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28.12.07

Funny Games

Funny Games di Michael Haneke
(1997) Aus

Non si può capire l'imponenza di questo film se non guardandolo. Non si può comprenderne l'altissima dose di violenza che lo caratterizza solo scrivendone. Non si può afferrare il suo senso più intrinseco se non arrendendosi alla sua messa in scena. La trama è presto detta: due ragazzi prendono in ostaggio una famiglia (madre, padre e figlioletto) nella loro casa estiva, isolata e nei pressi di un lago e propongono loro una scommessa: "entro al massimo le prossime 12 ore sarete tutti e tre morti. Scommettiamo?"
Funny Games è un film che disturba, inquieta e comincia a farlo non quando si intuisce cosa sta per succedere ai protagonisti ma bensì quando uno dei rapitori si volta verso la macchina da presa e ammicca complice verso lo spettatore. In quel momento, in quel preciso momento, si instaura la dinamica principe del film: sta per consumarsi davanti ai nostri occhi una tragedia che gronda violenza (e ci fa male perché noi patteggiamo per la famiglia, ovviamente) e noi la stiamo guardando. Siamo noi le vittime di quella violenza e non ne possiamo uscire: stiamo lì a sperare che qualcosa accada e che le vite dei protagonisti vengano salvate ma ciò non accade. E quando accade, Haneke fa l'impensabile: riavvolge il nastro e torna indietro per far sì che non ci si possa sottrarre all'esito disperato di una feroce scommessa.
Funny Games è tutto qui: un'ora e quaranta di insistita violenza fisica e psicologica (fra l'altro raramente assistiamo a momenti gore, in quanto gli atti violenti rimangono sempre fuori campo) che tortura lo spettatore, perché è ciò che vuole prima di tutto.
P.S. Haneke sarà egli stesso il regista del remake americano di questo film, con un cast composto da Tim Roth, Naomi Wats, Michael Pitt e Brady Corbet. Sarà interessante confrontarli, visto che a leggere le intenzioni del regista e a vedere il trailer, si intuisce che le due opere saranno praticamente gemelle.

26.7.08

Funny Games U.S.

Funny Games U.S. di Michael Haneke
(2008) USA

Questo post si concentrerà sull'aspetto 'remake' dell'operazione. Per un giudizio sul film in sé, vi rimando al post del film originale perché, essendo questo un remake gemello, la sostanza non cambia poi molto.
In una recente intervista, Haneke ha dichiarato che il senso di questo remake sta nel pubblico che lo fruirà. Se l'originale austriaco non poteva contare su un vasto target a causa della lingua, questa copia americana vuol puntare dritto a quel pubblico che secondo Haneke detiene il linguaggio della violenza: non gli americani, bensì coloro che parlano l'inglese. L'effetto è più che mai originale: siamo davanti ad un remake inquadratura per inquadratura eppure ci sembra di star assistendo ad un nuovo film che di certo non ha la potenza e l'innovazione dell'originale di 10 anni fa ma che riesce comunque ad andare dritto al cuore delle questioni che vuol rappresentare. L'occasione che mi offre questo remake, poi, è quella di assistere alle reazioni delle persone che lo vedono. Reazioni sempre piuttosto inaspettate ma tutte già previste dal regista: il pubblico ride davanti certe scene sì surreali ma pur sempre violente, il pubblico esulta quando la protagonista riesce ad impossessarsi del fucile ed a sparare ma quando poco dopo quella scena verrà eliminata con il più subdolo strumento di tortura che si può utilizzare contro uno spettatore, solo allora il pubblico si accorgerà di aver inneggiato ad un brutale omicidio. La questione, insomma, è che Haneke o per meglio dire il suo cinema riesce perfettamente a manipolare il pubblico: lo tortura per un'ora e mezza (assodato che vittime e carnefici della violenza del film siamo noi e non i finti personaggi che vediamo sullo schermo) costringendolo a guardare, dimostrando che il pubblico potrebbe andare via o spegnere lo schermo quando vuole ma non lo fa (del resto, il rewind del famoso colpo di scena sta a significare anche quello: state guardando un film, nessuno vi costringe a restare eppure non vi schiodate dalla sedia); inoltre, guardando le reazioni dei miei compagni di visione, ho capito molte più cose della prima volta: per esempio, nel lunghissimo e agghiacciante interludio nel quale i due genitori cercano di liberarsi dopo aver visto morire il proprio figlio, nessuno del pubblico crede che i due psicopatici assassini se ne siano davvero andati. Non ci credono perché "mica possono far finire il film così", che equivale a dire in altro modo quello che uno dei due assassini risponde all'uomo che chiede perché non li uccidono e basta: "lei sottovaluta l'importanza dello spettacolo".
Funny Games U.S., insomma, è ancora più specchio di quanto lo fosse l'originale. Nell'ottica di farlo arrivare ad un pubblico più vasto è sicuramente un atto coraggioso e funzionale che prende in considerazione il background culturare di chi lo vede: per il pubblico austriaco poteva assumere un significato, per il popolo inglese (soprattutto gli americani post-11 settembre) ne assume un altro. Ancora una volta, dunque, Haneke trasforma il cinema in intrattenimento che riflette su sul suo stesso significato ed instaurando un profondo legame tra film e spettatori, sacrificando le certezze di questi ultimi andandoli a ferire nelle profondità dell'animo.
E' buffo che a fare tutto ciò siano due psicopatici borghesi. E' proprio un gioco buffo.

