24.4.09

WALL-E

WALL-E di Andrew Stanton
(2008) USA

La mia ignoranza in tema di cinema d'animazione è nota. Ma qui il punto è un altro: qual è la differenza fra questo film ed un normale film in pellicola con attori in carne ed ossa? Perché in WALL-E c'è una trama coerente e precisa da fare invidia a certe produzioni hollywoodiane, ci sono scelte di regia che non solo hanno un significato ma che compiono miracoli fino ad ora mai visti nei film d'animazione (zoomate, movimenti da macchina da presa iper-realistici), c'è soprattutto emozione; ci sono dei robot animati che emozionano quanto veri attori, anzi ci sono robot animati che recitano! Non si limitano a compiere azioni a favore dei bambini che rappresentano la grande fetta di pubblico ma sono arricchiti di sfumature tipiche da attori consumati, nell'uso del corpo, dello sguardo, dei gesti. WALL-E abbatte definitivamente quel muro che rende il film d'animazione una commedia per bambini infarcita di citazioni cinematografiche ad uso e consumo dei grandi; stavolta quest'ultimo espediente (diventato ormai francamente abusato) non c'è ed il target a cui si mira è molto più ampio, riuscendo egregiamente a soddisfare il pubblico di massa sotto ogni punto di vista.  
WALL-E è uno degli autentici capolavori del 2008, raramente si vedono film di così arguta riuscita, completamente vittorioso nella sintesi tra ciò che si vuol dire e ciò che si deve fare per intrattenere, gioiello prototipo di tutto il cinema d'animazione a venire (anche se la definizione "d'animazione" si sta parzialmente esaurendo a fronte degli ultimi sviluppi nel genere) e definitiva conferma del grande salto di qualità del genere "cenerentola" degli ultimi anni. La consacrazione a Cannes e poi a Venezia sembrava quasi obbligata.
Non perdetevi i titoli di coda, meraviglioso compendio di storia delle arti visive o di comunicazione visuale o di qualunque altro nome vorrete dargli.

23.4.09

Cannes 2009

E' ufficiale la selezione dei film in concorso a Cannes 2009. Una scelta particolarmente ricca, forse come non mai rispetto agli ultimi anni. E ci sono due dei miei mostri sacri: Lars von Trier (Antichrist, di cui in potete cercare il trailer in rete) e Michael Haneke (Das Weisse Band). Marco Bellocchio unico italiano in gara con Vincere; molta attesa anche per Inglourious Bastards di Tarantino, che da quel poco che ho visto sembra essere tornati ai fasti di Kill Bill.

21.4.09

Nessuna verità

Body of lies di Ridley Scott
(2008) USA

Detto da uno che ha apprezzato Hannibal deve fare un certo effetto ma tant'è: l'ultimo film di Ridley Scott è di una noia mortale. Due ore e passa di storia dove lo spessore psicologico dei personaggi è pressoché nullo e il valore metaforico del narrato quanto di peggio poteva essere tirato fuori: gli arabi sono cattivi ma anche gli americani sanno esserlo nel fronteggiarli; la tortura è riprovevole ma per arrivare a provarne totale disgusto devi per forza subirla, sennò prima non c'è verso e via dicendo attraverso la fiera delle banalità. Un concentrato di nulla come certe volte solo Hollywood sa produrre, quel genere di film su cui chiunque potrebbe metterci la firma da regista perché con quel budget e con quel cast davvero sono bravi tutti a tirar fuori un Nessuna verità qualunque da spacciare come l'arguta riflessione della "guerra democratica" post 11 settembre. E il lieto fine che rende felice tutti (ma proprio tutti!) è la ciliegina sulla torta di questo spettacolare polpettone che non si fa mancare neanche la redenzione del protagonista, dopo il più ridicolo duello verbale fra agente CIA e feroce terrorista che si sia mai visto da un bel po' di tempo a questa parte. 127 minuti in cui la regia non compie il minimo sforzo per ottenere quel guizzo che basterebbe a salvarla.
Insopportabile. Specialmente averlo visto in una città sotto apparente assedio militare!

15.4.09

Shot In The Back Of The Head


Il video della nuova canzone di Moby, diretto da David Lynch. 
Il protagonista del videoclip assomiglia curiosamente a qualcuno! E a detta del musicita, Lynch stesso è stato l'ispirazione per il suo nuovo imminente album.

