Angels & Demons di Ron Howard
2.12.09
Angeli e demoni
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28.11.09
The Strangers VS Martyrs
“Non è il cosa ma il come.” (Stanley Kubrick)
The Strangers di Bryan Bertino - (2008) USA
Martyrs di Pascal Laugier - (2008) Fra\Can
The Strangers e Martyrs sono due film agli antipodi che si inseriscono in un ampio dibattito su cosa sia più giusto fare nei confronti della violenza. Stiamo parlando di due film d’intrattenimento (anche se il secondo ha velleità artistiche che non raggiungono esattamente la sufficienza piena) che fanno della tensione il loro punto di forza. È quel genere di film che vuole incollare lo spettatore alla poltrona e terrorizzarlo sempre di più scena dopo scena, instaurando così la sfida più grande per il regista e cioè cosa inventare per aumentare il coinvolgimento emotivo dello spettatore senza ripetersi. Ma le scelte di stile sono profondamente diverse: The Strangers lavora per sottrazione, mostrando molto poco e lasciando che a farla da padrona sia la paura di ciò che non si vede; Martyrs mette morbosamente in primo piano sangue ed efferatezza e quando raggiunge il culmine sorprende lo spettatore facendolo sprofondare in un incubo peggiore e che si pensava di aver evitato.

The Strangers è pieno di topos tipici del film dell’orrore. C’è la casa in piena campagna nella quale si trovano solo due bellocci, lui e lei, fidanzati in piena crisi. La prima grande mossa del regista è costruire un passato a questi due protagonisti attraverso pochi dettagli ma tutti fondamentali; dopo un po’ pensiamo di conoscerli da una vita e di poterli inquadrare in uno schema. Tutto questo ci fa empatizzare con loro già al primo segno di pericolo: una ragazzina bussa alla porta in piena notte chiedendo di un’amica per poi andarsene di nuovo nell’oscurità. Da quel momento i due si troveranno letteralmente braccati nella loro proprietà da tre individui mascherati che faranno di tutto per fargli venire un infarto. L’intero impianto narrativo di The Strangers, infatti, si basa proprio su questo: i tre aguzzini non sembrano voler mai concludere il loro atto; spaventano, si avvicinano ma poi si allontanano, sembrano sparire per poi tornare da una finestra. Un autentico gioco al massacro che sembrerebbe non proporre nessuna seria riflessione se non fosse che il film si chiama “gli stranieri”, parola carica di connotazioni horror ma anche razziste. Infatti il perverso giochino avviato porterà all’uccisione di un amico della coppia in pericolo per loro stessa mano: terrorizzati e con l’unica arma a disposizione che hanno, finiranno con lo sparare a chi invece era arrivato in loro aiuto. Non hanno saputo riconoscere lo straniero e per questo lo hanno rifiutato, condannandosi al loro destino. La metafora è fin troppo esibita ma il merito del film è quello di non prendersi così sul serio e pur puntando in alto, non trascura l’intrattenimento e ci riporta immediatamente alla trappola in cui i due sono costretti. Qui subentra il voyeurismo dello spettatore: chi se ne frega del tizio morto ucciso, andiamo avanti con la storia e vediamo che succede. Ecco che si palesa una delle grandi contraddizioni del cinema contemporaneo: siamo spaventati, siamo in tensione eppure continuiamo a guardare. Perché vogliamo sapere come va a finire. Ne siamo davvero sicuri? Ci interessa se i due sopravvivranno o vogliamo assolutamente sapere perché i tre aguzzini fanno quello che fanno? A questo punto ad Haneke staranno fischiando le orecchie, se vero che i suoi due psicotici vestiti di bianco si erano già cimentati in tutto ciò molti anni prima (e non scomodiamo i drughi di Kubrick per favore, perché a voler ben vedere forse loro una motivazione di fondo ce l’avevano). E se difatti uno di quei due psicotici non si sarebbe voltato ammiccante verso la macchina da presa, Funny Games sarebbe stato né più né meno che The Strangers. Il colpo di genio del regista verte proprio su questo ragionamento: nessuna spiegazione né la minima volontà di fornire un movente. Solo un bagno di sangue e la promessa di un sequel (il botteghino ha sentenziato e vorrei ben vedere).