1.7.08

I Film del Mese: Luglio 2008

  • Wanted - Scegli il tuo destino di Timur Bekmambetov (2);
  • Il peso dell'aria di Stefano Calvagna (3);
  • Dr. Plonk di Rolf de Heer (4);
  • Lower City di Sérgio Machado (4);
  • Perfect Creature di Glenn Standring (4);
  • Signal di D. Bruckner, J. Gentry, D. Bush (4);
  • Boogeyman 2 di Jeff Betancourt (4);
  • Ken il guerriero - La leggenda di Hokuto di Takahiro Imamura (4);
  • Cambio di gioco di Andy Fickman (4);
  • Il diario di Jack di Mike Binder (4);
  • Agente Smart - Casino totale di Peter Segal (9);
  • Funny Games U.S.A. di Michael Haneke (11);
  • Che la fine abbia inizio di Nelson McCormick (11);
  • La canzone più triste del mondo di Guy Maddin (11);
  • Joshua di George Ratliff (11);
  • Reeker - Tra la vita e la morte di Dave Payne (11);
  • Hellboy 2 - The Golden Army di Guillermo Del Toro (16);
  • Le morti di Ian Stone di Dario Piana (18);
  • Rogue - Il solitario di Philip G. Atwell (18);
  • Il mio sogno più grande di Davis Guggenheim (18);
  • Denti di Mitchell Lichtenstein (18);
  • In viaggio per il college di Roger Kumble (18);
  • Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan (23);
  • Dante 01 di Marc Caro (25);
  • Big City di Djamel Bensalah (25);
  • -2: Il livello del terrore di Franck Khalfoun (25);
  • Andersen - Una vita senza amore di Eldar Ryazanov (25).

Tante uscite nel caldo mese di luglio. Finalmente anche in Italia una stagione cinematografica estiva. Quali i vostri più attesi? Io metto in cima alla lista il (auto)remake di Funny Games e il nuovo Batman di Nolan.

28.11.09

The Strangers VS Martyrs

“Non è il cosa ma il come.” (Stanley Kubrick)

The Strangers di Bryan Bertino - (2008) USA

Martyrs di Pascal Laugier - (2008) Fra\Can

The Strangers e Martyrs sono due film agli antipodi che si inseriscono in un ampio dibattito su cosa sia più giusto fare nei confronti della violenza. Stiamo parlando di due film d’intrattenimento (anche se il secondo ha velleità artistiche che non raggiungono esattamente la sufficienza piena) che fanno della tensione il loro punto di forza. È quel genere di film che vuole incollare lo spettatore alla poltrona e terrorizzarlo sempre di più scena dopo scena, instaurando così la sfida più grande per il regista e cioè cosa inventare per aumentare il coinvolgimento emotivo dello spettatore senza ripetersi. Ma le scelte di stile sono profondamente diverse: The Strangers lavora per sottrazione, mostrando molto poco e lasciando che a farla da padrona sia la paura di ciò che non si vede; Martyrs mette morbosamente in primo piano sangue ed efferatezza e quando raggiunge il culmine sorprende lo spettatore facendolo sprofondare in un incubo peggiore e che si pensava di aver evitato.