5.4.09

David Lynch ha compiuto un miracolo

Ha riunito Paul McCartney e Ringo Starr sul palco, a 7 anni dall'ultima volta.

26.3.09

L'anticristo di Lars von Trier

Prima immagine ufficiale di Antichrist, il nuovo film di Lars von Trier. Attesissimo per me.

22.3.09

Niente è come sembra

Niente è come sembra di Franco Battiato
(2007) ITA

L'esordio alla regia di Battiato, Perduto Amor, era formale e canonico, bello nel suo essere classico e personale al tempo stesso. Il secondo film, Musikanten, prese la via della sperimentazione e seppur particolarmente complesso (mi permetto di citarmi) "nell'insieme tutto acquista un senso". Il terzo film, questo Niente è come sembra, è l'esagerazione all'ennesima potenza dell'arroganza (da intendersi in senso buono) di un autore che, come più volte ha dichiarato, si sente libero di fare i film che vuole. Fermo restando la grande ammirazione che mi lega alla carriera di Battiato, saggia arroganza e totale libertà non sono sempre sinonimo di bellezza e riuscita di un'opera: ci sarebbe voluto un produttore che frenasse un pò le mastodontiche ambizioni del regista. Che ce le mette tutte per osare ciò che in pochi hanno osato: portare la fede ed il misticismo al cinema; il film, infatti, è lo scontro fra un gruppo di credenti di diverse religioni e un ateo di provato scetticismo. Devo ammettere che la visione del film, per un non credente come il sottoscritto, è stata particolarmente irritante in quanto è evidente il totale squilibrio di spazio concesso ai personaggi credenti a scapito dell'unico ateo. Ma un autore può sostenere la tesi che vuole e tutto sommato alla fine del film non si ha l'impressione che i non credenti siano stati mancati di rispetto; così come non si ha l'impressione che sia stata resa giustizia ai credenti, tutti abbozzati superficialmente in un breve lasso di tempo. 
Niente è come sembra, insomma, tocca temi alti e s'illude di farlo con una regia che difficilmente può definirsi cinema (tranne rari momenti decisamente affascinanti, come l'uso delle luci nei piccoli monologhi) e che nella sua assenza rende insopportabili le interpretazioni del cast; nello spazio cortissimo di un'ora; riempito fino a scoppiare di citazioni colte. L'intento è nobile e coraggioso: infondo, se si legge fra le righe del film, riconosciamo in ogni singola scena la possibilità di scorgere un elemento caratteristico della complessa ed ignota personalità di Battiato. Ma mettere in gioco sé stessi non è abbastanza e non è garanzia di qualità. E nonostante il film miri in alto, probabilmente non lascerà traccia di sé.

17.3.09

The Millionaire

Slumdog Millionaire di Danny Boyle
(2008) Ing\India

Film che più ruffiano non si può, utilizza tutti gli stereotipi possibili e immaginabili per costruire un crescendo di emozioni che per rimanere tale provoca spaventosi buchi di sceneggiatura, colpevoli di rendere ancora più inconsistente una storia che già ci mette del suo per non mirare al realismo (l'idea, poi, di raccontare una storia già scritta nel destino è un qualcosa che per me rappresenta l'anti-cinema per eccellenza). 
Intendiamoci, non si può dire che sia un film da buttare ma la mia visione è stata inquinata dal pregiudizio "pioggia di Oscar" a cui ho cercato di trovare una giustificazione ad ogni modo. Questo film è semplicemente nella media, nulla di più e gli errori non mancano. Davvero Danny Boyle meritava il premio alla regia per questa opera? Inquadrature oblique senza alcun motivo, per lo più strette sui primissimi piani (cercando evidentemente di ottenere il più possibile da attori non esattamente professionisti), scene d'azione nelle quali i movimenti della macchina da presa erano talmente sconclusionati da rendere impossibile la percezione dell'immagine (ne Il cavaliere oscuro, per dirne uno, ci sono momenti doppiamente turbolenti nei quali l'insieme dell'inquadratura e la chiarezza di tutto ciò che vi accade dentro non minano assolutamente la limpida chiarezza delle azioni). Perfino il montaggio ha vinto l'Oscar, un montaggio che è una continua offesa all'intelligenza dello spettatore al quale deve essere spiegato tutto manco fosse deficiente (il montaggio della scena finale, poi, è veramente da spararsi in testa!). 
The Millionaire è una favola moderna con la pretesa di denunciare le infamie subite da un paese culturalmente ricco qual è l'India. Pur essendo intrattenimento che può anche emozionare, resta il fatto che non ha nessun valore aggiunto che possa minimamente dare spiegazione a tutto il clamore che ha suscitato. Unica spiegazione: Hollywood arranca e corteggia Bollywood; gli si è presentata l'occasione ideale per santificare il matrimonio tra i due mercati e non è stata persa. A discapito di tutti quei bei film che agli Oscar sono rimasti a bocca asciutta.

