro alla omicidi e di un dolore intimo e familiare. Intorno a lui si muovono i collaboratori e gli abitanti del piccolo centro dove si consuma l'omicidio ed è a questo punto che il film si fa brillante: lo schema di indagine che viene avviato è piuttosto particolare, il commissario non apprende mai le informazioni di cui ha bisogno dal diretto interessato ma sempre da qualcun'altro; ad esempio, per conoscere il rapporto tra un padre ed un figlio malato, si rivolge ad un altro personaggio che vive nella stessa condizione. In tutto questo, una volta tanto appare fondamentale la caratterizzazione provinciale degli attori: non solo il forte accento dei protagonisti è del tutto funzionale alla storia ma anche la recitazione a denti stretti, di cui tanto ci lamentiamo in Italia, stavolta acquista significato, aggiunge ancora più dolore ad una storia di per sé sanguinante.
Il film scorre via velocissimo a tal punto che quando arriva la soluzione del mistero quasi non ce lo si aspetta; solo dopo ci si rende conto che probabilmente la storia non era altro che un pretesto per raccontare di un paese troppo chiuso nelle sue paure, nelle sue pochezze umane, per riuscire a compiere un passo avanti. La colonna sonora è bellissima e quel misto di quartetto d'archi e campionature elettroniche si sposa alla perfezione alla fotografia fredda e lucida che ci accompagna in questo mistero; il cast non delude le aspettative, neanche i ruoli minori e il regista mostra una padronanza della macchina da presa non indifferente.
Davvero un gran bel film, ancora più notevole se si pensa che è un esordio.

19.4.08

David 2008: i premi

Asso (quasi) piglia tutto è La ragazza del lago, esordio alla regia di Andrea Molaioli, che si aggiudica 10 premi (fra l'altro al regista riesce l'impresa di aggiudicarsi sia il premio da miglior regista esordiente che da miglior regista!). Grossa delusione per Caos calmo che dall'alto delle sue 18 candidature porta a casa solo tre premi: miglior attore non protagonista (A. Gassman), migliori musiche (Buonvino), miglior canzone originale (I. Fossati). Azzeccato il premio a Margherita Buy (miglior attrice protagonista) e Alba Rohrwacher (miglior attrice non protagonista) per il bellissimo Giorni e nuvole di Soldini. Premi tecnici a I vicerè, "David giovani" a Silvio Muccino. Miglior film straniero: Non è un paese per vecchi. Non avevo dubbi al riguardo e chissà in quanti capiranno il tono di questa mia battuta!
Lista premi sul sito ufficiale.

18.4.08

Spielberg nel sociale (network)

Sembra che nella sua infanzia Steven Spielberg abbia avvistato parecchi oggetti volanti non identificati e spettri; apparizioni che hanno segnato anche la sua carriera e che lo coinvolgono tutt'oggi: l'ultimo suo avvistamento sarebbe avvenuto poco tempo fa in una casa coloniale trasformata in hotel in Texas.
Che tutto questo sia veritiero o no è difficile a dirsi, fatto sta che se da una parte Spielberg negli ultimi anni ha leggermente abbandonato il filone fantastico, dall'altra ha sempre coltivato questa sua mania, ad esempio nei videogiochi (mitico The Dig) ed ora nel social network. Il condizionale è d'obbligo ma Spielberg starebbe per lanciare un sito a metà fra Youtube e Facebook e monotematico, ovvero tutto dedicato a contenuti paranormali: gli utenti potranno condividere con il mondo intere le proprie esperienze, i propri avvistamenti di Ufo o fantasmi attraverso filmati o fotografie. Già è facile prevedere l'arrivo a frotte di buontemponi che creeranno parodie e falsi d'autore, ma tra le altre cose sembra che Spielberg stesso farà upload di suoi personali video inediti su questo nuovo social network, il cui nome si vocifera sia GhostTown!
Se tutto questo è bufala o meno verrà rivelato presto: il social network sarebbe già pronto al lancio nel giro di pochi mesi.