The Strangers è pieno di topos tipici del film dell’orrore. C’è la casa in piena campagna nella quale si trovano solo due bellocci, lui e lei, fidanzati in piena crisi. La prima grande mossa del regista è costruire un passato a questi due protagonisti attraverso pochi dettagli ma tutti fondamentali; dopo un po’ pensiamo di conoscerli da una vita e di poterli inquadrare in uno schema. Tutto questo ci fa empatizzare con loro già al primo segno di pericolo: una ragazzina bussa alla porta in piena notte chiedendo di un’amica per poi andarsene di nuovo nell’oscurità. Da quel momento i due si troveranno letteralmente braccati nella loro proprietà da tre individui mascherati che faranno di tutto per fargli venire un infarto. L’intero impianto narrativo di The Strangers, infatti, si basa proprio su questo: i tre aguzzini non sembrano voler mai concludere il loro atto; spaventano, si avvicinano ma poi si allontanano, sembrano sparire per poi tornare da una finestra. Un autentico gioco al massacro che sembrerebbe non proporre nessuna seria riflessione se non fosse che il film si chiama “gli stranieri”, parola carica di connotazioni horror ma anche razziste. Infatti il perverso giochino avviato porterà all’uccisione di un amico della coppia in pericolo per loro stessa mano: terrorizzati e con l’unica arma a disposizione che hanno, finiranno con lo sparare a chi invece era arrivato in loro aiuto. Non hanno saputo riconoscere lo straniero e per questo lo hanno rifiutato, condannandosi al loro destino. La metafora è fin troppo esibita ma il merito del film è quello di non prendersi così sul serio e pur puntando in alto, non trascura l’intrattenimento e ci riporta immediatamente alla trappola in cui i due sono costretti. Qui subentra il voyeurismo dello spettatore: chi se ne frega del tizio morto ucciso, andiamo avanti con la storia e vediamo che succede. Ecco che si palesa una delle grandi contraddizioni del cinema contemporaneo: siamo spaventati, siamo in tensione eppure continuiamo a guardare. Perché vogliamo sapere come va a finire. Ne siamo davvero sicuri? Ci interessa se i due sopravvivranno o vogliamo assolutamente sapere perché i tre aguzzini fanno quello che fanno? A questo punto ad Haneke staranno fischiando le orecchie, se vero che i suoi due psicotici vestiti di bianco si erano già cimentati in tutto ciò molti anni prima (e non scomodiamo i drughi di Kubrick per favore, perché a voler ben vedere forse loro una motivazione di fondo ce l’avevano). E se difatti uno di quei due psicotici non si sarebbe voltato ammiccante verso la macchina da presa, Funny Games sarebbe stato né più né meno che The Strangers. Il colpo di genio del regista verte proprio su questo ragionamento: nessuna spiegazione né la minima volontà di fornire un movente. Solo un bagno di sangue e la promessa di un sequel (il botteghino ha sentenziato e vorrei ben vedere).

Il pugno allo stomaco chiamato Martyrs marcia su ben altri binari e non uso questa parola a caso perché il film può essere facilmente diviso in due parti all’apparenza parallele. Per tutto il primo tempo assistiamo ad una moderna vendetta asiatica sia dal punto di vista tematico (a proposito, quando cominceremo a riflettere sul fatto che il cinema asiatico non parla d’altro che di vendetta?) che visivo, visto che il film sembra rifarsi a tutta quella recente cinematografia horror che per un certo periodo sembrava aver preso il sopravvento. Nel secondo tempo viene abbandonato il primo binario per saltare al secondo, dove la violenza non è più la sopravvivenza dei protagonisti ma è la protagonista stessa. Forse la brillante trovata dell’autore sta proprio in questo meschino “scherzetto” nei confronti del pubblico: per tutta la prima parte ci vengono solo fatte intuire le atrocità subite dalle vittime di alcuni misteriosi aguzzini, intuire abbastanza da farci inconsciamente ringraziare il regista per non avercele esplicitamente mostrate. Ed ecco che arriva la cattiveria: pensavamo non ci sarebbero state mostrate e invece diventano parte integrante della seconda parte, anche se dire parte integrante è un eufemismo visto che diventano la storia stessa e per mezz’ora non guarderemo altro. Se mi è concessa la nota personale (è un blog, e che diamine!) a quel punto del film mi è successo qualcosa a cui non ero preparato: ho desiderato interrompere la visione. Era davvero troppo: non era violenza, era tortura fisica e psicologica così sistematicamente inflitta da dover per forza portare a ricordare che queste cose sono pure successe (gli esempi si sprecano). E rieccoci all’apice toccato anche in The Strangers: andare avanti per conoscere il motivo di tutto ciò? No, perché il motivo ci è stato spiegato giusto due minuti prima che la tortura iniziasse. Allora davvero questa volta si rimane a guardare per conoscere il destino dell’unica protagonista rimasta, pur sapendo che per lei non c’è speranza fino all’ultima atroce tortura che dovrà subire. L’ultimo grande segreto che la storia vuol proporre rimarrà tale perché l’unica ad esserne a conoscenza deciderà che i comuni mortali devono rimanere nel dubbio, di fatto trovando una scappatoia alla trama ma anche tracciando il limite di questo cinema e i suoi spettatori: abbiamo sopportato fino alla fine per non ottenere nulla, siamo doppiamente vittime. Martyrs, come accennato prima, tenta di volare alto ma la pretesa mistico-religiosa tentata da Laugier non solo fallisce ma mi irrita anche a livello personale (soffrire dannatamente per ottenere la rivelazione mistica è una morale filosofica e religiosa molto pericolosa).