13.3.09

LYNCH (one)

LYNCH (one) di blackANDwhite
(2007) USA

Come era ovvio aspettarsi dalle anticipazioni, LYNCH (one) è un documentario che più atipico non si può. Non segue lo schema tipico del genere (tesi e dimostrazione), non si limita ad essere la tediosa biografia di un regista di successo, non promette sensazionali scoperte sulla complessa figura posta al centro dell'analisi. Semplicemente vuol far vedere Lynch all'opera in tutte le sue declinazioni: pittore\scultore, fotografo, divulgatore della Meditazione Trascendentale, musicista (anche se questa vena viene per lo più accennata). 
E regista ovviamente, solo che non viene per nulla indagata la sua carriera ma ci si concentra esclusivamente sulla lavorazione di INLAND EMPIRE; e su quest'ultimo sì che c'è un bel pò da scoprire: Lynch che propone a Jeremy Irons un ruolo nel film, in che modo prendono forma personaggi ed attori (ancora una volta c'è lo zampino della Meditazione), la costruzione dei set dove il regista svolge un ruolo attivissimo (non è raro osservare Lynch lavorare in prima persona come un vero artigiano, con le mani in pasta), la nascita della leggendaria giacca verde. Uno dei momenti che sicuramente più mi ha colpito è lo sfogo di Lynch che ad un certo punto della lavorazione di IE ammette di essere "depresso perché non so in che direzione sto andando con questo esperimento." Certo, di questa frustrazione e successiva guarigione dell'autore si era già venuti a conoscenza ma vederlo davvero soffrire praticamente sul set fa' tutto un altro effetto. Fra l'altro, molte delle immagini confermano come davvero il film sia stato realizzato scena per scena e che spesso gli attori arrivavano sul set senza sapere cosa dover fare: c'è un momento in cui Lynch spiega a Laura Dern di dover correre sul set del remake del film 47 fino a rifugiarsi in una casa, alché l'attrice segue il dito del regista ed esclama stupefatta "oh, nella casa di Smithee? Adesso sì che sono spaventata!" 
E' bene sapere che l'extra LYNCH (two) visto nel cofanetto di IE non era anticipatorio di questo documentario in quanto nessuna di quelle scene è stata montata in questo film. Quest'ultimo, difatti, colpisce anche per la sua brevità (poco più di un'ora e venti). Ma l'opera del fantomatico blackANDwhite è una sorpresa soprattutto sul versante della messa in scena: montaggio non lineare, nessun apparente ordine degli argomenti trattati, niente di niente. La netta sensazione è quella di spiare Lynch nel suo ufficio (dove il regista spegne continuamente le sigarette sul pavimento!), nel suo laboratorio artigianale, nella sua casa (dove appende decine di post-it al muro, probabilmente le scene di IE, e siede di fronte ad essi in attesa dell'idea esatta per il montaggio delle scene), sul set. Un vero film d'indagine che non vuol capire il personaggio intervistandolo ma semplicemente osservandolo, vedere come parla con gli attori, osservare come si relaziona con il mondo. Il tutto oscillando tra bianco e nero e colori, angolazioni di ripresa inusuali, poche e precise didascalie.
LYNCH (one) è il documentario che tutti i fan di David Lynch vorrebbero vedere e tiene fede alle leggende (per lo più esagerate) che circolano sul grande autore. E ne alimenta un'altra: chi è il regista di questo documento? L'ultima scena (Lynch che dirige sé stesso, come detto nel post precedente) apre ancora un'altra leggenda tutta da scoprire.

10.3.09

blackANDwhite è David Lynch?