17.4.08

X-Files 2: il titolo

Chris Carter ha ufficializzato il titolo del nuovo film targato X-Files ed ai fan della serie ricorderà certamente qualcosa. Ebbene, ecco il titolo: X-Files - I Want To Believe (ricordate il poster nell'ufficio di Mulder, vero?).
Abbastanza banale ma ammetto che nel leggerlo ho avuto un brivido niente male.

16.4.08

The King

The King di James Marsh
(2005) Usa/Uk

E' questo un film passato pressoché inosservato pur essendo uscito in un periodo in cui la stella di Gael Garcìa Bernal splendeva parecchio. Certo, i motivi di tale buco dell'acqua ci sono: il film è particolarmente lento e a tratti non rispetta alcun canone del cinema tradizionale, sceglie una storia difficile in cui lo spettatore trova ardua l'identificazione e soprattutto sceglie la via del grottesco, per cui nei momenti più tesi e drammatici del film c'è a fare da contrappunto un tema musicale piuttosto armonioso. Quelli appena detti potrebbero essere motivi vincenti per una pellicola, ma The King non riesce a raggiungere gli obiettivi che si prefigge: le relazioni fra i personaggi risultano essere piuttosto oscure, non si capisce perché fanno quello che fanno; perché la figlia di William Hurt dovrebbe sopportare per amore tutto quello che le accade? Non solo ma sembra che il regista non riesca a prendere neanche una posizione precisa nei confronti dei protagonisti. Come comportarsi con lo stesso William Hurt? Il suo è puro fanatismo religioso alla stregua del fondamentalismo o bisogna compatirlo per le disgrazie che lo toccano? E se è per questo non si capisce neanche tanto odio del figlio per il padre. Un abbandono non può giustificare tutto quello che accade.
In tutto ciò ci sono belle intuizioni, però. Lo sviluppo della trama sarà sì artificioso ma il modo in cui viene mostrato il protagonista è ottimo: non sai mai cosa aspettarti da lui, quale sarà la sua prossima mossa, non sai se patteggiare con il suo dolore oppure odiarlo perché incapace del perdono. E il cast è azzeccatissimo: William Hurt dove lo metti fa scena, Bernal è in un ruolo del tutto inedito per lui (e non delude) e Laura Harring, imbruttita dai tempi di Mulholland Dr., cerca di dare il meglio nei limiti del ruolo.
Il titolo del film si spiega in una scena dove il delirio di onnipotenza del protagonista raggiunge l'apice.

14.4.08

Prese di posizione extra-cinematografiche

Oggi ho visto in anteprima un film horror niente male. Narra di una comunità che dopo una notte piuttosto agitata, si risveglia e scopre di essere tornata indietro nel tempo di 15 anni: stesso presidente del consiglio, stessa classe dirigente, uguali obiettivi, uguali programmi, medesimi errori grotteschi. Di notevole impatto il colpo di scena finale: la comunità, con grande stupore, scopre di essere direttamente responsabile di tale disastro temporale.
Da domani in tutta Italia. Non potrete perderlo. Davvero non potrete.

Capote - A sangue freddo

Capote di Bennett Miller
(2005) Usa/Can

E' un film abbastanza freddo, sia nelle intenzioni che nel risultato. Dove per intenzioni si intende la volontà di virare l'atmosfera su sfumature piuttosto grigie e anonime, con l'obiettivo di non dare alcun colore ad una storia di per sè nerissima; dove per risultato si intende la scarsa capacità del film di farti entrare appieno nella storia perché non riesce a dosare a sufficienza tutti gli elementi diversi che compongono la trama ed eccedendo nel voler far capire tutto al pubblico senza dargli alcun margine d'intuizione. Fatto sta che Capote è una piacevole sorpresa in quanto prende le distanze dall'ansia da biopic che sembra aver investito la Hollywood degli ultimi anni e pur volendo raccontare una delle figure più carismatiche ed eclettiche dell'America, non ne è una sterile biografia: non racconta vita, morte e miracoli di Truman Capote ma ce lo presenta già all'apice del successo e ci racconta i quattro anni più critici della sua vita, ovvero quando inizia a raccogliere materiali per la scrittura del libro A sangue freddo e avvia una morbosa frequentazione con un assassino condannato a morte. Il film, poi, non si vuol solo soffermare sul lato oscuro di uno dei più grandi scrittori d'America ma su come entrambi i protagonisti (Capote e l'assassino Smith) abbiano uguali origini, provengano dallo stesso background. Sono entrambi figli della stessa America ma a ciascuno dei due sono state offerte diverse possibilità. Portando a diversi risultati.
L'intero film si poggia tutto sulla monumentale interpretazione di Philip Seymour Hoffman che si annulla completamente dietro gli occhiali e la buffa voce di Capote, riportando in vita le sue emozioni, le sue paure, il suo terrore d'essere dipinto come diverso e la sua voglia di essere accettato. Fin troppo facile l'Oscar a lui assegnato in quest'occasione ma non c'era davvero di che tentennare. Uno dei migliori attori contemporanei al mondo.