Il pugno allo stomaco chiamato Martyrs marcia su ben altri binari e non uso questa parola a caso perché il film può essere facilmente diviso in due parti all’apparenza parallele. Per tutto il primo tempo assistiamo ad una moderna vendetta asiatica sia dal punto di vista tematico (a proposito, quando cominceremo a riflettere sul fatto che il cinema asiatico non parla d’altro che di vendetta?) che visivo, visto che il film sembra rifarsi a tutta quella recente cinematografia horror che per un certo periodo sembrava aver preso il sopravvento. Nel secondo tempo viene abbandonato il primo binario per saltare al secondo, dove la violenza non è più la sopravvivenza dei protagonisti ma è la protagonista stessa. Forse la brillante trovata dell’autore sta proprio in questo meschino “scherzetto” nei confronti del pubblico: per tutta la prima parte ci vengono solo fatte intuire le atrocità subite dalle vittime di alcuni misteriosi aguzzini, intuire abbastanza da farci inconsciamente ringraziare il regista per non avercele esplicitamente mostrate. Ed ecco che arriva la cattiveria: pensavamo non ci sarebbero state mostrate e invece diventano parte integrante della seconda parte, anche se dire parte integrante è un eufemismo visto che diventano la storia stessa e per mezz’ora non guarderemo altro. Se mi è concessa la nota personale (è un blog, e che diamine!) a quel punto del film mi è successo qualcosa a cui non ero preparato: ho desiderato interrompere la visione. Era davvero troppo: non era violenza, era tortura fisica e psicologica così sistematicamente inflitta da dover per forza portare a ricordare che queste cose sono pure successe (gli esempi si sprecano). E rieccoci all’apice toccato anche in The Strangers: andare avanti per conoscere il motivo di tutto ciò? No, perché il motivo ci è stato spiegato giusto due minuti prima che la tortura iniziasse. Allora davvero questa volta si rimane a guardare per conoscere il destino dell’unica protagonista rimasta, pur sapendo che per lei non c’è speranza fino all’ultima atroce tortura che dovrà subire. L’ultimo grande segreto che la storia vuol proporre rimarrà tale perché l’unica ad esserne a conoscenza deciderà che i comuni mortali devono rimanere nel dubbio, di fatto trovando una scappatoia alla trama ma anche tracciando il limite di questo cinema e i suoi spettatori: abbiamo sopportato fino alla fine per non ottenere nulla, siamo doppiamente vittime. Martyrs, come accennato prima, tenta di volare alto ma la pretesa mistico-religiosa tentata da Laugier non solo fallisce ma mi irrita anche a livello personale (soffrire dannatamente per ottenere la rivelazione mistica è una morale filosofica e religiosa molto pericolosa).
E rieccoci qui al dilemma. Mostrare tutto in primo piano o lasciare alla fantasia dello spettatore il compito di spaventare? E c’è davvero una differenza fra le due cose o stiamo solo fingendo che ci sia? Piuttosto sarebbe doveroso chiedersi quando è giusto mostrare e quando lo è celare. Martyrs mostra perfino i dettagli, disturbando a tal punto lo spettatore da fargli rimpiangere Hostel, mentre The Strangers mostra poco e nulla e soprattutto non fornisce un motivo per aver sopportato quello che abbiamo visto. Allora la grande questione sollevata da Haneke rimane aperta. Così come la sua ironica soluzione: il telecomando può risolvere tutto. Non ti piace quello che vedi? Spegni lo schermo. Ma sei proprio sicuro di poterci riuscire? Magari aspetti altri cinque minuti sperando nel lieto fine e di cinque minuti in cinque minuti sei già ai titoli di coda. Senza speranza.
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15.11.09
Religiolus - Vedere per credere

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12.11.09
Baarìa
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29.10.09
Cartoline da Roma - 3 (fine)
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24.10.09
Cartoline da Roma - 2
- Se non lo avete capito, ho dovuto soccombere al mio problema medico rinunciando a qualsiasi partecipazione nell'ambito del Festival. Sono riuscito a vedere un solo film, a partecipare alle conferenze stampa di Clooney e della Streep dopodiché sono dovuto rimanere a casa. Tranne quando sono uscito per andare al pronto soccorso alle tre di notte. Roma di notte non si può spiegare, bisogna vederla.
- Nonostante il tragico esito della mia trasferta proprio nell'anno in cui partecipavo per la prima volta come accreditato stampa, ho ancora qualcosina da dire.
- A Festival concluso, si stanno già scatenando i balletti del successo o non successo. Sembra vincere la prima ipotesi, in base agli accrediti assegnati ed ai biglietti venduti. Io ho bazzicato poco l'Auditorium ma quelle poche volte ho visto una desolazione allarmante. Bar e ristoranti più che altro vuoti e davvero poca gente in giro, addetti ai lavori compresi.
- Ho fatto una fila di mezz'ora per la conferenza stampa di George Clooney. Avete idea di cosa significa stare mezz'ora in attesa e dover ascoltare le chiacchiere dei giornalisti? Ad uno come me che ambisce ad entrare nella categoria, basta davvero quella mezz'ora in fila a farsi passare buona parte della voglia. Insopportabili!!!