Sono finalmente riuscito a vedere LYNCH (ONE), il documentario del 2007 dedicato al regista di INLAND EMPIRE. Rimandando le considerazioni sul film ad un secondo momento, vorrei riportare a galla uno dei grandi misteri legati a quest'opera. 
Breve riassunto: quando il documentario venne annunciato, grande attenzione venne posta sul fatto che l'autore dell'opera è anonimo, ovvero si  nasconde dietro al nome blackANDwhite. Una serie di considerazioni vennero fatte su questo anonimato: più di tutto, ci si chiedeva chi poteva aver avuto un ascendente così forte su Lynch da poterlo seguire per ben due anni fuori e dentro il set di INLAND EMPIRE e perché tale tizio avrebbe voluto rimanere anonimo piuttosto che farsi forte di un'opera così particolare (che di certo rappresenta una tappa importante per la carriera di qualsiasi cineasta). Ovviamente, il primo pensiero che saltò alla mente di tutti fu: è Lynch stesso l'autore del documentario, ma per pudore o per falsa modestia preferisce non firmarlo. Allora intervenne Eric Basset, responsabile per la distribuzione di David Lynch, affermando: "Posso assicurarvi al 100% che non è Lynch il regista del documentario." A sostegno di questa tesi si poteva sottolineare come il blog ed il sito ufficiale della lavorazione del documentario mostravano un notevole sforzo artistico di certo non sostenibile da Lynch in pieno ciclo produttivo del suo film definitivo e più impegnativo. 
A tutt'oggi la domanda è rimasta aperta. blackANDwhite non è uscito allo scoperto e la visione del documentario non offre indizi. Tranne la scena conclusiva dell'opera stessa di cui potete vedere qui in alto due immagini. Vengono mostrate due soggettive: una è quella di David Lynch regista con tanto di troupe, l'altra di David Lynch intervistato (anche se sarebbe più corretto dire "indagato", considerando le ambizioni del film). Sembra proprio che autore e protagonista coincidano. La scena è affascinante non solo se la si ricollega alla carriera del regista (carriera nella quale il tema del doppio è da sempre presente e prepotentemente indagato) ma anche pensando al mistero legato al nickname blackANDwhite. Comunque la si veda, la sequenza assume un valore ambiguo proprio perché doppia: nel significato e nella rappresentazione. 

7.3.09

Omaggio grossolano

Su invito di kekkoz.

6.3.09

In Bruges - La coscienza dell'assassino

In Bruges di Martin McDonagh
(2008) USA

In Bruges è uno dei film più bizzarri che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Lo è per la sua genuina volontà di mischiare commedia, dramma e violenza (con tinte gore) in un'atomosfera fredda ed ovattata come quella della provincia belga, teatro di questo intreccio dal sapore quasi shakespiriano e il cui risultato finale è decisamente surreale. A tratti il film ricorda un qualcosa di Tarantino o dei Coen ma pur mantenendo un proprio stile genuino ed originale.
Il punto forte dell'opera è la grande trappola che il regista tende allo spettatore: all'inizio del film ci vien detto subito che i protagonisti sono due assassini in esilio a Bruges, in attesa che si calmino le acque. Una serie di avvenimenti, di battibecchi, addirittura una gag, ci faranno credere di poter ritenere simpatici ed affabili questi due uomini, salvo poi scoprire chi e come hanno davvero ammazzato. Da qui in poi, comunque, l'ironia sui fatti rimane ed anche piuttosto insistita pure sui momenti più tetri della vicenda, sviluppando una trama lucida e perfetta nella quale i colpi di scena non mancano (anche se più di colpi di scena, si dovrebbe parlare di una volontà del regista di disattendere puntualmente le aspettative del pubblico) e che si va incastrando perfettamente nell'ambiente medievale di Bruges. 
Ottimo tutto il cast anche se non è il protagonista Colin Farrell ad emergere più di tutti ma il magnifico Brendan Gleeson che con molto poco riesce ad esprimere praticamente tutto. Riguardo Ralph Fiennes, credo che in molti lo abbiano già detto ma è il caso di ripeterlo: il meglio di sé lo da' proprio nelle caratterizzazioni da co-protagonista, come in questo caso dove appare per la prima volta solo a metà film e nel giro di poche battute ipnotizza l'attenzione di tutti.
In Bruges propone un tipo di cinema che mi piace: mette in ballo principi e morale in un mondo che per definizione non dovrebbe averli, attraverso una regia dall'equilibrio saggiamente calibrato con l'obiettivo di costruire un crescendo emozionale notevole.