12.4.08

L'arte del sogno

La science de réves di Michel Gondry
(2006) Fra/Ita


Raramente ho visto così tanta poesia in un film solo. E dico 'visto' non a caso perché la poetica di Gondry non sta solo nella storia e nei dialoghi ma anche e soprattutto nelle immagini: nel come sa rendere visuale tutto ciò che gli passa per la testa, anche i sentimenti che sono ciò che più c'è di intangibile. L'arte del sogno richiede uno sforzo non da poco per essere visto ma alla fine ci si rende conto che tutto ciò che doveva arrivare è arrivato piano ed in silenzio, senza fatica ma anzi introducendosi lentamente sotto pelle, tra un sorriso di allegria e una smorfia malinconica. Si gode e si soffre insieme ai protagonisti perché nonostante siano eccessivi e lunatici e quindi lontani da una maggioranza che popola il mondo, si vorrebbe vivere le cose esattamente come loro. La chiave che il regista utilizza per ottenere tutto ciò è squisitamente funzionale alla storia: niente effetti speciali pur essendo il film pieno zeppo di momenti onirici ma piuttosto concentrazione assoluta sul lavoro artigianale, fatto di elementi di scena costruiti con stoffa e materiali di scarto e contando sulle illusioni ottiche che oltre ad ingannare il cervello umano, producono anche quel magnifico effetto di magia che risveglia un pò il fanciullo di tutti gli uomini. La focalizzazione su questi punti è tale che Gondry volutamente ignora altri elementi cinematografici come ad esempio un montaggio classico, preferendogli tagli e riprese con macchina a mano che quasi rimandano al Dogma danese. Bernal e la Gainsbourg, poi, sono calatissimi nella parte: lui con quel viso stralunato dà anima e corpo ad un personaggio fiabesco, lei molto più rude e rigida mantiene le distanze preferendo la realtà al sogno per non soffrire più di tanto.
E' la poesia che si traduce in immagini, si fà cinema e attraverso il dettaglio colpisce dritto al cuore. Una vera perla da custodire.

11.4.08

Prime anticipazioni su Cannes 2008

Prime notizie su Cannes 2008 (dal 14 al 25 maggio). Innanzitutto, sembra che quella voce circolata negli ultimi tempi sia da ritenersi ormai fondata: il film che aprirà il festival francese sarà proprio Indian Jones and the Kingdom of the Crystal Skull di Steven Spielberg, il grande ritorno dell'archeologo più amato del cinema. Per quanto riguarda le Lezioni di cinema, l'ospite d'onore di quest'anno sarà Quentin Tarantino che per l'appunto intratterrà la platea con il suo personale punto di vista sul cinema. Retrospettiva omaggio, invece, per Jim Jarmusch: l'eclettico regista americano riceverà la Carrosse d’Or 2008 della Quinzaine des rèalisateurs, una sorta di premio alla carriera ricevuto da molti nomi illustri del cinema mondiale.
Il programma della manifestazione verrà presentato nella conferenza stampa del 23 aprile.