E rieccoci qui al dilemma. Mostrare tutto in primo piano o lasciare alla fantasia dello spettatore il compito di spaventare? E c’è davvero una differenza fra le due cose o stiamo solo fingendo che ci sia? Piuttosto sarebbe doveroso chiedersi quando è giusto mostrare e quando lo è celare. Martyrs mostra perfino i dettagli, disturbando a tal punto lo spettatore da fargli rimpiangere Hostel, mentre The Strangers mostra poco e nulla e soprattutto non fornisce un motivo per aver sopportato quello che abbiamo visto. Allora la grande questione sollevata da Haneke rimane aperta. Così come la sua ironica soluzione: il telecomando può risolvere tutto. Non ti piace quello che vedi? Spegni lo schermo. Ma sei proprio sicuro di poterci riuscire? Magari aspetti altri cinque minuti sperando nel lieto fine e di cinque minuti in cinque minuti sei già ai titoli di coda. Senza speranza.

9.2.08

Niente da nascondere

Caché do Michael Haneke
(2005) FRA\AUS\GER\ITA

Ancora una volta ad Haneke sembra interessare più di tutto prendere una normale famiglia medio-borghese e gettarla in un incubo fatto di violenza, in questo caso che non si vede ma si sente ed anche piuttosto pesante. Sembra questo il motivo per cui ad Haneke viene sempre attribuita la volontà di voler criticare proprio quella società borghese che tortura nei suoi film. Per me ridurla in questi termini è troppo facile ed incompleto. In questo fantastico film (forse pure più bello e diretto di Funny Games) c'ho visto tre livelli molto significativi. Il primo è la già citata critica alla società medio-borghese e ci può stare, visto che in questo caso assume anche una valenza di questione razziale per nulla da sottovalutare (parzialmente evocata nella scena del ciclista di colore), specie considerando l'ambientazione francese del film. Il secondo è la scatenata riflessione che pone sul mezzo cinema. Tutto il film è un continuo confondersi fra realtà soggettiva e realtà oggettiva: la pellicola si apre con i titoli di testa su un'immagine a camera fissa, salvo poi rivelarsi l'immagine della prima videocasseta inviata ai coniugi protagonisti. Si pone così lo spettatore nella condizione di potersi confondere tra sguardo del regista (cioè posizione della macchina da presa che di per sè è già un elemento che infonde inquietudine se pensiamo che i protagonisti del film non riescono a capire come non facciano a vedere quella telecamera piazzata per strada che segue i loro movimenti) e posizione della fantomatica videocamera che produce le videocassete minatorie; da quel momento, infatti, Haneke confonderà queste due visuali costringendo lo spettatore a chidersi cosa stia guardando: lo sguardo del regista o quello del ricattatore? E' una domanda interessante, da non sottovalutare, una specie di questione metacinematografica mascherata da thriller. E qui si inserisce il terzo punto: la sostanziale innovazione del genere. Durante la visione, sappiamo di star guardando un thriller dalla forte componente angosciosa ma lo sappiamo pur non ravvisando nessuna componente classica del genere: non c'è musica d'accompagnamento, non c'è una vera e propria minaccia nei confronti dei coniugi (infondo arrivano solo videocassete e nessuna richiesta) e soprattutto non c'è nessuna dinamica fra vittima e carnefice (anzi, addirittura è la vittima del gioco a rivelarsi un pò carnefice). La violenza nel film c'è ma è silenziosissima, quasi accennata salvo poi esplodere nel momento più agghiacciante della pellicola che garantisce un sussulto anche al più tenace degli spettatori. C'è un finale aperto, infine, che sembra non fornire tutte le risposte che lo spettatore cerca anche se usando un pò d'intuizione si può riflettere su ciò che si è visto e riannodare i fili per una risposta. Magari riavvolgendo il nastro, che è anche una delle azioni compiute dai protagonisti del film.
Caché è per me un film estremamente significativo, pieno di spunti cinematografici che vengono sollevati senza una risposta definitiva. Il risultato finale è per me apprezzabilissimo e vincente, un vero capolavoro di mestiere e passione.