2.3.09

Hancock

Hancock di Peter Berg
(2008) USA

Nel mare di supereroi che si sono impossessati del grande schermo, quello interpretato da Will Smith (che come attore continua solo a migliorare) è volutamente sopra le righe: non ha identità segreta, è alcolizzato, è rabbioso, quando interviene in aiuto di qualcuno fa' più danni che altro. Il film racconta l'incontro tra l'eroe e l'esperto di pubbliche relazioni Jason Bateman (altro attore che ha molto da dire) che cercherà di rifargli un'immagine per farlo amare dal pubblico. A metà film, poi, c'è un colpo di scena notevole che ribalta l'intera prospettiva della pellicola. Da lì in poi si sfiorano i toni del dramma.
Quel che più rimane impresso di Hancock è innanzitutto la regia. Le scelte compiute da Peter Berg,  stridendo con le tipiche regie dei film con supereroi, fanno assumere a molte scene l'aspetto di un film di guerra in piena Los Angeles o ricordano spesso lo stile di un Michael Mann in vena di commedia. Inoltre, la velocità con cui vola il film (poco più di un'ora e venti) fa' apparire il tutto poco pretenzioso; per questo motivo, la grossolana assenza di una vera e profonda riflessione sul ruolo di un supereroe, delle sue responsabilità o delle scelte morali connesse alle sue capacità, non si sente più di tanto. E' certo un'occasione sprecata, specie se pensiamo che il film era stato progettatto per avere un impatto profondo sull'idea di questo particolare genere di cinema d'azione.

27.2.09

Sex and the city - Il film

Sex and the city di Michael Patrick King
(USA) 2008

Quando portano un serial di successo al cinema c'è sempre il gusto di scoprire come l'avranno adattato, cosa avranno tenuto e cosa avranno buttato. Se sono riusciti, insomma, a trasformare la tv in cinema senza snaturare l'idea di partenza (l'ultimo buco nell'acqua, in questo senso, lo ha fatto X-Files - Voglio crederci). Ecco, si può tranquillamente dire che Sex and the city non ci è riuscito: non è propriamente un film quello che si vede, non è neanche televisione portata così com'è sul grande schermo ma è semplicemente un maxi-episodio della serie girato per il cinema. E sì che questo è già tanto, se si tiene conto che uno dei punti forti del serial era proprio quel ritmo fresco e mai stancante che caratterizzava gli episodi (che duravano, di solito, non più di 29 minuti). Il film, poi, è divertente quanto basta e mantiene inalterata quella capacità di saper raccontare le donne e le loro fragilità, le loro ossessioni, i loro difetti, senza mai scadere nell'eccesso di consacrazione ma neanche di commiserazione; mettendo, insomma, tutti sullo stesso livello: un uomo non è peggio di una donna e viceversa, ci sono semplicemente differenze sostanziali. Bella scoperta, verrà da dire, ma stiamo parlando pur sempre di una commedia senza tante pretese. Il serial ne aveva (la caratterizzazione di New York come fosse un personaggio vero e proprio, più che uno sfondo) e spesso le soddisfava pienamente. Il film vuole solo raccontare come sono proseguite le vite delle quattro protagoniste e nel farlo riesce perfino a costruire una storia che può coinvolgere anche quella fetta di pubblico che non ha mai guardato la serie in tv (e infatti vedi il grande successo di pubblico). 
C'è un grande fallimento: non c'è nessuna sperimentazione tra due mezzi ormai sempre più misti (tv e cinema), neanche un'ombra di auto ironia al riguardo. Ma non possiamo pretendere tutto.