Michael Clayton

Michael Clayton di Tony Gilroy
(2007) USA

Non sarà certo il film dell'anno, anche perché la storia puzza di già visto lontano un miglio, ma Michael Clayton è un film dignitosissimo che ha pochi punti di forza ma tutti molto efficaci. Innanzitutto l'intuizione di iniziare la storia dalla fine e poi lanciare un lunghissimo flashback proprio per scongiurare l'effetto noia di già visto e dare una marcia in più ad una storia leggermente complicata. Poi c'è la caratterizzazione dei personaggi: ovviamente giganteggia il protagonista di George Clooney ma i comprimari sono tutti ugualmente ben sviluppati e per giunta chiedendo un pò più di attenzione allo spettatore medio. La regia mantiene toni bassi che però sembrano voluti e non eccede in trovate drammatiche ma trasferisce le difficoltà della storia nella fotografia livida e nel montaggio. Perché alla fine l'attenzione è tutta per la storia e per i dilemmi morali che propone. In tutto questo c'è un cast che recita più che bene; per dirne un paio: Tilda Swinton (qui premio Oscar) compare molto meno di quanto pensassi ma in quel poco lascia il segno, soprattutto nella versione originale da preferire al doppiaggio e Sidney Pollack trasporta tutte le sfaccettature del suo personaggio nelle sue rughe e nei suoi sguardi parzialmente colpevoli. Poi c'è George Clooney che per quanto mi riguarda è un bravissimo attore e in questo caso costruisce un'interpretazione... come dire, trattenuta ma di grande impatto. E Tom Wilkinson non si fa sopraffare dagli altri, anzi. Godibilissimo, importanti i risvolti morali che vuol proporre, scorrevole nonostante le insidide della storia. Bella l'idea dei titoli di coda.

9.4.08

Shortbus

Shortbus di John Cameron Mitchell
(2006) USA

Non è il film che ci hanno voluto far credere. Non è morboso, non ricerca lo scandalo facile nonostante le numerose scene di sesso (sesso vero di tutti i tipi fino alle orgie, erezioni ed eiaculazioni si sprecano e le donne non sono da meno nel mostrarsi) che fra l'altro non sono neanche forzate in quanto il film si basa tutto sulle relazioni umane, fra le cui componenti essenziali c'è sicuramente il sesso. Ma quando il rapporto sessuale diventa un problema, sintomo di qualcosa di più profondo che non funziona, la cosa merita di essere sviscerata e Shortbus è proprio questo che cerca di fare. Vuole scavare nelle profondità dell'animo umano per andare a ricercare qual è quella cosa che ci spinge ad unirci carnalmente con qualcun'altro. Non è detto che il film fornisca tutte le domande che pone, ma in un paio di cose centra il colpo: innanzitutto la rappresentazione di New York, una città che dopo l'11 settembre non è stata più la stessa e deve fare i conti con i fantasmi del passato; l'attentato aereo che ha cambiato la storia degli ultimi anni viene solo accennato all'inizio ma i suoi effetti si sentono in tutta la storia. Secondo punto: il regista riesce a toccare quelle corde difficili da raggiungere per un'opera cinematografica di questo tenore, quel genere di sentimenti in cui tutti ci possiamo riconoscere al di là delle esperienze che i protagonisti vivono. Il risultato è una malinconia di fondo fortissima che stride volutamente con i colori della fotografia e delle scenografie in maniera disarmante.
Mitchell non manca di coraggio nel mettere in scena tutto questo, non nasconde nulla e mostra tutto ciò che il pubblico potrebbe trovare fastidioso per la propria sensibilità; ma ciò non avviene, anzi ci si affeziona ai personaggi pur essendo distanti dalle loro esperienze. Oppure, e questo sarebbe un bel punto interrogativo, ci si affeziona proprio perché vorremmo viverle quelle esperienze. Perché il sesso è ancora un grande taboo della società, con tutti i problemi culturali che ne conseguno. Shortbus vuol parlare anche di questo.