- George Clooney è il suo personaggio. E' affabile, è istrione, è come un personaggio dello spettacolo che non è Presidente del Consiglio (a proposito, il buon Clooney si guarda bene dall'esprimere un giudizio sul nostro premier). Però, contro ogni aspettativa, nessuno ha nominato Elisabetta Canalis durante la conferenza stampa, anche se le domande sceme ci sono state. Quasi tutte, a dire il vero. Clooney ha chiesto il rispetto di un limite che più che travalicare la sua privacy non fa altro che umiliare il mestiere del giornalista.
- Meryl Streep è favolosa. Sembra arrivare da un altro pianeta. Ha l'aria di una svampita ma è evidente che un po' ci fa. Ha sopportato con grandissima pazienza una conferenza stampa funestata da problemi tecnici (mi hanno detto che le cuffie per la traduzione non funzionavano) e parlato con grande umiltà e soprattutto con la voglia di tenere come soggetto della discussione il suo più grande amore, il cinema. Nel farlo non ha risparmiato un paio di stoccate, ad esempio a Scorsese ("vorrei fare un film con lui ma solo quando Martin si occuperà di un vero personaggio femminile") o all'Accademy ("ricevere la nomination è gratificante perché sono i tuoi colleghi a concedertela, il meccanimo per la vittoria è invece molto più misterioso ed inafferrabile") mentre su Polanski non si sbottona più di tanto ("mi dispiace che sia in galera" e tutto qui).
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18.10.09
Up in the air (Rome FilmFest 2009)
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16.10.09
Cartoline da Roma - 1
- Nota personale: sono zoppo. Quindi, se vi aggirate dalle parti del Rome FilmFest, quello che si aggira strisciando fra notevoli espressioni di dolore sono io. Ammesso che riesca ad arrivarci all'Auditorium.
- Esattamente come l'anno scorso, nella giornata inaugurale del festival fervono ancora molti preparativi. La zona dell'Auditorium sembra ancora un cantiere a cielo aperto e molto poco frequentato. Però, dopo 3 anni, hanno cambiato un po' le cose, quindi il vostro bar di fiducia non sta più dove stava bensì di fronte!
- Onore al merito alla prima edizione davvero curata da Rondi: l'assurdo meccanismo che prevedeva il ritiro dei biglietti per i film anche per gli accreditati (perfino quelli stampa!) è stato abolito. Questo dovrebbe significare dimezzamento delle file ai botteghini. O aumento delle file alla rush line?
- Causa problema fisico di cui prima, per ora sono riuscito a vedere praticamente nulla se non la conferenza stampa del film d'apertura Triage. Sarei un'ipocrita bugiardo se non vi dicessi che quando mi sono trovato al cospetto di Christopher Lee una voce dentro di me ha esclamato "Quello è Sauron!". Fra le altre cose, una ragazza ha allungato l'intera trilogia al signor Lee per farsela autografare. Logico, direte voi. Ma era il libro, non il film!
- Danis Tanovic è un mito. Ha un vocione affascinante, veste in maniera molto più antica di Christopher Lee e a termine della conferenza stampa è sceso in mezzo ai comuni mortali a scambiare quattro amorevoli chiacchiere.
- Poca gente in giro. Il primo red carpet ha attirato ben pochi curiosi. Non ha aiutato il freddo glaciale che attanaglia la capitale. Non ha aiutato l'assenza di Colin Farrell.
- Confermo le prime impressioni: il programma è molto interessante ma soprattutto ben organizzato. Meno film ma più ordine.
- Ed ora il capitolo immancabile di ogni anno: la borsa per gli accreditati. Quella di quest'anno è molto bella nonché comoda, sembra davvero un buon pezzo di artigianato. Produzione limitata, l'esterno è ricavato da locandine riciclate. Il che è un bene se vi capita quella con Cate Blanchette, Mickey Rourke, Richard Gere. Ma se vi capita quella con Zac Efron, difficilmente avrete il coraggio di andarci in giro. Vi lascio indovinare quale mi è capitata...
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11.10.09
Videocracy - Basta apparire
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Etichette: Erik Gandini, Videocracy
8.10.09
Il nuovo horror in tv?
Tralasciando un giudizio di qualità vero e proprio che meriterebbe un post più approfondito, vorrei appellarmi al popolo di internet per colmare una mia probabile lacuna.
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4.10.09
Bastardi senza gloria
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2.10.09
L'artista
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Etichette: El artista, G. Duprat, L'artista, M. Cohn
26.9.09
ROMA!
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18.9.09
L.I.D.


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10.9.09
COMING SOON
Ci sono ancora... ma serve pazienza!
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1.7.09
Confessioni di una mente pericolosa - 4
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29.6.09
Confessioni di una mente pericolosa - 3
Ho stroncato Australia di Baz Luhrmann ancora prima di vederlo.
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27.6.09
Confessioni di una mente pericolosa - 2
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Confessioni di una mente pericolosa - 1
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8.6.09
Lasciami entrare
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