26.2.09

Uno sguardo altrove: Lie to me

Il cinematografico Tim Roth è il protagonista di Lie to me, nuovaserie (diretta nemica degli ascolti per Lost) che pesca a piene mani dalle tendenze televisive di questi anni e ha molti debiti nei confronti soprattutto di Dr. House.
Il dottor Lightman (Roth) ha fondato un'agenzia di investigazione molto particolare: collabora con l'FBI ma non si occupa di spionaggio, ottiene incarichi dalla polizia ma non deve dare la caccia ai delinquenti. Il dottor Lightman ha fondato il suo successo sugli studi di una vita: l'analisi delle espressioni facciali e corporali, attraverso le quali sa comprendere quando un individuo sta mentendo. Grazie a questa stupefacente capacità, riesce ad indagare laddove le autorità falliscono (macchina della verità compresa, i cui limiti vengono anche spiegati nel corso degli episodi). Ovviamente, una qualità del genere finisce con l'influenzare anche la vita privata: Lightman non sopporta i bugiardi, capisce quando qualcuno mente ma deve anche moralmente decidere quando è il momento di intervenire.
La storia di per sé è avvincente e la frase d'apertura di ogni episodio (gli eventi narrati non corrispondo a fatti reali) ironicamente stride con i volti noti che spesso vengono mostrati come esempi di bugiardi (con particolare insistenza su Bill Clinton!). Tra i punti di forza della serie, oltre quel gran pezzo d'attore di protagonista che si diverte ad esagerare come non mai, c'è sicuramente un contorto discorso sul senso delle bugie e sulla necessità di mentire. "Tutti mentono" ripete in continuazione il Dr. House e da questa considerazione il medico più famoso di oggi tratta con il dovuto disprezzo ogni persona che ha davanti; il Dr. Lightman, invece, intrattiene rapporti più cordiali con gli altri essere umani, non impedendosi di giudicarli ogni qual volta sparano una balla, rendendo molto difficile la convivenza.
Nel meccanismo della serie, inoltre, si instaura un gioco all'apparenza stupido ma che stuzzica più di un corto circuito: quando un personaggio mente, il Dr. Lightman non manca di spiegarci da cosa lo ha capito (e molte di queste cose si ritrovano anche negli studi di psicologia moderni), mettendoci dinanzi al fatto che abbiamo davanti un attore che sta interpretando (e dunque mentendo) un individuo che mente. Riusciamo a smascherare, in qualche modo, il grande inganno della recitazione e possiamo anche intuire lo sforzo che questa richiede, in questo caso ancora di più. L'abilità del serial sta nel ricordarci che questo gioco di finzione tipico dell'attore è in realtà la maschera che ciascuno si porta dietro nella realtà. 
Prima serie in corso negli USA, sono previsti 12 episodi per ora. 

24.2.09

Oscar 2009: yawn

Oscar all'insegna della banalità, con la prevedibile vittoria di The Millionaire (porta a casa 8 premi) e la delusione di Fincher e del suo Benjamin Button (3 in tutto, tutti tecnici). Confermato anche l'Oscar allo scomparso Heath Ledger per l'interpretazione del Joker in The Dark Knight. Sean Penn ha strappato la sua seconda statuetta lasciando a mani vuote Mickey Rourke (e riportandoci tutti, quindi, in una dimensione più realistica) per l'interpretazione stupefacente di Milk e ne approfitta per ricordare a tutti le battaglie che ci sono ancora da fare per i diritti civili e ringrazia pure Rourke per la sua parabola di vita. Sorpresa per la vittoria di Penelope Cruz, attesa e sbadigliata la certezza Wall-E. 
Ormai si riesce quasi sempre a confermare le tendenze, anche perché non si fugge mai dalla logica delle nomination a pioggia per quei due o tre film che si giocheranno la serata. 
Tutti i premi qui. 