8.4.08

Uno sguardo altrove: Lost

E' giunta l'ora che anche io spenda due parole su Lost. Fenomeno televisivo dirompente degli ultimi anni, l'unico che sia riuscito a creare un clamore ed un fanatismo riconducibili ad un illustre predecessore ed ispiratore quale è X-Files, il serial Lost è stato co-creato nel 2004 dalla fervida immaginazione di uno dei genietti degli ultimi anni, J.J. Abrams, che ha poi applicato il 'metodo Lost' alle sue produzioni cinematografiche (vedi Cloverfield). Non starò qui a scrivere di cosa narra il serial, quali sono i motivi per cui è così interessante perché in rete è stato già detto e scritto tutto ed esistono migliaia di siti e blog che ne spulciano ogni particolare (a tal proposito, sono imperdibili Lostpedia, la sezione di Wikipedia totalmente dedicata al serial, e mi sento di consigliarvi personalmente il sempre aggiornatissimo DaddunLost). Ciò che mi preme è scrivere qualcosa di personale, di un nucleo centrale che solo ogni tanto sembra emergere in superficie nella trama del serial ma che invece a me (ma sicuramente a molti altri) è sembrato centrale e fondamentale.
Lost è la storia di un gruppo nutrito di persone che precipita su un'isola. Ciascuno di loro ha un passato che non solo lo collega a qualcun'altro presente sull'isola ma che sembra anche essere buon motivo di una predestinazione a precipitare proprio lì. Il luogo dove si risvegliano dopo l'incidente sembra essere idilliaco ma fin da subito si rivela minaccioso: oscure presenze infestano la giungla, strani esperimenti vengono condotti da persone che già abitavano l'isola. Ogni personaggio, allora, dovrà farsi carico delle proprie esperienze e della propria personalità per cercare di sopravvivere in un posto che tutto sembra tranne che accogliente. Ed ecco, allora, il punto emotivamente più forte di Lost: l'umanità che viene rappresentata, i protagonisti, è un ampio ventaglio di personalità che abitano il nostro mondo e in cui tutti gli spettatori (costante dei serial) possono riconoscere qualcosa di sè stessi. Ma questo va ben oltre il mero tecnicismo di empatia con il pubblico. I protagonisti, dal primo all'ultimo, ingaggiano una battaglia con quelli che sembrano essere elementi soprannaturali (ma a Lost nulla è come sembra) ma in realtà stanno combattendo con le stesse paure che affrontiamo noi nella vita di tutti giorni, in primis la paura della morte e il fortissimo spirito di sopravvivenza che ci contraddistingue. Ognuno di loro deve fare i conti con gli errori del passato, più o meno grandi, riconciliarsi con sè stessi e trovare la forza di andare avanti. Di espiazione si tratta, nulla a che vedere con le religioni anche se Lost, specie nella seconda serie, porta avanti un discorso non indifferente sullo spiritualismo e soprattutto la fede. Ma ciò che tende a sottolineare è il difficile cammino che tutti devono intraprendere per scacciare i demoni di un passato che in quanto tale influenza presente e futuro. Viene dipinta così l'umanità tutta in un microcosmo fanta-avventuruoso dove è prepotente una fortissima carica drammatica; impossibile non emozionarsi insieme ai protagonisti, la qualità di scrittura degli autori è altissima mentre la regia alterna alti e bassi notevoli (ma gli alti sono pura eccellenza). Il quadro finale lo avverto desolante ma umanamente vero: si vive insieme, si muore soli, come viene più volte ripetuto nell'arco narrativo della storia. E' una risposta che non consola ma è la vita stessa a non essere conciliante con le aspirazioni degli individui. Tutto ciò viene ancora più rafforzato dalla geniale svolta narrativa che viene lanciata al termine della terza stagione: raramente si era visto tanto coraggio nel ribaltare completamente il punto di vista di un serial dopo 3 cicli di successo ed invece è cio che avviene; il sistema narrativo del telefilm viene totalmente rigirato (dal sistema flashback/presente si passa a flashforward/presente mostrando così quale sarà la sorte dei personaggi alla fine dell'avventura ma senza per nulla intaccare la suspance insita nella storia).
Infine, alcune coordinate personalissime ve le devo dare: John Locke (magnifico e premiato Terry O'Quinn) è uno dei personaggi più affascinanti degli ultimi anni della televisione e da tanto fascino è nata la più ipnotizzante nemesi della tv dell'ultimo decennio (il personaggio di Michael Emerson). E il gruppo creativo che ruota intorno a Lost è uno dei migliori che ci sia in circolazione.
Quarta stagione in corso, Lost è forse l'unico serial che ha già deciso con ampio anticipo quando scrivere la parola fine (si parla di cento episodi per un totale di 6 stagioni ma lo sciopero degli sceneggiatori ha messo in crisi questa certezza), consegnando così ancora più forte l'idea che chi ci lavora non sta andando allo sbaraglio o al rilancio continuo di misteri e segreti ma ha già un'idea dell'insieme e della direzione della storia. Chapeau!