31.12.08

2008, per favore vai via!

Il 2008 è stato un anno tutto sommatto positivo. C'è stato un momento, all'inizio dell'anno, che sembrava ci fosse l'imbarazzo della scelta dei film da andare a vedere al cinema perché tutti di notevole qualità. Un'impressione che non ha tenuto negli ultimi due mesi del 2008, c'è chi dice a causa dello sciopero degli sceneggiatori che comincia a farsi sentire; a mio parere, invece, i veri danni dello sciopero li sentiremo nel 2009 (anno sul quale incombe lo sciopero degli attori e anche il notevole rischio che salti la cerimonia degli Oscar). E' stato anche l'anno della presunta riscossa del cinema italiano, con il successo a Cannes, il miglior attore di Venezia e i tanti complimenti piovuti su Caos Calmo, per citarne alcuni.
Ma siamo qui per fare una scelta e per quanto mi riguarda sono felicissimo di poter tornare a scegliere un film italiano come quello che più mi ha colpito nel corso dell'anno. E si tratta de Il divo, il film che per me ha rappresentato un'innovazione sotto ogni punto di vista e che ha definitivamente consacrato un autore originale come Sorrentino che ha ancora molto da dire. Ribadisco quello che ho scritto ai tempi della visione: fra qualche anno si potrebbe tranquillamente parlare di un prima e di un dopo Il divo nel cinema italiano contemporaneo. E' un'affermazione forte che nulla toglie all'altro bellissimo e grande successo italiano della stagione, Gomorra, ma ho già avuto modo di spiegare che fra i due preferisco il primo e in un pezzo pronto già da un pò ma in attesa di essere pubblicato prima altrove e poi qui ho cercato anche di spiegare il perché.
Il 2008 è stato fortunato sotto molti altri fronti: mi vien da pensare all'auto-remake di Funny Games, al grandissimo risultato finale de Il cavaliere oscuro (quello che avrei fatto meglio a scegliere come film più atteso del 2008 al posto di quel disastro di Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo); non sono mancate le delusioni come il mezzo passo falso di Shyamalan con E venne il giorno o il tonfo di autorevolezza di Verdone con il suo ritorno al passato (senza parlare dei tonfi nel settore cinema in generale, come l'avvento di Rondi a Roma, o le tragedie come la morte del giovanissimo Heath Ledger). Il problema, però, è che l'anno nuovo non sembra promettere nulla di buono. E allora preferisco non sbilanciarmi e puntare come scelta per il titolo più atteso del 2009 su qualcosa di extracinematografico e la cui attesa mi sta ormai dando le convulsioni: sto parlando della quinta serie di Lost.
Ovviamente, se volete dirmi le vostre scelte nei commenti le ascolto volentieri.
*
A tutti voi auguro un felice anno nuovo nel quale realizzare ogni vostra ambizione. E serenità, soprattutto serenità. Rubando gli auguri di un caro amico, per quanto mi riguarda... se il 2009 deve andare peggio, stiamo bene con quello che è passato!