12.2.09

Correndo con le forbici in mano

Running with scissors di Ryan Murphy
(2006) USA

L'esordio alla regia del creatore di Nip/Tuck è uno schizofrenico viaggio nel mondo di un gruppo di persone che per vie molto perverse forma una sorta di famiglia; tanto più si avvicina al concetto di famiglia se pensiamo che gli elementi di molte di queste si fanno più male che bene l'un con l'altro. La storia reale di Augesten Burroughs e del suo drammatico rapporto con una madre decisamente instabile è narrato nel pieno stile di American Beauty: quindi piuttosto che farci inorridire per l'incredibile quantità di idioti che popolano il mondo (l'America, in questo caso), il regista ci fa empatizzare con loro, proviamo pietà per loro e per le loro disgrazie che tutto sommato sembrano essere il risultato di un'intera società andata a male piuttosto che le conseguenze di scelte sbagliate; per esempio, il personaggio della bravissima Jill Clayburgh è inghiottita dall'orrendo cliché della casalinga americana che però è talmente frustrata da non riuscire neanche a tenere in ordine la casa. Ovviamente, tutta l'attenzione è per il protagonista alla soglia dei 15 anni e per il doloroso distacco da sua madre (Annette Bening che ruba la scena a tutti ogni volta che viene inquadrata), resosi necessario dall'evidenza che le sue nevrosi stavano finendo per divorare quel che di buono c'era nel ragazzo; insomma, Augesten non vuole fare la fine di suo padre o del dr. Finch che ha messo su una famiglia talmente psicoanalizzata da non avere più nessun freno inibitorio e nessuna regola. 
Quel che il film ha da offrire, insomma, non è nulla di nuovo. Questo perché Murphy dovrà perfezionare il suo stile che ha molto da offrire ma non sfugge a tutti i cliché del genere (la signora Burroughs che impazzisce di brutto e balla sotto una pioggia di neve nella sua camera da letto con un classico degli anni '70 sparato a tutto volume... è davvero troppo!) svalutando così l'esito complessivo dell'opera; raccontare una storia straordinara in modo del tutto ordinario non è davvero quello che mi aspettavo, visti i precedenti televisivi. E poi ancora non mi sono abituato ai film narrati in prima persona dove quindi si suppone che tutto sarà visto dall'ottica del protagonista e della sua esperienza diretta esclusiva, cosa che poi non avviene. E' il genere di cosa che mi fa un pò incazzare.

8.2.09

Ultimo atto

La quarta ed ultima parte sulle scene eliminate di Fuoco cammina con me a cura di Dugpa.com è stata pubblicata. 

31.1.09

Sette Anime

Seven pounds di Gabriele Muccino
(2008) USA

Non si può certo dire che Muccino sia l'ultimo dei fessi. Come regista ha dato ottima prova di sé con le prime opere, cominciando poi a disperdere il suo promettente talento e fossilizzandosi in uno stile che è diventato sempre più prevedibile. Dalla trasferta in America avrebbe dovuto trarre molto più giovamento e invece il (secondo) risultato è questo Seven pounds, probabilmente quello più diverso nella sua carriera rispetto al passato e quello dal quale ci si attendeva una marcia in più. Invece Muccino continua a fare alla grande quello che gli riesce meglio, cioè dirigere gli attori grazie ad una fase preparatoria che prevede una lettura della sceneggiatura così approfondita da durare settimane, e ad ostentare i difetti che s'è portato dietro dall'Italia: quindi abbiamo una prima ora di film dinamica ed avvincente, nella quale il personaggio principale compie azioni bizzarre senza che venga data spiegazione certa a noi spettatori; dopo quella prima ora comincia a calare un pò di noia che ben presto diventa pesantezza. Il ritmo del film ha continui rallentamenti che mortificano la storia e poi ci si trova ad augurarsi che finisca il prima possibile, anche perché c'è un momento in cui i protagonisti non fanno altro che piangere, qualsiasi cosa facciano! Ci sono scelte, poi, che appaiono francamente discutibili come la colonna sonora sempre certosina nell'evocare lo strazio degli avvenimenti; così come ci sarebbe da chiedersi perché costruire l'intera narrazione sul colpo di scena finale che svelerà tutto per poi andare in tour promozionale per il film e dichiarare in ogni intervista qual è lo svolgimento del film. 
Insomma, io non capisco. Dove vorrebbe andare il cinema di Muccino? Davvero dobbiamo valorizzare questo film solo perché contiene un'eccellente prova d'attore di Will Smith (e il resto del cast non è da meno, probabilmente grazie proprio a Muccino come già detto)? Anche L'ultimo bacio parlava di sentimenti ma lì la regia e le tempeste emozionali dei protagonisti erano tutt'uno, qui invece non c'è nulla di tutto ciò e l'amaro in bocca alla fine è tanto. Anche perché il regista cerca in tutti i modi di commuovere, in maniera così ostentata ed insistente che finisce con l'essere insopportabilmente ruffiano. Ecco la parola giusta: è un film ruffiano.

30.1.09

Lynch - McCartney

David Lynch ha reclutato niente di meno che Paul McCartney per la causa portava avanti dalla sua fondazione. Il musicista si esibirà in un concerto a sostegno della David Lynch Foundation insieme a tanti altri il 4 aprile 2009.
Due dei miei massimi miti che s'incontrano!