7.4.08

Quando andavo a caccia di alieni...

Interessante intervista a David Duchovny. Qualche accenno anche al nuovo X-Files in arrivo.

4.4.08

Ogni cosa è illuminata

Everything is illuminated di Liev Schreiber
(2005) USA

Esordio alla regia del bravissimo attore Liev Schreiber, Ogni cosa è illuminata parte con i toni della commedia e si conclude con un piglio decisamente drammatico. Tratto da un'opera letteraria dalla difficile trasposizione ma di grande impatto, il film parte con un quarto d'ora di incipit davvero fulminante e per tutto il primo tempo ne mantiene il ritmo. Nel secondo tempo le cose cominciano a rallentare anche per il drastico cambio di tono della storia ed è qui forse che il meccanismo si inceppa. Schreiber firma un debutto alla regia convincente ma piuttosto pasticciato in alcuni momenti, laddove nel secondo tempo l'equilibrio tra commedia e dramma si spezza a favore del secondo e i meccanismo narrativi iniziano ad ingarbugliarsi un pò (la voce fuori campo che narra è di uno, i flashback sono di un altro). Non sembra tanto che il regista si sia confuso ma semplicemente che abbia voluto osare; ma se nel complesso l'opera di direzione è piuttosto buona, è nel dettaglio che il film mostra i suoi difetti peggiori. Nulla da ridire, invece, sulla direzione degli attori (quando un bravo interprete dirige altri interpreti c'è quasi sempre questo risultato), Elijah Wood è una conferma e il resto del cast regge la scena. E' la morale del film più di tutto a rimanere impressa: l'importanza della memoria, laddove questa si componga attraverso fratti privati o avvenimenti storici, è fondamentale. Buttare via il passato significherebbe non imparare dalle esperienze vissute e ricadere negli stessi errori. Conservare tutto ciò che ci aiuta a ricordare è vitale. Nella costruzione di questo insegnamento il film è praticamente perfetto e raggiunge vette poetiche sorprendenti.