9.1.08

Mysterious Skin

Mysterious Skin di Gregg Arraki
(2004) USA\Ola

E' un film agghiacciante questo, che mi ha seriamente disturbato. Non tanto per il tema in sè (la pedofilia) ma per come viene trattato. La storia segue le strade di due ragazzi, dall'età di 8 anni fino ai 19; entrambi sessualmente abusati da un pedofilo, entrambi sfregiati da un'esperienza che avrà due effetti ben distinti su ciascuno di loro. L'intera storia viene raccontata senza pudori, senza facili ipocrisie, semplicemente per quello che è. Per questo si comincia a deglutire amaro quando assistiamo a scene in cui un bambino di 8 anni si scopre sessualmente attratto da un uomo più grande, quando vediamo quest'uomo mettere in pratica le viscide tecniche di un pedofilo. Un crescendo di tensione che esplode nell'ultimo quarto d'ora quando finalmente scopriamo cosa è realmente accaduto a quei due bambini e come. Tutto questo Gregg Arraki lo rende con una semplicità disarmante, non seguendo i canoni del cinema americano ma neanche abbandonandosi in toto al cinema indipendente: segue uno stile proprio che narra una trama inquietante in un modo quasi semplice, che ci fa apparire tutto accettabile non perché sia giusto così ma perché è così che vanno le cose. E in questo viene ottimamente aiutato dai due attori protagonisti (il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt e il bravo Brady Corbet che vedremo presto nel remake americano di Funny Games) che mettono in atto una recitazione eccellente, due personaggi a cui ci si affeziona ben presto.
Il finale aperto del film lascia ben poche speranze: il regista non ha qualcosa di vero e proprio da trasmettere, forse non vuole dire nulla, semplicemente ha raccontato una triste storia che purtroppo è piuttosto comune. Ma forse è giusto così: c'è ben poco da dire e ancora meno da giudicare. Siamo davanti a qualcosa di autentico.

4.10.09

Bastardi senza gloria

Inglorious Basterds di Quentin Tarantino
(2009) Usa\Ger

Detto da uno che ha sempre avuto da ridire su Tarantino (fatta eccezione per Kill Bill) può sembrare ridicolo ma Bastardi senza gloria è un bellissimo film di Tarantino ma non alla Tarantino. Il regista cinefilo, infatti, si libera un po' di quella noiosa zavorra citazionista serie-b (che a me è sempre sembrato il suo limite e a molti altri la sua forza) per realizzare forse la sua storia più compiuta e matura, alla Jackie Brown, dove c'è una trama molto più esile del solito ma pur sempre una storia che conduce dal punto A al punto B senza divagazioni e senza perdere la concentrazione e puntando dritto al tipico accumulo di emozioni e tensioni di Tarantino, con la differenza che stavolta si va dritti all'esplosione di questo accumulo, esplosione densa di metafore e significati evidenti e non per questo banali. L'ennesimo atto d'amore del regista verso il cinema consiste proprio nella vendetta della settima arte contro i regimi totalitari che soffocano (fra le tante cose) lo spirito creativo: è il cinema stesso ad essere "la vendetta ebrea" richiamata nella storia, è davanti e dietro uno schermo cinematografico che si consuma il bagno di sangue più liberatorio che si sia visto dai tempi di Dogville. E' qui sta un'altra nuova maturazione di Tarantino: la violenza crudele, esibita, farsesca, diventa vittima di sé stessa e brucia il sottilissimo confine tra vittima e carnefice nella bellissima scena ambientata nella saletta di proiezione, dove un gioco di sguardi tra Shosanna e il nazista sul grande schermo ci costringe a ricordare che anche noi stiamo guardando un grande schermo e stiamo empatizzando con gli assassini, stiamo esultando davanti a carneficine di massa (lezione già impartita da Haneke con il suo Funny Games). E se Shosanna comprende che il suo estremo sacrificio è pericolosamente vicino a quello dei suoi aguzzini, altrettanto noi non possiamo sottrarci a questa massacrante riflessione. Anche per questo Bastardi senza gloria non può essere etichettato come film di guerra (ma questo vale per tutto il cinema di Tarantino, difficile da etichettare) e va ben oltre la retorica di ebrei contro nazisti: il regista, per sua stessa ammissione, non si sottrae al gioco che vuole l'autore di un'opera propositore di un messaggio, per quanto ben nascosto, nella sua messa in scena; anzi, stavolta probabilmente lo spiattella molto più esibito e sfacciato senza paura di cadere in contraddizione, incamerando la lezione di Arancia meccanica e tutto ciò che ne è venuto dopo. Le scene magnificamente costruite fanno tutto il resto (il primo, inquietante capitolo è da annali del cinema) e l'unico difetto, il solito, è quello della dilatazione esagerata di certi momenti che finiscono con il nuocere all'exploit conclusivo.
Prima dei titoli di coda, due grandi momenti: il colpo di scena che sovverte la storia (il cinema può anche questo e grazie all'autore per avercelo ricordato ) e la tenera confessione di Tarantino messa in bocca al personaggio principale, frase conclusiva dell'intera storia: "questo potrebbe essere il mio capolavoro."

Sono aperto al dibattito!