1.4.08

Across the universe

Across the universe di Julie Taymor
(2007) USA

Sono rimasto folgorato da questo film, fin dalla prima bellissima scena su una spiaggia inglese che è solo la prima di tante intuizioni visive che reclamano ammirazione. Across the universe è un progetto ambizioso a cui la Taymor ha creduto e ci ha lavorato sodo; e ciò si vede, è evidente da ogni singola scena che questo è un film nato da un'esigenza, da una passione, da un'intelligenza per nulla da ignorare. E' un'opera rock che con 33 canzoni dei Beatles narra una manciata di anni che furono accompagnati proprio da quelle musiche e che hanno rappresentato un momento epocale per l'America e il mondo intero; canzoni che non appartengono, però, solo a quel periodo ma viaggiano attraverso l'universo, appunto, e giungono fino a noi, ai giorni nostri. E' un parallelo da tener presente perché quelle stesse musiche, a distanza di 40 anni, hanno un'influenza sulla cultura contemporanea eccezionale: non a caso hanno ispirato questo film, per dirne una. Across the universe, allora, è la storia di due ragazzi che si amano (o ci provano, almeno) sullo sfondo della guerra nel Vietnam, le grandi contestazioni pacifiche, il periodo insomma dove un pò tutti ricercavano disperatamente un'identità che li rendesse unici e speciali, in un mondo dove tutto si avviava all'omologazione e al distacco umano. In tutto questo, a Julie Taymor riesce un altro piccolo miracolo: non solo il film è farcito di citazioni beatlesiane (non si contano: tutti i personaggi hanno nomi tratti da canzoni del quartetto di Liverpool; alcuni titoli delle canzoni dei Beatles vengono utilizzate nei dialoghi, "she came in through the bathroom windows, when i'm 64") ma durante tutta la storia dei protagonisti principali, è possibile leggere ad un altro livello la storia stessa dei Beatles e di tutti i momenti salienti della loro carriera: gli esordi al Cavern, le droghe prima leggere e poi pesanti (fra l'altro senza mai mostrarle), la nascita della Apple o l'ultimo concerto sul tetto della casa discografica... c'è davvero tutto! E' allora un'opera dal doppio omaggio: ad un'epoca che ha lasciato il segno e ad una band che ha segnato diverse epoche. Il tutto condensato in due ore meravigliose dove ogni momento musicale è una sorpresa sia a livello visivo che audio; non solo la regia è pregiatissima e ispirata, ma il lavoro di arrangiamento compiuto sulle canzoni è strepitoso e le perfomance canore degli attori di alto livello. Il cast è perfetto, sono tutti calatissimi nella parte ma su tutti si erge il protagonista assoluto: Jim Sturgess, autentica rivelazione, faccia da schiaffi e voce graffiante, dà un'impronta al suo personaggio rendendolo praticamente unico.
Across the universe è una delle opere più belle che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni e lo dice uno che mal sopporta musical e quant'altro... ma questo non è tecnicamente un musical e comunque gli intenti del film vanno ben oltre: è la storia del mondo, è la storia della musica. E' emozionante dal primo all'ultimo momento. Difficile da dimenticare.

I Film del Mese: Aprile 2008


  • Juno di Jason Reitman (4);
  • Non pensarci di Gianni Zanasi (4);
  • La zona di Rodrigo Plà (4);
  • Gone Baby Gobe di Ben Affleck (4);
  • The Eye di D. Moreau, X. Palud (4);
  • Next di Lee Tamahori (4 - visto in anteprima);
  • All'amore assente di Andrea Adriatico (4);
  • Amore, bugie e calcetto di Luca Lucini (4);
  • Shine a light di Martin Scorsese (11);
  • Interview di Steve Buscemi (11);
  • In amore niente regole di George Clooney (11);
  • Alla ricerca dell'isola di Nim di M. Levin, J. Flackett (11);
  • Riprendimi di Anna Negri (11);
  • La seconda volta non si scorda mai di Francesco R. Martinotti (11);
  • Oxford Murders - Teorema di un delitto di Alex De La Iglesia (11);
  • Shoot'Em Up di Michael Davis (11);
  • L'ultima missione di Olivier Marchal (18);
  • 10 cose di noi di Brad Silberling (18);
  • 21 di Robert Luketic (18);
  • Ortone e il mondo dei Chi di J. Hayward, S. Martino (18);
  • Il matrimonio è un affare di famiglia di Cherie Nowlan (18);
  • L'amore non basta di Stefano Chiantini (18);
  • Step Up 2 di Jon Chu (18);
  • Cambio di gioco di Andy Frickman (18);
  • Jimmy della collina di Enrico Pau (23);
  • Tutti pazzi per l'oro di Andy Tennant (23);
  • L'altra donna del Re di Justin Chadwick (24);
  • Sotto le bombe di Philippe Aractingi (24);
  • 3Ciento di A. Seltzer, J. Friedberg (24);
  • Mongol di Sergej Bodrov (25);
  • Evening di Lajos Koltai (25);
  • L'anno Mille di Diego Febbraro (25);
  • The Hunting Party di Richard Shepard (30);
  • Racconti da Stoccolma di Anders Nilson (30);
  • Saw IV di Darren Lynn Bousman (30);
  • Lezione 21 di Alessanrdo Baricco (30);

Aprile è un mese ricco e sembra anche la fiera dei titoli scemi. Detto ciò, a voi la scelta!